Devi Suktam (Rṣi Mārkaṇḍeya, Rv 10,125):

oṃ ahaṃ rudrebhirvasu’bhiścarāmyahamā”dityairuta viśvade”vaiḥ |

ahaṃ mitrāvaru’ṇobhā bi’bharmyahami”ndrāgnī ahamaśvinobhā ||1||

ahaṃ soma’māhanasa”ṃ bibharmyahaṃ tvaṣṭā”ramuta pūṣaṇaṃ bhagam”|

ahaṃ da’dhāmi dravi’ṇaṃ haviṣma’te suprāvye ye’ -3

yaja’mānāya sunvate ||2||

ahaṃ rāṣṭrī” saṅgama’nī vasū”nāṃ cikituṣī” prathamā yaṅñiyā”nām |

tāṃ mā” devā vya’dadhuḥ purutrā bhūri’sthātrāṃ bhū~ryā”veśayantī”m ||3||

mayā so anna’matti yo vipaśya’ti yaḥ prāṇi’ti ya ī”ṃ śṛṇotyuktam |

amantavomānta upa’kṣiyanti śrudhi śru’taṃ śraddhivaṃ te” vadāmi ||4||

ahameva svayamidaṃ vadā’mi juṣṭa”ṃ devebhi’ruta mānu’ṣebhiḥ |

yaṃ kāmaye taṃ ta’mugraṃ kṛ’ṇomi taṃ brahmāṇaṃ tamṛṣiṃ taṃ su’medhām ||5||

ahaṃ rudrāya dhanurāta’nomi brahmadviṣe śara’ve hanta vā u’ |

ahaṃ janā”ya samada”ṃ kṛṇomyahaṃ dyāvā”pṛthivī āvi’veśa ||6||

ahaṃ su’ve pitara’masya mūrdhan mama yoni’rapsvantaḥ sa’mudre |

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Penso ad Arjuna che teme di doversi sottrarre alla battaglia perché comporterà la morte di persone che rispetta e perfino di persone amate. Ma Krisna gli dice che costoro sono già morti e che moriranno ancora, che ogni vita è già gettata tra le grandi fauci del tempo che tutto ciclicamente consuma. Di non temere, né per sé né per gli altri, che non c'è morte più santa che quella che si incontra sul proprio campo di battaglia, nel proprio swadharma, dovere e vocazione, che è l'incontro con il presente, che è sempre fatale. Eppure questo potente discorso, disturbante e al limite dell'inaccettabile, da tempo è trasmesso in una forma di quietismo che dispone anche le anime più pigre a un servizio disinteressato, di solito circoscritto a umili mansioni. Invece, è il discorso sul vivere e sul morire, che evidentemente per molto tempo non aveva sfiorato più nessuno, fino ad oggi. Discorso che parla della vita come sacrificio supremo, che l'essere vivi e compiere la propria opera è il sacrificio supremo, così come nelle Upanishad è detto: l'uomo è invero il sacrificio.

C'è qualcosa che facevamo e che nutriva ben altro che l'economia, ma da cui l'economia al massimo discendeva, quando non ostacolava. Era il nostro sacrificio, di anni di lavoro e di studio, il dovere che ciascuno sente di fare per sé e per tutto il resto, che è la quintessenza pratica dello spirito, quello che non è mai separato dalla materia e dal corpo vivente, che nei corpi abita temporaneamente, che li brucia e li sacrifica, e non si arresta con la morte, perché i suoi effetti sopravvivono al singolo. Perciò il Dharma è perenne, non perché immutabile per via di qualche legge, ma perché vive ardendo il corpo che lo ospita, e il Dahrma che con lui ha vissuto prosegue. Immortalità momentanea che tutti godono quando sentono di essere in questa potenza dello spirito che si percepisce come vita, ma che è il soffio universale, che con molta fatica si riesce a salire, o si cade subito sconfitti, e che con tutto il sacrificio di sé si realizza, per essere trasportati un attimo da quel sentimento che svuota di sé e crea ogni cosa, che diventa altro, che non si possiede e non si può trattenere e conservare. Quella sensazione, che ha molti nomi, che è la percezione diretta e indimostrabile di essere vivi, in un vivente che ci sovrasta e ci consuma, inevitabilmente. Amiamo solo questo ardere, tra un visibile e invisibile corpo universale di infiniti altri, e tutto quello che ci rende vivi è l'ardore in cui ci stiamo consumando. La morte non è mai pensabile, perché la percezione di quel flusso che non si arresta e una volta montato come un'onda, non ci abbandona.

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Fu la notte
Lì nei disegni che il sole oscurava
Attraverso il nero della notte
L’oscurità cara divenne

Le luci fioche
Il silenzio
Il sogno
La grande mente.

Questo tenuto a terra
Il capo diritto al cielo
Il suono tra le onde
L’occhio testimone diritto al Sole.
Il corpo si disintegra.

Seduto a terra, la Divinità dinanzi al volto, la luce si spegne.

Con lo sguardo fisso sul vuoto di quel volto, ora divenuto la notte.

Nel buio ad occhi aperti, ristando, nel nero più scuro che si palesa.

Dalla destra, un lume molto leggero che si posa accanto, poi un altro ed un altro.

Accendendosi come fiammelle, le forme autoluminose riempiono lo sfondo.

Gli Antenati tutti, vengono a sedersi accanto, comparendo con la propria luce in questa visione.

Tutti seduti attorno a questo, nel sacrificio, nello svaha, dentro il buio immenso…

Immagini, sensi, suono esterno,
interno, silenzi, rumori e campanelli…

Come voci distanti, la coscienza segue il suono… Risucchiata dal vortice in basso, attraverso un canale nell’oscurità.

Il Lingam, il volto, si spacca a metà verticalmente, la fronte si apre.

Da ogni parte, ogni occhio crea a vivifica col suo potere, ovunque si posi.

Ogni occhio ... 

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Di sicuro non basta il paragone con altre serie “dark” in voga, perché qui c’è un sentimento per la storia asburgica e la sua decadenza, e quindi la magnificazione del suo momento estetico, che non può essere confrontato con un prodotto statunitense. Tra le fotografie spiccano numerose le citazioni alle opere di pittori come Franz von Stuck e l’amicizia con Arthur Schnitzler, di cui sembra ritornare qualche frammento del suo “Doppio sogno”, trasposto al cinema da Kubrick.

Il senso della narrazione è quello di pensare l’inconscio non di una persona o di alcuni casi clinici, come si è portati a credere dallo studio convenzionale del dottor Freud, ma l’inconscio di una nazione-impero giunta al momento di culmine e decadenza, e delle sue contraddizioni sotto gli occhi di tutti. L’immagine della donna fatale, medium o occultista, è un elemento fondante dell’estetica del periodo, le melusina, le salambò, le circe, le donne fatali e ammaliatrici sono le protagoniste dell’arte e della letteratura del mondo fin de siecle, cui sono invece la triste contropartita reale il numero esorbitante di donne confinate nei manicomi ... 

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Se la mitologia è il racconto delle origini, l’epica descrive il cammino a ritroso verso le origini, che sono, a dispetto del tempo, l’eterno qui e ora del cosmo. Perciò si dice che il cammino spirituale sia un cammino a ritroso, verso l’origine, verso il cuore della realtà. In origine ci sono molti miti di creazione perché molti sono i mondi paralleli e concentrici. L’era/regione degli inizi è abitata da esseri non viventi: gli dei, i demoni, gli antenati, che sono i morti. Gli yogi abitano la creazione da prima dell’inizio, come testimoni di tutto e ne sono i narratori e in qualche modo i registi. Questi esseri lottando tra loro, creano ciò che a loro serve: gli uomini, gli animali, i mondi naturali. Le battaglie successive sono tra i demoni e gli eroi, per far prevalere una evoluzione, rispetto al caos, un cosmo ordinato. Dopo, dagli eroi, le dinastie, i popoli, il dharma.

Quando Rama attraversa il fiume Gange, sa di attraversare il luogo dove hanno trovato sepoltura i suoi antenati. Rappresenta come l’Acheronte, il confine tra il mondo dei vivi (o dello stato di veglia) e il mondo dei morti, il mondo Imaginale, dove abitano le figure e le forma archetipe che ... 

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Fai come se l’Amato fosse accanto a te. In ogni singola nota della tua voce sia il seme glorioso di Quello che ami. In ogni gesto la presenza sottile della forma amata e il suo respiro. La sua voce ti guidi a raggiungerlo, come un richiamo che non si spegne. Tieni lo sguardo sul cuore e non distoglierlo. Agisci in solitudine, ma sappi che sei sempre visto e sentito, lì dove sempre guardi e ascolti. Sei il seme del ricongiungimento, sei l’eroe che siede davanti alla porta del castello, se l’amato che abita il giardino del cuore, sei la chiave che apre tutte le porte. Sei la sapienza e la grazia, la verità invisibile agli occhi. Sei la volontà che non si spezza, il grande mago, il re e il poeta. Sei la testa che poggia sulle ginocchia della Madre. Sei figlio e il devoto, sei il suo signore e il suo servo, sei il suo Re e lei la tua Dea. Sei la ricerca che non ha fine, ma sempre inizio, sei la luce che guida sul sentiero e il passo marziale della vittoria. Sei l’eroe in esilio nella foresta, sei la foresta che abbraccia il suo ritorno, sei l’asilo e il regno. Sei la buona novella e la stella del mattino, l’annuncio e l’eco ... 

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Prendiamo rifugio in Te, Madre, nel tuo respiro possente, prendiamo rifugio tra le tue braccia, nel fuoco del tuo petto, nella luce della tua percezione, nel suono cristallino del tuo mantra, e nel soffio roboante del tuo grido, sciabola che scaccia dal mondo demoni e asura, nel corruccio della tua fronte che ha lo spazio del cielo, tuonante di potenza. Prendiamo rifugio ai tuoi piedi, restando immobili in mezzo alla tempesta, siamo ai tuoi piedi mentre tremiamo, siamo ai tuoi piedi nello scuotimento. Sotto i tuoi piedi deponiamo i nostri corpi nella gioia e nel dolore. Ai tuoi piedi deponiamo i nostri desideri e nostri peccati, il fardello, la colpa e l’orgoglio, perché tu appari ai nostri occhi l’unica possente che agisce nel cielo e sulla terra, e tutto ciò che abbiamo e che non abbiamo, ti appartiene ugualmente. Tuo è ogni fremito di vita nelle nostre membra, ogni scintilla della potenza che si solleva nel nostro cuore, tua la via retta che conduce al cielo, tua la via storta che si arrotola lungo l’esperienza, tu sei.

Tu che apri la bocca furente, tu che scruti la notte dove noi non vediamo che la tua pelle impenetrabile, tu che palpiti nel cuore e muovi ... 

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Meditando la precarietà della situazione in cui ci troviamo, ho deciso di rivedere il calendario degli incontri, perché non preferisco associarmi alle iniziative online con cui molti, meritoriamente, forse, allietano i giorni del coprifuoco. Invece vivo profondamente il senso di contrizione e silenzio che si spande dal cuore, cerco la preghiera e il raccoglimento e invito tutti a fare la stessa cosa. Sacro è questa dimensione a cui le dottrine ci hanno istruito, indicato e invitato, in cui adesso ci troviamo catapultati, chi smarrito, chi già famigliare al luogo. Comunque di potenza non conosciuta prima. E in questo Smashana mi siedo e medito, in una partecipazione collettiva che non necessita di introduzioni, né di spiegazioni. E’ tempo di pratica e di silenzio.

Mi auguro, o meglio, attendo che lo scenario si muti, consentendo di rivederci, e continuo a credere che la presenza, il suo manifestarsi sottile, siano la sola ragione per cui siamo eventualmente ammessi a condividere le istruzioni spirituali e le parole dei testi sacri, che veicolano in realtà solo quella. Quindi attendo di poter riaprire la mia casa, non una chat su Skype, in  ... 

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Dal profondo sottosuolo del mondo sale la nube della morte per pandemia. Tutte le città e le aggregazioni umane sono pervase dal panico, lo spirito incontrollabile del dio Pan.
Il momento Panico, di Pan, della frenesia incontrollabile, del parossismo. Tutti obbediscono al signore che guida il corteo degli Dei. Non solo la paura, che è al suo momento culmine detta appunto panico, ma al suo seguito il grande teatro dell’inconscio, di cui godiamo finalmente lo spettacolo liberatorio, ma pericoloso. Difficilmente scendono gli dei al mondo visibile senza chiedere un tributo di vittime. Il loro apparire è proprio nell’appropriarsi del corpo che prima ne lamentava l’assenza, ma che momentaneamente, o definitivamente, viene risucchiato nella nube dell’oltremondo, che abitava sempre a lato del nostro pensiero ordinario, in attesa del suo momento, guidando però in segreto le questioni che apparivano casuali e fatalmente predestinate. Scritti nell’ombra salmodiante stanno anche i comportamenti ingenuamente eroici, l’immolazione e il sacrificio, così come la furia dell’autoconservazione, la violenza, l’esplosione emozionale, i sintomi ... 

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