Prendiamo rifugio in Te, Madre, nel tuo respiro possente, prendiamo rifugio tra le tue braccia, nel fuoco del tuo petto, nella luce della tua percezione, nel suono cristallino del tuo mantra, e nel soffio roboante del tuo grido, sciabola che scaccia dal mondo demoni e asura, nel corruccio della tua fronte che ha lo spazio del cielo, tuonante di potenza. Prendiamo rifugio ai tuoi piedi, restando immobili in mezzo alla tempesta, siamo ai tuoi piedi mentre tremiamo, siamo ai tuoi piedi nello scuotimento. Sotto i tuoi piedi deponiamo i nostri corpi nella gioia e nel dolore. Ai tuoi piedi deponiamo i nostri desideri e nostri peccati, il fardello, la colpa e l’orgoglio, perché tu appari ai nostri occhi l’unica possente che agisce nel cielo e sulla terra, e tutto ciò che abbiamo e che non abbiamo, ti appartiene ugualmente. Tuo è ogni fremito di vita nelle nostre membra, ogni scintilla della potenza che si solleva nel nostro cuore, tua la via retta che conduce al cielo, tua la via storta che si arrotola lungo l’esperienza, tu sei.

Tu che apri la bocca furente, tu che scruti la notte dove noi non vediamo che la tua pelle impenetrabile, tu che palpiti nel cuore e muovi ... 

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[tratto da “Fuoco dei Filosofi” Raphael, per le Edizioni Asram Vidya]

Non si può non riconoscere che ogni attività (professione, ecc.) profana-sociale esige una certa attitudine, una predisposizione e qualificazione; potremmo persino parlare di vocazione. Per ogni funzione occorre, dunque, l’idoneità attinente a quella particolare sfera. Spesso si possono avere non bravi professionisti o lavoratori perché non si é portati per quello specifico ruolo, perché si manca appunto di vocazione o di attitudine. Questa, se non sempre, può essere comunque sviluppata, sebbene può capitare che il soggetto neanche sappia di averla.

Anche nel campo spirituale vige la stessa legge; un candidato privo di vocazione, di predisposizioni e qualificazioni, potrebbe fare ben poco. Per quanto possa seguire un sentiero, sarà pur sempre un cattivo aspirante. Inoltre, come per seguire una qualsiasi professione occorrono studio, tempo, abnegazione e grande serietà, così per seguire un sentiero spirituale, o iniziatico, necessitano una grande serietà, abnegazione e parecchio tempo a disposizione. Capita però che, in via di massima, l’aspirante si dedichi alla Realizzazione ... 

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Un non-diario di viaggio

Il Suono che disegna lo spazio.

Mataji, hai ascoltato i Mantra nel tempio? Mi chiede un uomo molto educato e gentile, come si chiede ai turisti religiosi. Certo amico mio, sono stata nei templi e ho ascoltato i mantra e gli sloka, ma qui il Suono è ovunque ci si trovi. Ci affacciamo sulla strada trafficata dell’ora dopo il tramonto, quando la curva a gomito che porta ad Assi Ghat diventa un unico ingorgo fermo, avvolto nella nota costante e variegata dei clacson spinti al massimo volume. Sembra che il mondo sia contenuto e stabilito in quel Suono potente, inutile, autonomo, concreto, immobile.  Ji, lo senti? qui ovunque ogni essere sta alzando il proprio suono al cielo, ogni cosa canta, ogni cosa suona. Accade perché l’anima di questa città è rivolta verso l’alto, e la sua stessa urgenza di salire, di espandersi e risuonare, grida: io sono! Jay Ram! E’ il suono stesso dei viventi, più potente del respiro, da cui il respiro proviene. Prima di tutto, esistere è questo innalzarsi in suono, essere. Ovunque qui risuona il Naad, che proviene spontaneamente dal vivente, e in ogni dove risuona senza sosta. Senza limite e senza inibizione, ... 

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Ci sono molti modi di celebrare e di offrire sacrifici, o meglio, in una parola sola, di servire. Servire Dio, o il Guru, è servire gli altri, la vasta molteplice forma dell’Essere, che non ha confini o identità fisse, la cui natura è l’espansione, Brahman, la cui condizione non si può indicare né in questo né in quello, neti neti, nulla, se non formalmente nel vuoto, che tutto contiene e riassorbe e fa risuonare, come voce e canto permanente dei mille nomi del mondo.

In India, parlando con un insegnate di lingua Hindi anziano e saggio, ci siamo trovati concordi: “insegnare è il servizio supremo”. Servire con il proprio lavoro il Supremo che abita in silenzio il cuore di ogni studente, dare ad esso parole e strumenti perché incontri verità, stabilità e emancipazione, questo è il servizio dello yogi e dell’insegnate devoto. Perciò servire lo studente è servire il Supremo. Dio, il Guru e l’Atman sono una sola cosa, recita un detto indiano. Quelli che l’hanno compreso, hanno conosciuto la grazia del Guru.

Questa è l’esperienza che per me ha manifestato il più alto significato del sacro, del luogo separato in cui si sottrae a se stessi ... 

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Asana, o yoga, è quando stai vent’anni nella stessa posizione. Quando scorre attorno a te il tempo, le persone e le relazioni: vent’anni in cui la Madre ti pesta con due mani e i sensi si assottigliano di conseguenza. Se vuoi restare vent’anni sullo stesso cammino devi chiudere le porte dei sensi, relativizzare uomini e dei, il loro fugace favore, la loro crassa ostilità. Asana significa restare vent’anni nello stesso cammino, finché da cosa, luogo, fare diventa vuoto e una partecipe assenza di sé. Servire ciò che è dato di fare, semplicità. Perciò si dice che ognuno dei nove yogi rappresenta un’asana, uno stare per tutta la vita e oltre, uno stato dell’essere che prende quel nome e una forma tutto sommato stilizzata, appena abbozzata nella pietra. Non è una cosa difficile in sé, è solo resistere, stabili e immobili, senza pensiero e senza alternativa, senza quella reazione che muoverebbe la mente e il resto. Solo quando sono passati vent’anni puoi dire che è possibile. Perché da quella posizione hai visto trascorrere tutto il resto, i vivi e i morti e le ombre, e le onde del mare hanno inghiottito tutto, ritornando tutto a essere ... 

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In realtà io amo guardare le rovine, le cose che bruciano, le assenze e il vuoto. Per me, se è sacro, deve bruciare, per sua natura e vocazione. Se qualcosa mi ispira e mi eleva è perché mi riporta finalmente al vuoto, o lo conferma e lo rafforza.
Però Il Mistero delle Cattedrali di Fulcanelli (che è incentrato sulle immagini alchemiche scolpite in Notre Dame)  è stato il mio libro di formazione, almeno uno dei più importanti, senza il quale, cioè senza quello spirito di visione, non c’è un percorso spirituale tradizionale e non c’è ordine nella propria esperienza interiore. Su quelle pagine, sulle immagini che suggeriva, scattavano le connessioni super-logiche che portano la coscienza, poco più che adolescente, a scoprire l’unione segreta che governa ogni cosa, il grembo delle idee, fecondato dal logos, dove nascono gli dei. Certe esperienze vanno fatte presto, occorre esporsi a queste suggestioni prima dei 25 anni, quando la dura madre è ancora tenera.

Poi, quando alcuni anni dopo finalmente sono entrata a Notre Dame, certo, sono rimasta perplessa di scoprire che quelle figure non erano poi così facilmente visibili e accessibili al visitatore. Piuttosto, ... 

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Tremila anni prima dell'apparizione del Devīmāhātmya, una civiltà avanzata come quella dell'Egitto e della Mesopotamia sorse sulla vasta pianura alluvionale dei fiumi Indo e Sarasvatī e prosperò in splendore tra il 2600 e il 1900 AC. Le sue città di Harappa e Mohenjo-daro erano tra le più grandi al mondo, e ci sono numerose prove archeologiche che l'India dell'Età del Bronzo sia stata culturalmente ed etnicamente diversa com'è oggi. Come nella maggior parte del mondo antico, diversi culti religiosi probabilmente coesistevano, più o meno pacificamente. Poco prima dell'ascesa della civiltà Harappan, o dell'Indo-Sarasvatī, negli insediamenti degli altipiani nel Belucistan, a nord e a ovest della Valle dell'Indo, le culture pre-Harappa consideravano la Dea Madre, o alcune dee, più o meno allo stesso modo degli altri popoli del Neolitico nel Medio Oriente. Prevedibilmente per una società agricola, le immagini della dea pre-Harappan mostrano temi relativi alla fertilità e ai cicli della natura. Realizzate in argilla cotta, le statuine condividono caratteristiche comuni, come capelli riccamente elaborati, collane ornate, facce simili a uccelli, fianchi larghi e seni pieni. Spesso rappresentano la forma femminile dalla vita in su, quasi a suggerire una dea della terra che emerge dal suolo. Alcune, con le mani sul petto, suggeriscono una madre benevola e nutriente. Altre, spesso incappucciate e con visi truci, talvolta a forma di teschio, suggeriscono una dea del mondo sotterraneo che è il guardiana dei morti e forse del seme interrato. I loro macabri volti e le loro bocche distorte sembrano concepiti per evocare il terrore, ed è facile immaginare la dea che rappresentavano come un prototipo di Kālī.

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Questo corpo è il Sacrificio, questo corpo è la Coppa. Qui si riversano gli spiriti e le offerte, pure e impure, integre e spezzate, poiché nulla si è preso e tutto si dà. Qui si trasformano, bruciando, l’essere e il non essere. La coppa è l’Amore, la Coppa è il sacrificio. L’Amore è il fuoco purificatore, la sostanza del sacrificio.

Qui convergono i mondi, qui si danno convegno i demoni e i celesti, in attesa festosa e vibrante. Si intossicano beati del sangue che zampilla dal petto aperto del Cavallo che, morendo dissanguato in fiotti, canta le parole sacre, sul tema che solo lui può udire.

Il fuoco del sacrificio, attizzato dal liquore del sangue vivo, eccita i demoni a danzare e gli dei si nascondono in preda alla fornicazione. Il petto del sacerdote arde come nucleo spezzato e si leva la colonna di fuoco tra lo sterno e la corona a stabilire lo spazio sacro verticale, inattingibile – su cui la maschera ridente e spalancata del Bhairava si fissa con gli occhi sgranati, la bocca aperta, a sigillo. Tu che stabilisci il limite originario, l’incommensurabile e il sacro.

Se tutto ciò non fosse umano, sensibile e vivente, sarebbe il trucco di un ... 

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Se poi qualcuno è benedetto da una folgorante devozione, la deve custodire nel cuore, dove ha preso ad abitare, e mai distogliersi da quella luminosità e da quel calore. Attenda di vederla sorgere quando si ritira e sembra tacere, come l’insonne attende che il sole ritorni a scaldare la terra al mattino, quando ancora è notte e freddo. Quindi resti tutto il giorno in ascolto di quella dolcezza e di quella mestizia, si immerga nell’onda di bellezza e di beatitudine e di nostalgia. Nulla è più potente e generoso dell’amore. Nulla sa trattenere e riscaldare il soffio come l’amore. Perché niente interessa all’amante oltre l’Amato, nulla lo distoglie.

Allora, mosso dalla dolcezza interna, incomincerà a raccogliere ciò che desidera offrire. Apprenderà quello che è stato detto e fatto per onorare la figura amata dagli antichi e dai moderni, comprenderà quali siano l’immagine e i numerosi riti che hanno rappresentato nei secoli quella figura e ne incomincerà uno suo, che proviene dalla sintesi di ciò che è già stato detto e fatto, ne rispecchierà il gusto e i canoni, ma racconterà il proprio cuore, non la prassi ordinaria, ma la sua ... 

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