Il Devīmāhātmya inizia con il racconto del rishi Mārkaṇḍeya che narra di un re virtuoso, di nome Suratha, di come soffrisse per aver perduto il suo regno e come cavalcando da solo nella foresta fosse giunto all’eremo di Medha, un sant’uomo. Il racconto poi prosegue con l’arrivo all’eremo di un mercante di nome Samadhi, espropriato della sua ricchezza e scacciato dalla sua avida famiglia. In quel luogo, circondati dalla pace e dalla bellezza, entrambi si aspettano di trovare la tranquillità, ma al suo posto emerge un profondo tumulto interiore, alimentato da pensieri ricorrenti di smarrimento, tradimento e di attaccamento a ciò che si erano lasciati alle spalle. Il re riteneva che in quanto uomini di conoscenza, avrebbero dovuto saper individuare la causa della loro infelicità. Insieme si rivolgono a Medha, che immediatamente riconosce nella conoscenza intesa dal re la conoscenza del mondo materiale e non la comprensione approfondita della vera natura delle cose. Il compito del saggio sarà quindi quello di risvegliare i suoi due discepoli alla conoscenza spirituale più elevata. Medha rivela a Suratha e Samadhi che, come tutti gli esseri umani, anche loro sono vittima dell’inganno di Mahāmāyā, colei che getta persino il sapiente nell’oscuro vortice dell’attaccamento. Dopo aver soggiogato le loro menti, ella li lega al ciclo di esistenze transitorie (samsāra) e alle sofferenze che ne conseguono. Medha spiega ai discepoli che nulla in questo mondo è come appare.

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[tratto da “Fuoco dei Filosofi” Raphael, per le Edizioni Asram Vidya]

Non si può non riconoscere che ogni attività (professione, ecc.) profana-sociale esige una certa attitudine, una predisposizione e qualificazione; potremmo persino parlare di vocazione. Per ogni funzione occorre, dunque, l’idoneità attinente a quella particolare sfera. Spesso si possono avere non bravi professionisti o lavoratori perché non si é portati per quello specifico ruolo, perché si manca appunto di vocazione o di attitudine. Questa, se non sempre, può essere comunque sviluppata, sebbene può capitare che il soggetto neanche sappia di averla.

Anche nel campo spirituale vige la stessa legge; un candidato privo di vocazione, di predisposizioni e qualificazioni, potrebbe fare ben poco. Per quanto possa seguire un sentiero, sarà pur sempre un cattivo aspirante. Inoltre, come per seguire una qualsiasi professione occorrono studio, tempo, abnegazione e grande serietà, così per seguire un sentiero spirituale, o iniziatico, necessitano una grande serietà, abnegazione e parecchio tempo a disposizione. Capita però che, in via di massima, l’aspirante si dedichi alla Realizzazione ... 

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Cominciando dall'alto, l'assimilazione di sahasrāra , «localizzato» alla corona della testa, con la sefìroth suprema non presenta difficoltà alcuna, anzi il suo nome kether significa appunto « corona ». Troviamo quindi la coppia Hokmah e Binah, la quale corrisponde ad âjnâ , e la cui dualità potrebbe anche essere rappresentata dai due petali di questo « loto »; esse d'altronde hanno per «risultante» «Daath», cioè la «Conoscenza», ed abbiamo visto che la « localizzazione » di âjnâ si riferisce anche all'«occhio della Conoscenza». La successiva coppia, cioè Hesed e Geburah, può essere messa in relazione, secondo un simbolismo molto diffuso che riguarda gli attributi di « Misericordia » e di « Giustizia », con le due braccia; queste due sefìroth dovranno dunque esser sistemate alle due spalle, e quindi al livello della regione gutturale corrispondente cioè a vīshuddha. Quanto a Thifereth, la sua posizione centrale si riferisce manifestamente al cuore, il che implica una corrispondenza immediata con anāhata. La coppia Netsah - Hod troverà il suo posto alle anche, punti d'attacco delle estremità inferiori, analogamente a Hesed e Geburah punti d'attacco delle superiori; orbene, le anche sono al livello della regione ombelicale, quindi di manipūra. Per quanto riguarda infine le due ultime sefiroth pare si debba far intervenire, un'interversione in quanto Jesod nel suo vero significato è il «fondamento », il che corrisponde esatta-mente a mūlādhāra. Occorrerebbe dunque assimilare Malkuth a swādhishtāna come il significato dei nomi sembra giustificare, poiché Malkuth è il « Regno » e swādhishtāna significa letteralmente la «dimora propria» della shaktī.

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ShravNa, Manana, NidhidhyAsana.

[adattamento da I Discorsi di Sri Chandrasekarendra Saraswati]

L’analisi mentale dell’Upadesha (insegnamento) attraverso la riflessione costante è l’esercizio detto Manana. Successivamente, quando non esiste più necessità e scopo per ulteriore analisi e discussione, si procede con NidhidhyAsana, che è lo stato in cui la mente è concentrata esclusivamente nell’identificazione con l’atman- tattva, su cui si è giunti a una perfetta chiarezza, e la mente non è scossa da alcun movimento.
Shankaracharya, nel trattato sulla Discriminazione tra Atman e anatman (AtmA-anAAtma-vivekam) ha descritto in prosa, mediante domande e risposte, il contenuto delle espressioni “ShravaNa” ”manana” e “nidhidhyAsana”. La verità che è insegnata nel Vedanta è espressa nelle dichiarazioni (Mahavakya) dei Veda, che vengono esposte e dimostrate dal Guru secondo un procedimento tradizionale. Ascoltare e ricevere questo insegnamento è detto shravaNaM. Avendo imparato a conoscere l’Essere non duale, si analizza e persegue nel ragionamento in accordo con i Veda-ShAstra; questo è mananaM. E’ importante sottolineare ... 

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Da: SIMBOLI DELLA SCIENZA SACRA
TITOLO ORIGINALE: Symboles fondamentaux de la Science sacrée
Traduzione di Francesco Zambon
seconda edizione: aprile 1978
1962 EDITIONS GALLIMARD – PARIS
1975 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. – MILANO


IL CUORE E LA CAVERNA

Abbiamo accennato in precedenza alla stretta relazione che esiste fra il simbolismo della caverna e quello del cuore, e che spiega il ruolo svolto dalla caverna dal punto di vista iniziatico, in quanto rappresentazione di un centro spirituale. Infatti, il cuore è essenzialmente un simbolo del centro, che si tratti del centro di un essere o, analogicamente, di quello di un mondo, cioè, in altri termini, sia che ci si ponga dal punto di vista microcosmico sia dal punto di vista macrocosmico; e quindi naturale, in virtù di questa relazione, che lo stesso significato convenga ugualmente alla caverna; ma dobbiamo ora spiegare più completamente proprio questa connessione simbolica. La «caverna del cuore” è una nota espressione tradizionale: il termine “guha”, in sanscrito, designa in genere una caverna, ma si applica anche alla cavità interna del cuore, e quindi al cuore stesso; è questa «caverna del cuore” il centro vitale ... 

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[Tratto da : Dom Antonio G. Pernety- Le favole egizie e greche svelate e riportate ad unico fondamento]

Quando si conosce la genealogìa d’Osiride, si sa anche della d’Iside sua sposa, inquanto chè questa era sua sorella. Comunemente si ritiene che questa Dea era il simbolo della Luna, così come Osiride era quello del Sole; ma la si riteneva anche come simbolo della Natura in generale, e per la Terra, secondo Macrobio. Partendo da tale concetto, dice questo Autore, la ci rappresentava avente il corpo tutto coperto di mammelle. Apuleio concorda con Macrobio, e ne fa il seguente ritratto: « Una chioma lunga e tolta cadeva ondeggiante sul suo collo divino: aveva sul capo una corona variamente bella nella forma e per i fiori della quale era ornata. Sul davanti, nel mezzo, spiccava una specie di globo, quasi in forma di specchio, il quale proiettava una luce brillante argentea come quella della Luna. A destra ed a sinistra di detto globo stavano due ondeggianti vipere quasi ad incastrarlo e sostenerlo; e dalla base della corona venivan fuori delle spighe di grano. Una veste di finissimo lino la copriva completamente, ed era molto brillante sia per il suo estrèmo candore, ... 

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da Fulcanelli,  “Il Mistero delle Cattedrali”.

Un tempo, le camere sotterranee dei templi servivano come dimora per le statue di Iside, ed esse diventarono, al tempo dell’introduzione del cristianesimo in Gallia, quelle Vergini nere che il popolo, ai giorni nostri, circonda d’una venerazione tutta particolare. Del resto il simbolismo tra queste due raffigurazioni è lo stesso: le une e le altre mostrano sul loro basamento la famosa iscrizione: Virgini pariturae; alla Vergine che deve partorire. Ch. Bigarne (Considérations sur le Culle d’Isis chez les Eduens. Beaune, 1862.), ci parla di parecchie statue di Iside designate dallo stesso vocabolo. L’erudito Pierre Dujois ci dice: «Già nella sua Bibliografia generale dell’Occulto, il sapiente Elias Schadius aveva segnalato, nel suo libro De dictis Germanicis, un’iscrizione analoga: Isidi, seu Virgini ex qua filius proditurus est (A Iside, o alla Vergine dalla quale nascerà il Figlio). Queste icone, dunque, non avevano per nulla il significato cristiano, che comunemente viene loro dato, almeno dal punto di vista esoterico. Bigarne dice che Iside, prima della concezione è, secondo la ... 

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[Tratto da Titus Burckhardt, ALCHIMIA – Significato e visione del mondo]

La visione ermetica delle cose si fonda sull’analogia fra l’universo – il macrocosmo – e l’uomo – il microcosmo – : analogia il cui asse o la cui chiave di volta è lo Spirito o Intelletto universale, prima emanazione dell’Uno assoluto.
L’universo e l’uomo si rispecchiano l’uno nell’altro: tutto ciò si trova nel primo deve necessariamente trovarsi, in un modo o nell’altro, anche nel secondo. Tale corrispondenza potrà essere meglio intuita riconducendola, anche se in via del tutto provvisoria, alla relazione soggetto-oggetto, conoscente-conosciuto: il mondo, in quanto oggetto, si riflette a tal punto nello specchio del soggetto umano che non ci sarebbe possibile percepirlo al di fuori di quest’ultimo.
Mentre il soggetto, lo specchio, esiste solo per quello che vi si riflette. Queste due polarità possono anche essere distinte, ma in nessun caso separate. Empiricamente, il soggetto si identifica con l’Io; e poiché questo si identifica a sua volta con il corpo, ecco che il soggetto ci potrà apparire non soltanto frantumato nelle prospettive individuali ... 

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SHIVGORAKSHANATHJI

 Amar Katha

Una volta Parvati chiese al suo consorte, il Signore Shiva: “O il più grande degli Dei, tu indossi attorno al collo una ghirlanda di teschi umani. Puoi spiegarmi perché lo fai e a chi sono appartenuti?”. Con un sorriso, il Signore degli Yogi rispose: “Tutti appartenevano a te nelle tue vite precedenti, e li indosso perché mi ricordano dei momenti felici.” Parvati fu molto stupita di questa risposta. Era chiaramente turbata: “Tu sei una persona senza cuore! Sono stata la tua amata compagna, vita dopo vita, e tu che sei immortale hai collezionato i miei teschi e li hai messi intorno al collo senza pietà? Questo è dunque il tuo amore!”. Era molto arrabbiata con Shiva. Come al solito rimanendo tranquillo, il Signore degli Yogi rispose con un sorriso gentile: “Mia cara, non è colpa mia se sei morta e nata molte volte, dipende solo da te. Poiché non sei a conoscenza dell’Amar Katha (Dottrina dell’Immortalità), il tuo destino può essere solo questo. Solo chi sa può diventare immortale. L’Amar Katha è il più grande segreto e il mistero di questo mondo, e il solo modo per ottenere l’immortalità”. Dopo che ebbe finito di parlare, Parvati esclamò:”Dovresti subito insegnarmi questo Amar Katha, così diventerò immortale come te e non morirò più.” Era furiosa come non mai. Shiva sorrise dolcemente e disse: “Che cosa meravigliosa! Sai, Parvati, di volta in volta, nelle tue vite precedenti, hai chiesto la stessa cosa. E ogni volta che cercavo di raccontarti questo Katha (storia), poiché non stavi ascoltando con la dovuta attenzione, non hai potuto raggiungere la sua piena conoscenza. Per raggiungere l’immortalità si deve ascoltare attentamente dall’inizio fino alla fine. Tu non sei stata in grado di farlo in nessuna delle tue vite precedenti, quindi sei morta ogni volta. Se insisti, proviamoci ancora una volta. Ma per favore, ascolta con attenzione questa volta, perché per diventare libera dagli infiniti cicli di nascita e morte, devi sapere tutto il Katha, dall’inizio fino alla fine. Appartiamoci quindi in un luogo solitario dove nessuno ci possa ascoltare, perché dovremmo tenere questa conoscenza segreta a tutti gli altri.” Raggiunsero la riva del mare, dove erano completamente soli e il rumore delle onde non consentiva a nessuno di ascoltare quello che dicevano. Si sedettero comodamente, e Shiva incominciò a raccontare l’Amar Katha a Parvati.

Accadeva che qualche tempo prima di questo evento, in una famiglia bramina era nato un bambino, e poiché la posizione delle stelle al momento della sua nascita era molto infausta, suo padre lo aveva gettato in mare. Il bambino non era annegato, ma era stato inghiottito da un grosso pesce, e nello stomaco del pesce miracolosamente era sopravvissuto, e lì dentro ancora viveva. Poco prima dell’arrivo di Shiva e Parvati, il pesce aveva raggiunto lo stesso luogo e si era fermato lì per una sosta. Essendo ricoperto dall’acqua, era del tutto invisibile. Il bambino che viveva nel ventre del pesce, anche lui era giunto lì. Così, quando Shiva e Parvati arrivarono, anch’egli si trovava lì con loro, coperto dall’acqua, e impotente. Grazie a questa situazione, si trovò ad ascoltare tutto l’Amar Katha dall’inizio fino alla fine, senza interruzione. Shiva non si accorse della sua presenza fino alla fine, e il bambino rimase per tutto il tempo ad ascoltare con attenzione. Parvati era inizialmente molto desiderosa di ascoltare. Ascoltava con grande concentrazione, ma siccome il Katha era molto lungo, e la voce insieme al suono delle onde erano così monotoni, si sentì sopraffare dalla sonnolenza dopo poco tempo. Lentamente scivolò nel sonno profondo. Quando Shiva finì di raccontare, disse a Parvati: “Dunque spero che questa volta tu abbia compreso tutto correttamente”, ma lei non rispose. Allora Shiva volse lo sguardo verso Parvati e fu di nuovo sorpreso di vedere che era profondamente addormentata. La svegliò e disse:”Ancora una volta ho recitato la storia dell’Amar Katha per te, ma come nelle tue vite precedenti, non sei stata in grado di ascoltare attentamente e hai ceduto al sonno. Ora, che cosa posso fare per te?” Parvati provava vergogna di se stessa e delusione, quindi implorava con le mani giunte: “O Mahadeva, ti prego, raccontamelo di nuovo, questa volta non dormirò”. “Mi dispiace”, rispose Shiva “ma non posso farlo una volta di più perché tale è la legge, l’Amar Katha può essere detto alla stessa persona solo una volta nel corso di una vita. Dobbiamo aspettare la tua prossima vita, mi dispiace”. Parvati fu costretta ad accettare quello che era successo, e poiché non si poteva rimediare, si mise in pace.

Improvvisamente Shiva sentì che qualcuno si trovava nelle vicinanze, ma inizialmente non riusciva a localizzare dove fosse. Con i suoi poteri Yogici percepiva chiaramente che qualcun altro aveva ascoltato l’Amar Katha, senza il suo permesso. “Ehi, chiunque tu sia, vieni subito davanti a me!” disse. Allora il pesce aprì la bocca e il bambino saltò fuori dall’acqua, proprio di fronte a lui. In un primo momento, Shiva si adirò alla vista questo ascoltatore non voluto: “Ed eccoti qui!”esclamò. Stava per ucciderlo con il suo tridente, perché ragazzo aveva commesso un grave crimine ascoltando di nascosto l’Amar Katha. Il bambino era in piedi di fronte a lui, con le mani giunte.”Chi sei e come sei arrivato qui?” Śiva chiese. Il ragazzo raccontò la sua storia, di come fosse stato inghiottito dal pesce e avesse involontariamente ascoltato il segreto che Śiva narrava a Parvati. Shiva comprese che il ragazzo era innocente e che tutto questo era accaduto contro la sua volontà. Comprese però che quel ragazzo era diventato immortale poiché aveva ascoltato l’intero Amar Katha, ed era stato iniziato alla “Dottrina dell’Immortalità”. La Devi esclamò: “Che bel bambino! Che cosa hai intenzione di fare di lui?” Shiva stava riflettendo da un po’. Poi disse: “Vedo in quello che è successo oggi un segno del destino, quindi penso che sia venuto il tempo di offrire alla gente la conoscenza dello Yoga. Io sono Adi Nath e lui ha ricevuto l’iniziazione da me, anche se non ero disposto a concedergliela. D’ora in poi il suo nome sarà Matsyendra Nath, poiché è diventato un Nath ed è venuto da un pesce. Fino a questo momento io ho tenuto segreta la conoscenza dello Yoga, ma ora penso che sia giunto il momento di accordarla a tutti. Lui andrà tra il popolo a diffondere la dottrina dello Yoga. Poi Shiva inserì i kundal (orecchini) nelle orecchie del ragazzo, come i kundal che egli stesso indossava. Ora il ragazzo era in piedi davanti a Śiva con le mani giunte: “O Nath! Sono solo un piccolo bambino indifeso. La dottrina che sono venuto a sapere è molto difficile da capire, più difficile da praticare e impossibile da insegnare agli altri. Come posso da solo svolgere questo compito? Ti prego di avere pietà di me”. Il Grande Signore sorrise e disse: “Non ti preoccupare, figlio mio, ora non sei indifeso come prima e non sei solo, perché io sono con te. Io stesso ti assisterò nella fondazione della dottrina dello Yoga sulla terra. Ora vai e incomincia, poi io stesso mi unirò a te e ti aiuterò in questo compito; ancora di più, io diventerò tuo discepolo, per il bene dello Yoga”.

Matsyendra Nath

śrīGuruṁ paramānandaṁ Vande svānandavigraham |
yasya sannidhyamātreṇa cidānandāyate tanuḥ | | 1 | |
antarniścalitātmadīpakalikā svādhārabandhādibhiḥ
yo Yogi yugakalpakālakalanāttvaṁ ca jegīyate |
jñānāmodamahodadhiḥ samabhavad yatrādināthaḥ Svayam
vyaktāvyaktaguṇādhikaṁ tamaniśaṁ śrīmīnanāthaṁ bhaje | | 2 | |
(Gorakṣa Śataka versi 1-2)

“[1] Saluto il Guru, (che è) incarnazione della beatitudine eterna, che conferisce (al discepolo) lo stato di beatitudine del Sé, il sommo eterno Sé, e grazie alla cui sola vicinanza il corpo è trasceso come pura coscienza e beatitudine. || [2] A tale Yogi che in tutte le età e in ogni epoca dimora all’interno della luce perpetua della fiamma della sua anima, lì stabilito in virtù della sua pratica, e che non è influenzato dai cambiamenti del tempo, che ha realizzato la sua unità con Adi Nath stesso, che è come il grande oceano di conoscenza e beatitudine, che è più di ciò che le qualità vyakta e avyakta possano descrivere, a quel venerabile Mīnanātha io porgo il mio saluto.”(Gorakṣa Śataka versi 1-2)

Il nome di Matsyendra Nath è uno dei più noti tra gli Yogi del Nath Sampradaya, nonché di tutta la tradizione Mahasiddha. E’ sopratutto conosciuto come il Guru di Goraksh Nath, e meno conosciuto come uno dei fondatori della scuola tantrica Kaula. Matsyendra Nath è una figura molto importante per i Nath, quale fondatore della tradizione. Anche se il fondatore è ritenuto essere Guru Goraksh Nath, che propriamente ha fondato l’ordine degli Yogi, i nomi di Matsyendra Nath e Jalandhar Nath lo precedono temporalmente nella lista degli Acharya, ovvero nel Parampara – il lignaggio della setta. Per questo motivo Matsyendra Nath è anche conosciuto come Dada (Guru) Matsyendra Nath, dove “Dada” significa”nonno” Guru. Se Goraksh è unanimemente accettato come Guru da tutti i Natha, Matsyendra Nath è riconosciuto come il precettore e il padre spirituale del loro Guru, e quindi come il “nonno” Guru.

Esistono molte leggende, in India e Nepal, che descrivono i poteri soprannaturali e i miracoli compiuti da Matsyendra Nath. E’ opinione diffusa che, come Goraksh Nath, anche lui fosse immortale, dotato di straordinari poteri magici e superiore all’essere umano ordinario. Egli è menzionato come uno dei grandi Siddha, tra coloro che hanno annientato l’effetto del tempo grazie al potere dell’Hatha Yoga, capaci di spostarsi nell’Universo liberamente. A volte Matsyendra Nath è paragonato a Shiva nella tradizione indiana Nath, e nella tradizione buddista del Nepal è adorato come Avalokiteshvara, divinità del pantheon buddista. Uno dei più noti tra i suoi poteri soprannaturali, citati nelle leggende, è stata la capacità di abbandonare un corpo e di entrare in un altro a suo piacimento, e di rimanervi per un periodo prolungato di tempo. Si ritiene che nella conoscenza delle scienze occulte e della magia non fosse secondo a nessuno, probabilmente escludendo solo il suo grande discepolo. Ha avuto anche reputazione di famoso praticante tantrico, e in alcune storie appare come mago malvagio che stermina con la sua magia l’esercito del re del Nepal, che sarà successivamente restaurato da Gorakh Nath. Egli è onorato come Guru e come ideale di sadhaka da molti praticanti moderni di Tantra, soprattutto tra coloro che cercano di seguire il percorso Kaula Shakti marga.

Alcune leggende lo dipingono come lo Yogi”caduto”, che imprigionato dalla sua passione per le donne, dimentica il suo passato yogico, e Goraksh Nath deve salvarlo da questa situazione. Eppure altre fonti dicono che avrebbe commesso i suoi”errori”solo a beneficio del mondo e del suo illustre discepolo, totalmente distaccato da tutto quello che stava facendo (e se supponiamo che il suo spirito fosse libero dall’attaccamento al corpo, ciò dovrebbe essere vero); infatti, essere il Guru di Dio era compito non facile. I rapporti tra Matsyendra Nath e Goraksh Nath sono considerati un esempio ideale della relazione tra Guru e discepolo, e ne indicano il percorso da seguire; tutti coloro che hanno raggiunto la liberazione e l’immortalità hanno compiuto solo questo percorso.
Esistono molti elenchi differenti dei Nove Grandi Nath, e Matseyndra Nath appare in quasi tutti. Tra Tra i membri della Enneade dei Grandi Natha è conosciuto come Māyā Svarupī o Māyā Pati Dada Matsyendra Nath, nomi che hanno un significato simbolico. Māyā Svarupī può essere tradotto come “la forma di Maya (illusione)” e Maya Pati indica il padrone dell’illusione. In questo contesto egli appare non come limitata individualità umana, ma piuttosto come paradigma universale del potere dello Yoga. Dopo il risveglio della Kundalini, non è Guru solo l’individuo che sta guidando lo Yogi attraverso il cammino, ma l’intera esistenza diventa il suo Guru; Maya passa dal ruolo di mera illusione a diventare Yoga Maya, il potere della trasformazione che conduce verso il Sé spirituale.
Intorno alla tradizione Nath esistono numerosi canti popolari devozionali che presentano le idee degli Yogi Nath, composti in vari dialetti antichi e moderni dell’India, i cui temi sono molto popolari, soprattutto nella parte settentrionale del paese. La maggior parte di essi sono scritti in forma di monologo di Matsyendra Nath, che si rivolge al suo discepolo Goraksh Nath e terminano con le parole,’Kahate Matsendar Baba, suno Jati Goraksh’, che significa ‘Matsendar sta parlando, ascolta oh Goraksh!’

Goraksh Nath

Da tempo l’India è riconosciuta come un importante centro della vita spirituale, che ha esercitato grande influenza sullo sviluppo di tutta la civiltà umana. La storia del paese è stata sempre segnata dalle storie di diversi grandi santi, Siddha e MahaYogis, che appaiono di volta in volta a guidare l’umanità verso ideali più alti, grazie all’esempio delle loro vite illustri.
Tra le altre personalità di spicco dell’India il nome di Guru Goraksh Nath è riconoscibile per le molte leggende sulle sue opere meravigliose. Si tratta di storie molto inusuali, che appaiono fiabesche alla mentalità moderna, orientata al materialismo, tanto che oggi risulta molto difficile sospendere l’incredulità e lasciarsi persuadere da esse. Tra le sua gesta, è descritto volare, trasformare una montagna in oro, creare delle persone viventi con i suoi poteri Yogici e compiere molti miracoli e altri eventi soprannaturali, contraddicendo tutte le leggi della scienza moderna. Nella lingua Hindi esiste un’espressione connessa con il suo nome:”Goraksh Dhanda”, che tradotto letteralmente significa”sconcertante come le gesta di Goraksh”, che viene utilizzata per definire gli eventi che accadono in circostanze strane e misteriose. Letteralmente tradotto, il nome di Go – raksa significa “Colui che difende le vacche”. In una delle rime devozionali dei Natha, i sensi sono paragonati a vacche brade che chiedono che egli le protegga come un mandriano. Gorakh è una variante della grafia dello stesso nome, con lo stesso significato.
Come personaggio storico, Goraksh Nath è molto famoso in tutta l’India, un celebre santo, che ha raggiunto l’eccellenza suprema nella pratica dello Yoga e acquisito poteri soprannaturali. Avrebbe viaggiato ampiamente in India e nei paesi vicini, e ancora oggi, molti luoghi sono ricordati come teatro delle leggende e dei suoi miracoli. La forte personalità e la realizzazione nello Yoga gli hanno accordato un vasto seguito, e alcuni dei regnanti suoi contemporanei diventarono suoi discepoli. Sembra che al momento della formazione dell’ordine Nath, egli sia stato unanimemente accettato come un’incarnazione di Shiva, e in tal modo, molte altre sette ascetiche furono felici di unirsi all’ordine appena creato. Esistono molti libri attribuiti alla paternità di Goraksh Nath, alcuni dei quali sono stati pietre miliari per lo sviluppo della tradizione Yoga. Tra di essi, alcuni sono in sanscrito e altri sono scritti nei dialetti medievali dell’India.
Non si sa molto del luogo della sua nascita, e opinioni diverse sono state sostenute da diversi studiosi. Le aree del Bengala, Nepal, Assam, Punjab, Gujarat, Karnataka, Uttar Pradesh, Himachal Pradesh, Uttarakhand e Maharashtra sono le più menzionate nelle leggende della sua vita. Secondo le opinioni espresse da alcuni ricercatori, egli non visse prima del 7° secolo e non oltre il 12° secolo dC. La prima data si basa sull’ipotesi che sia stato contemporaneo del re del Nepal Narendra Deva, che salì al trono intorno al 640 dC e governò fino alla morte, avvenuta nel 683 dC. L’ultima data è ricavata sulla base della biografia del santo Jñāneśvar, secondo cui Goraksh Nath non era vissuto molto tempo prima di lui.

I Nath Yogi credono che Goraksh Nath fosse molto più di un Guru umano, e insistono sulla sua miracolosa nascita non umana e ne affermano l’immortalità. Si racconta che vivesse ancor prima che la Creazione avesse avuto luogo, e poi attraverso tutti i quattro Yuga, e che viva ancora adesso, sebbene invisibile. Varie testimonianze riportano di incontri con diverse persone vissute in epoche molto distanti tra loro, e dunque in un arco di tempo impossibile per l’essere umano ordinario. Egli è descritto come sfondo invisibile e potere ispiratore dietro la manifestazione di molti santi, in diversi periodi della storia. Kabir, Guru Nanak, Guga Pir, Raja Bhartrihari e molti altri sono tradizionalmente collegati con la sua personalità. Secondo alcune leggende, egli non era legato a un corpo fisico, ed era in grado di lasciare facilmente il proprio corpo ed entrare in altri corpi, o di crearne uno, o più di uno, con la sua volontà e che, dunque, fosse immortale. I Nath ritengono che sia ancora vivo e appaia in luoghi diversi, quando si renda necessario proteggere Dharma. Continua a leggere