Penso ad Arjuna che teme di doversi sottrarre alla battaglia perché comporterà la morte di persone che rispetta e perfino di persone amate. Ma Krisna gli dice che costoro sono già morti e che moriranno ancora, che ogni vita è già gettata tra le grandi fauci del tempo che tutto ciclicamente consuma. Di non temere, né per sé né per gli altri, che non c'è morte più santa che quella che si incontra sul proprio campo di battaglia, nel proprio swadharma, dovere e vocazione, che è l'incontro con il presente, che è sempre fatale. Eppure questo potente discorso, disturbante e al limite dell'inaccettabile, da tempo è trasmesso in una forma di quietismo che dispone anche le anime più pigre a un servizio disinteressato, di solito circoscritto a umili mansioni. Invece, è il discorso sul vivere e sul morire, che evidentemente per molto tempo non aveva sfiorato più nessuno, fino ad oggi. Discorso che parla della vita come sacrificio supremo, che l'essere vivi e compiere la propria opera è il sacrificio supremo, così come nelle Upanishad è detto: l'uomo è invero il sacrificio.

C'è qualcosa che facevamo e che nutriva ben altro che l'economia, ma da cui l'economia al massimo discendeva, quando non ostacolava. Era il nostro sacrificio, di anni di lavoro e di studio, il dovere che ciascuno sente di fare per sé e per tutto il resto, che è la quintessenza pratica dello spirito, quello che non è mai separato dalla materia e dal corpo vivente, che nei corpi abita temporaneamente, che li brucia e li sacrifica, e non si arresta con la morte, perché i suoi effetti sopravvivono al singolo. Perciò il Dharma è perenne, non perché immutabile per via di qualche legge, ma perché vive ardendo il corpo che lo ospita, e il Dahrma che con lui ha vissuto prosegue. Immortalità momentanea che tutti godono quando sentono di essere in questa potenza dello spirito che si percepisce come vita, ma che è il soffio universale, che con molta fatica si riesce a salire, o si cade subito sconfitti, e che con tutto il sacrificio di sé si realizza, per essere trasportati un attimo da quel sentimento che svuota di sé e crea ogni cosa, che diventa altro, che non si possiede e non si può trattenere e conservare. Quella sensazione, che ha molti nomi, che è la percezione diretta e indimostrabile di essere vivi, in un vivente che ci sovrasta e ci consuma, inevitabilmente. Amiamo solo questo ardere, tra un visibile e invisibile corpo universale di infiniti altri, e tutto quello che ci rende vivi è l'ardore in cui ci stiamo consumando. La morte non è mai pensabile, perché la percezione di quel flusso che non si arresta e una volta montato come un'onda, non ci abbandona.

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BRHADARANYAKA UPANISHAD
PRIMO ADHYAYA – SECONDO BRAHAMANA

1. Solo il nulla vi era in origine: L’Universo era avviluppato dalla morte e dalla fame, poiché fame è morte. Egli creò la mente, dicendo tra sé : “Che io possa avere una mente”. Quindi trascorse qualche tempo in adorazione, e in virtù di tale adorazione si produssero le acque. Allora Egli comprese che adorando aveva conseguito l’acqua. Chi conosce l’origine dello splendore (Arka), comprende come conseguire l’acqua e diviene partecipe di felicità.
2. L’acqua era splendore. La schiuma delle acque si consolidò e diventò la terra. E quando anche la terra fu creata, Egli si sentì stanco. Mentre conosceva la stanchezza e il turbamento, la sua essenza e la sua gloria emersero all’esterno. E questo fu il Fuoco.
3. Poi si scisse in tre parti, una il fuoco, una il sole, una il vento; questo è il triforme spirito vitale (Prana). L’oriente fu il suo capo, i venti che provengono da quella zona furono le zampe anteriori; l’occidente fu la sua coda; i venti che soffiano da occidente furono le zampe posteriori; il settentrione e il mezzogiorno furono i ... 

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La mente, che è chiamata ‘organo interno’ (antaHkaraNam), è indicata con quattro nomi in base alle rispettive funzioni: manas, buddhi, chittam e ahamkAra. La funzione del pensiero è conosciuta come manas, che designa l’attività della mente ordinaria, come comportamento, esperienza di piacere, repulsione, reazione e relazione. Quando viene presa una decisione, appellandosi al senso etico, alla verità, al discernimento, è detta buddhi o intelletto. La funzione di memorizzare le esperienze e le informazioni, e di compiere operazioni formali, è chiamata chittam. Il senso dell’io è ahamkAra. La parola “antaHkaraNam” è anche usata per la mente nel suo complesso quando queste distinzioni non sono espresse.

L’ascolto e la meditazione dei mahAvAkya, secondo il pensiero vedantico, dà origine alla conoscenza del Sé, facendo assumere alla mente la “forma” del Brahman, secondo la formula espressa nell’insegnamento impartito. Questa facoltà “plastica” della mente, di prendere la forma del contenuto su cui si focalizza, è la caratteristica principale della psicologia indiana tradizionale. Con un’intuizione che precede ... 

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Nella tradizione indiana, la via della Conoscenza spirituale pura (Jnana) è esposta dalla dottrina del Vedanta. Istruendo a un profondo discernimento dell’io dalle illusioni create dal mondo, si medita la contemplazione perfetta dell’Uno, o della non dualità (Advaita). Nata come pratica destinata agli asceti, questa istruzione apre alla dimensione spirituale pura, priva di azione, merito o colpa, tesa alla Liberazione spirituale (Mukti). E’ una delle più nobili visioni dell’essere, fatta di sobrietà del pensiero, libertà e consapevolezza. La sua eco, diffusa nel mondo antico, si ritrova da Plotino alla mistica cristiana medievale.

Il seminario prevede la lettura e il commento di alcuni brani scelti dalle Upanishad, seguiti da un’introduzione all’opera dei Maestri che hanno tramandato l’insegnamento della realizzazione non duale, con particolare attenzione alle origini, alla scuole di Gaudapada e Shankaracharya.

L’incontro si svolge a Pesaro, sono disponibili sette posti in presenza.
E’ possibile partecipare al seminario in collegamento Skype.
Informazioni: 370.3636348
L’orario del seminario è 9-12 e 15-18.

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OM! Quello è infinito, questo è infinito
Da quell’infinito proviene questo infinito
Sottraendo questo infinito a quell’infinito
Ciò che resta è infinito. OM! Pace, pace, pace!

1. Tutto ciò che esiste è pieno di Dio, tutto ciò che si muove nell’universo ritorna all’Assoluto. Rinuncia ad ogni possesso illusorio per godere di questa realtà; non desiderare i beni ambìti dagli uomini.

2. Compiendo il proprio lavoro si può vivere cent’anni. Così è, poichè il lavoro non abbandona mai l’uomo.

3. In mondi senza sole, avvolti nelle tenebre, vanno coloro che uccidono il proprio Spirito.

4. [Egli, il Signore, è] Uno e immobile, più rapido del pensiero, tanto che neppure gli Dei lo raggiungono, e il suo passo sempre ci precede. Restando fermo, supera tutti quelli che lo rincorrono. Così il Signore sostiene tutto l’esistente.

5. Quello si muove ed è fermo; è vicino eppure lontano; Esso è all’interno ed è all’esterno di tutto.

6. Colui che vede il Sé in tutti gli esseri, e tutti gli esseri nel Sé, non commette alcun errore.

7. Come si potrebbe illudere o rattristare colui che conosce un solo Essere a fondamento di tutti gli esseri e del divenire?

8. ... 

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Mi inchino al Brahman che pervade l’universo con l’effusione della coscienza, che pervade ciò che è mobile e ciò che è immobile, Quello per cui si gode di tutto quello che può essere conosciuto nel mondo grossolano [durante lo stato di veglia], Quello per cui si sperimenta tutto ciò che nasce dal desiderio ed è illuminato dall’intelletto [durante lo stato di sogno], Quello che riposa nella Sua beatitudine e fa che tutti noi godiamo attraverso la Sua Maya, Quello che è detto il Quarto [Turiya] e il supremo, immortale e non nato.
Che Turiya, il Sè dell’universo […] ci accordi la Sua protezione.
– Mandukya Upanishad, Invocazione –

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Al principio è posta alla base l’idea che uno Spirito, unico e stabile, dimori e governi l’universo mobile e le sue forme. Su questo concetto si fonda la regola di una vita divina destinata all’uomo – il godimento di tutto nella rinuncia a tutto, per mezzo dell’esclusione del desiderio.
Un ulteriore principio che informa l’Isha Upanishad è la coincidenza senza compromessi degli opposti irriducibili. Il pensiero successivo prenderà una serie di termini – il Mondo, la Fruizione, l’Azione, la Molteplicità, la Nascita, l’Ignoranza – e riserverà loro una posizione sempre più negativa, esaltando invece le posizioni opposte: Dio, Rinuncia, Quietismo, Uno, Cessazione delle rinascite, Conoscenza. Questa Upanishad cerca invece di gestire i due capi del nodo, di scioglierli e posizionarli alla giusta distanza tra loro, in uno spazio che è insieme ordine e relazione. Non subordina e non qualifica alcuno degli estremi, ma ne rileva piuttosto la reciproca dipendenza.
La rinuncia è una scelta estrema, ma anche il possesso/godimento dei beni deve rappresentare una condotta integrale. L’azione deve essere incondizionata e generosa, ma anche la libertà dello ... 

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