E’ una delle raffigurazioni più difficili, che sembrano parlare del morbo e della quarantena, dell’inagibilità del mondo costruito, dell’essere rinchiusi in un luogo che frana, legati, come animali in trappola, in attesa di una salvezza promessa, mediata da altrove e forse inattendibile. Ricorda antichi modelli di autorità e di castigo, di sacrificio e costrizione. Ricorda la fragilità umana, la sua forzata condizione di maturazione e di essere sospesa, in attesa di istruzioni migliori. L’umana fragilità è spesso negletta e abusata, come fosse il fragile guscio una torre inviolabile, adatta a resistere a ogni assalto. Le mura del castello interiore sono invece supporti fragili e creati in emergenza, forme simboliche, piuttosto che effettive. Segnali di un limite che invece che inviolabile è spazio che si apre sotto la folgore dell’istante, costante bersaglio di violazione e di frattura. Quel perimetro è il luogo del contatto e della capitolazione, della spaccatura che si apre alla relazione. Dove entrano le armate d’assalto del mondo, o del cielo, e le mura cadono in fiamme. Dentro quel sito di isolamento c’è l’anima granello di senape, la sua invisibile posizione capovolta e sensibile, sospinta dal vento che si sforza di controllare, immortale che dialoga con la morte, legato all’intreccio del destino, vivo e morto. Emerga quindi la saggezza che possa dare senso e orientamento, scopo e dignità, tempo e conoscenza: voce significativa, perché di quel seme piantato nel gelo e nel disastro, legato al Supremo da un invisibile filo, nulla vada perduto. La voce della maturità umana e spirituale, consapevolezza del proprio esserci, nel riconoscimento della propria esperienza e sacrificio.

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