Pontormo, Deposizione: il corpo alchemico.

Il 24 maggio 1494 nasceva Jacopo Carucci conosciuto come Jacopo da Pontormo, o il Pontormo. Malinconico, temperamento lunatico, saturnino, lo definisce il Vasari, “un uomo fantastico e solitario”. Se Marsilio Ficino aveva definito Saturno il pianeta la cui disposizione alla nascita reca la malinconia creatrice, questo modello è incarnato da Pontormo (“Raramente caratteri e destini comuni, ma uomini diversi dagli altri, divini o bestiali, felici oppure oppressi dalla miseria più grande”). Con la benedizione di Aristotele, Saturno torna a essere il simbolo della genialità, dell’oscurità e, al limite, della follia.

Si accende, per questa grazia, una nuova scala cromatica e si rivela una geometria priva di gravità, che si chiamerà Maniera, portata a spingersi oltre le caratteristiche naturali, verso una visione completamente trasformata, innaturale e labirintica, come una Gnosi. La via è quella delle trasformazioni alchemiche e del moto serpentino: lo spirito esoterico si impadronisce dell’arte religiosa.
Ognuno dei colori che ci colpiscono in questo quadro era un procedimento oltre il colore naturale, verso la luce. La trasformazione della materia in luce era la pratica spirituale, o alchimistica. La cosiddetta “Maniera” sta per il procedimento, l’arte dello yoga, della fusione della materia con la luce.

Pontormo Deposizione

Le figure non indossano abiti attillati, come vuole la vulgata della storia dell’arte, sono corpi che hanno cambiato colore. La trasformazione del corpo yogico o corpo alchemico in pietra dura (perciò il colore traslucente) si manifesta in relazione alla posizione del moto serpentino. Al centro c’è il Vuoto. Accanto al vuoto, o al limite del vuoto, un fazzoletto di accettabile retorica per detergere le lacrime della Madonna, o per asciugare la materia umida che sale dal livello naturale al piano spirituale. O, come avrebbe voluto il Buddha, a significare la compassione per cui si accede al Vuoto. Forse così l’Alchimista raccoglie al mattino la rugiada, per restare tra le retoriche.

Il moto dei tre serpenti è dipinto in sezione circolare. Il blu, centrale, la Grande Madre in gran manto notturno che attorciglia e dipana tutte le potenze, si accende di luce celeste, “il cielo attira il desiderio” scriveva agli yogi Gorakhnath [Gorakh bodh], mentre il rosso e il verde minerali, cingono la mater/ia trasformata/nte, arrotolandosi intorno alla sua spirale che racchiude e fa consistere il vuoto. Susumna, Ida e Pingala, che si unificano in un vortice centrale.

A proposito del colore usato per il verde, forse è Bistro, o fuliggine stemperata, che ha anche altri nomi e procedimenti segreti e pericolosi. Che non è verde, è cromaticamente giallo e nero, residuo di bruciatura, fuoco e purificazione, a cui l’occhio umano può attribuire il colore verde per effetto ottico.
Il Cristo giace imbiancato di cenere, come l’asceta, che veste di cenere o di panni gialli o neri, nell’ascesi/a della morte. E’ il Samadhi dello yogi, è Shiva che giace immobile, come morto, sotto la spira di potenza della Madre Kali, il cui nero di Lapis Niger si sublima nella traslucenza del celeste violetto, che si innalza in preda all’estasi e in compassione.

Scuro di Bistro è il cielo di sfondo e l’autoritratto del pittore, a destra, che si ammanta di fuliggine per umiltà, segno del figlio di Saturno, della macerazione che produce nuova vita,  della conoscenza negativa, del segreto e dell’esilio. Il cielo si vela della stessa Melanconia saturnina, precondizione della salita, non fine, ma luogo della trasformazione, verde come Tara, la prima Kali, che presiede alla Natura Naturans e alla sua felice crudeltà, traslucenza seminale del nero di bistro della Maha Kali, le cui sorelle e controparti sono il bianco della virtù/conoscenza e il rosso del desiderio/volontà, poste a Corona finale attorno alla Fonte da cui si sale affinché il Nettare discenda. Tre colori che lo Yogi intona come suoni per chiamare la risalita della sua potenza, qui dipinte nel loro dinamismo glorioso.

(Eccole infine, le Dame della luce spirituale, le Shakti illuminate, danzanti sulla corona del cranio, accogliere la Madre celeste, nella celebre Visitazione:)

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Un qualche studioso accademico, che non ricordo e non mi sforzo di ricordare, ha detto che la melanconia dell’alchimista dipendeva dal fatto che la Grande Opera falliva. Ecco, fallire come fallì Pontormo.

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Simone Weil: Accettare il vuoto.

Da Simone Weil “L’ombra e la grazia”

« Noi crediamo per tradizione, per quanto riguarda gli dèi, e vediamo per esperienza, per quanto riguarda gli uomini, che sempre, per una necessità di natura, ogni essere esercita tutto il potere di cui dispone » (Tucidide).
Come un gas, l’anima tende ad occupare la totalità dello spazio che le è accordato. Un gas che si restringesse e che lasciasse un vuoto sarebbe contrario alla legge della entropia. Non succede così col Dio dei cristiani. È un Dio sovrannaturale mentre Geova è un Dio naturale.
Non esercitare tutto il potere di cui si dispone, vuol dire sopportare il vuoto. Ciò è contrario a tutte le leggi della natura: solo la grazia può farlo.
La grazia colma, ma può entrare soltanto là dove c’è un vuoto a riceverla; e, quel vuoto, è essa a farlo.
Necessità di una ricompensa, di ricevere l’equivalente di quel che si da. Ma se, facendo violenza a questa necessità, si lascia un vuoto, si produce come una corrente d’aria; e sopravviene una ricompensa sovrannaturale. Non verrebbe se si avesse un diverso salario: è quel vuoto a farla venire.
Accade lo stesso con la remissione dei debiti, (cosa che concerne non solo il male che gli altri ci hanno, fatto. ma anche il bene che abbiamo fatto loro). Anche in questo caso si accetta un vuoto in se stessi.
Accettare un vuoto in se stessi è cosa sovrannaturale. Dove trovar l’energia per un atto che non ha contropartita? L’energia deve venire da un altro luogo. E, tuttavia, ci vuole dapprima come uno strappo, qualcosa di disperato; bisogna, anzitutto, che quel vuoto si produca. Vuoto: notte oscura.
L’ammirazione, la pietà (l’unione di questi due elementi, soprattutto) conferiscono una energia reale. Ma bisogna farne a meno.
Bisogna rimanere qualche tempo senza ricompensa, naturale o sovrannaturale. È necessario farsi una rappresentazione del mondo in cui ci sia del vuoto, perché il mondo abbia bisogno di Dio. Ciò suppone il male.
Amare la verità significa sopportare il vuoto; e quindi accettare la morte. La verità sta dalla parte della morte.
L’uomo sfugge alle leggi di questo mondo solo per la durata di un attimo. Istanti di sosta, di contemplazione, d’intuizione pura, di vuoto mentale, di accettazione del vuoto morale. Sono questi istanti a renderci capaci di sovrannaturale. Chi sopporta per un momento il vuoto, o riceve il pane sovrannaturale, o cade. Terribile rischio, ma è necessario correrlo; e per sino, per un momento, senza speranza. Ma non bisogna precipitarvisi.

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Simone Weil: Vuoto e compensazione

da Simone Weil “L’ombra e la grazia”

Meccanica umana. Chiunque soffre cerca di comunicare la sua sofferenza – sia maltrattando, sia provocando la pietà – per diminuirla; e, così facendo, la diminuisce veramente. Colui che è più in basso d’ogni altro, che nessuno compiange, che non ha la possibilità di maltrattare nessuno (se non ha figli, se non ha nessuno che l’ami), la sofferenza gli rimane dentro e lo avvelena. Una cosa simile è perentoria come la pesantezza. Come è possibile liberarsene? Come è possibile liberarsi da quel che è simile alla pesantezza?
Tendenza ad espandere il male fuor di sé; e io l’ho ancora! Gli esseri e le cose non mi sono sacri abbastanza. Così potessi non macchiare io nulla, quand’anche fossi tutta trasformata in fango. Non insozzare nulla, nemmeno nel pensiero. Nemmeno nei momenti peggiori potrei distruggere una statua greca o un affresco di Giotto. Perché lo farei dunque con un’altra cosa? Perché, per esempio, con un istante della vita d’un essere umano, che potrebb’essere un istante felice? Impossibile perdonare a chi ci ha fatto del male, se il male ci abbassa. Bisogna pensare che non ci ha abbassato ma che ha rivelato il nostro reale volto. Per questo, eccetto i periodi di instabilità sociale, i rancori dei miseri hanno di mira i loro simili.
È questo un fattore di stabilità sociale.
Tendenza ad espandere la sofferenza fuor di sé. Se, per eccesso di debolezza, non si può né provocar la pietà né far del male ad altri, si fa del male alla rappresentazione dell’universo in sé.
Ogni cosa bella e buona è allora come un’ingiuria.
Far del male ad altri significa riceverne qualcosa.
Che cosa? Che cosa si è guadagnato (e si dovrà restituire) quando si è fatto del male? Ci si è accresciuti. Ci si è distesi. Si è riempito un vuoto in se stessi creandolo, in un’altra persona. Poter fare impunemente del male agli altri – per esempio adirarsi con un inferiore, quando costui sia obbligato a tacere – significa risparmiarsi un dispendio d’energia, dispendio che viene ad essere, così, assunto dall’altro. Accade lo stesso con la soddisfazione illegittima di un qualsiasi desiderio. L’energia che si è economizzata è così immediatamente degradata. Perdonare. Non si può. Quando qualcuno ci ha fatto del male, si creano in noi determinate reazioni. Il desiderio della vendetta è un desiderio d’equilibrio essenziale. Cercare l’equilibrio su di un altro piano. Bisogna andare da soli fino a quel limite. Là si tocca il vuoto. (Aiutati che il ciel ti aiuta… )
Mali di testa. A un certo punto: dolore diminuito proiettandolo nell’universo; ma l’universo si altera. Dolore più vivo, una volta ricondotto al suo luogo di origine; ma qualcosa in me non soffre e rimane in contatto con un universo non alterato. Agire allo stesso modo con le passioni. Farle discendere, ricondurle ad un punto determinato; e disinteressarsene.
In particolare, trattar così tutti i dolori. Impedire che avvicinino le cose.

La ricerca dell’equilibrio è male, perché è immaginaria. La vendetta. Anche se in realtà si uccide o si tortura il proprio nemico ciò è in un certo senso immaginario.
L’uomo che viveva per la sua città, la sua famiglia, i suoi amici, per arricchirsi, per migliorare la sua situazione sociale, ecc. – una guerra, ed eccolo menato schiavo; e da quel momento, per sempre, deve sfinirsi fino al limite estremo delle sue forze, solo per sopravvivere. Una cosa simile è orrenda, è impossibile; e perciò non si presenta a colui nessuna finalità tanto miserabile che non le si rivolga appassionatamente; foss’anche quella di far punire lo schiavo che lavora al suo fianco. Non ha più la scelta dei suoi fini. Uno qualsiasi è come un ramo per chi annega.
Quelli che avevano avuta distrutta la città e che erano condotti in schiavitù non avevano né più passato né avvenire: di quali oggetti potevano colmare i loro pensieri? Di menzogne; e dei più infimi, dei più pietosi desideri, pronti forse a rischiar piuttosto la crocifissione per rubare un pollo di quanto non fossero stati pronti, prima, alla morte nel combattimento che avrebbe dovuto difendere la loro città. Di certo, anzi; altrimenti quegli orrendi supplizi non sarebbero stati necessari.
Oppure, bisognava poter sopportare il vuoto nel pensiero.
Per aver la forza di contemplare la sventura quando si è sventurati, occorre il pane sovrannaturale.
Il meccanismo che, in una situazione troppo dura, produce l’avvilimento, è dovuto al fatto che l’energia fornita dai sentimenti elevati è – generalmente – limitata; se la situazione esige che si vada oltre quel limite, bisognerà ricorrere a sentimenti bassi (paure, desideri, gusto del primato, degli onori esteriori) più ricchi di energia.
Questa limitazione è la chiave di molti rivolgimenti.
Tragedia di coloro che, essendosi inoltrati per amor del bene in una via dove c’è da soffrire, giungono dopo un certo tempo ai propri confini; e si degradano. Una pietra sul cammino. Gettarsi sulla pietra, come se, a partire da una certa intensità di desiderio, essa non dovesse più esistere. O andarsene come se fossimo noi, a non esistere.
Il desiderio racchiude in sé qualcosa dell’assoluto e se fallisce (una volta esaurita l’energia) l’assoluto si trasferisce su l’ostacolo. Stato d’animo dei vinti, degli oppressi.
Afferrare (in ogni cosa) che c’è un limite e che non sarà possibile oltrepassarlo senza aiuto sovrannaturale (o, altrimenti, di pochissimo) e pagandolo successivamente con un abbassamento terribile.
L’energia liberata dalla sparizione di oggetti che costituivano dei moventi tende sempre ad andare più bassa. (I sentimenti bassi liberano energia già degradata.) Ogni forma di ricompensa è una degradazione di energia.
Il compiacimento di sé dopo una buona azione (o un’opera d’arte) è degradazione di energia superiore. Ecco perché la mano destra deve ignorare ciò che fa la sinistra.
Una ricompensa affatto immaginaria (un sorriso di Luigi XIV) è l’equivalente esatto di quel che si è speso, – al contrario delle ricompense reali che, in quanto tali, sono al di sotto o al di sopra. Così soltanto i vantaggi immaginari forniscono l’energia per sforzi illimitati. Ma bisogna che Luigi XIV sorrida davvero; se non sorride, indicibile privazione. Un re può pagare solo ricompense quasi sempre immaginarie; altrimenti sarebbe insolvibile.
Ad un certo livello, c’è un equivalente nella religione. Non potendo ricevere il sorriso di Luigi XIV, ci si fabbrica un Dio che ci sorrida.
Oppure ci si loda da sé. Una ricompensa equivalente ci è necessaria. Inevitabile come la pesantezza.
Una persona amata che delude. Gli ho scritto. Impossibile che non mi risponda quel che ho detto a me stessa in nome suo.
Gli uomini ci debbono quel che noi immaginiamo ci daranno a rimetter loro questo debito. Accettare che essi siano diversi dalle creature della nostra immaginazione, vuol dire imitare la rinuncia di Dio.
Anch’io sono altra da quello che avrei voluto essere. Saperlo è il perdono.

The Hanged Man by Arthur Duarte
[Immagine: The Hanged Man by Arthur Duarte]

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Bhagavad Gita con il commento di Abhinavagupta

Il 21 Dicembre 2015 è Gita Jayanti. Bhagavad Gita Jayanthi cade nel giorno di Ekadasi del Shukla Paksha (11° giorno della quindicina luminosa) del mese Margashirsha (novembre-dicembre) secondo il tradizionale calendario lunare Hindu. Si ritiene che il dialogo tra Sri Krishna e Arjuna abbia avuto luogo in questo giorno, sul campo di Kuruk, e che in seguito sia stato tramandato come Bhagavad Gita, il Canto del Signore Beato.

Per ricordare e rileggere la Bhagavad Gita, è possibile scaricare in PDF il testo commentato da Abhinavagupta, filosofo tantrico Kashmiro del X secolo, nella traduzione italiana di Raniero Gnoli, che ne cura anche l’introduzione.

Invece, il Solstizio d’Inverno ha inizio esattamente martedì 22 dicembre alle 5:48 del mattino.

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[Clicca sull’immagine per scaricare il PDF oppure qui]

La versione classica del testo della Bhagavad Gita, senza alcun commento, è disponibile su visionaire.org.

 

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Figli della Terra e del Cielo stellato

I versi delle Lamine Orfiche sono sempre stati per me un fortissimo richiamo. Mi sembrano, irrazionalmente, gli esempi di poesia più pura ed elevata:anelito, paesaggio interiore e invocazione, in brevi, scarne ed esatte parole. Hanno il richiamo di un paesaggio noto, la presenza rassicurante di un mondo segreto e accogliente, di un grembo perenne, del fresco delle acque di fonte.
Il contenuto di questi versi era per gli iniziati la cosa più importante da sapere, il viatico essenziale per il viaggio ultramondano e la migliore certezza durante la vita terrena. Si sente quasi il dovere di impararli a memoria, serbarli come una luce indefettibile, si vorrebbe avere al possibilità di tramandarli con ragione ai cari che lasciano questo mondo, e in fondo è quello che vorremmo dire loro, e che gli avremmo detto. Se solo la conoscenza che ha guidato i nostri antenati del IV sec non fosse giunta a noi, proprio come da un altro mondo, a frammenti e briciole, cancellata dalla maggior ragione di nuovi culti, e in parte assorbita da essi, ma resa vana.
Nelle lamine orfiche si riassume la conoscenza iniziatica, o gnosi, fissata nell’esperienza ultima e inappellabile della morte: non è luogo di argomentazioni logiche o religiose, è il punto dove ogni sovrapposizione che copriva la verità decade e il paesaggio si fa essenziale, pericoloso e crepuscolare. Un cipresso bianco, una fonte, due spiriti guardiani misericordiosi, la presenza numinosa di un Madre divina, tomba e grembo, memoria e salvezza. Con queste conoscenze oggettive gli iniziati orfici si avviano alla soglia ultramondana, ove si deve dissolvere l’ombra individuale, e la sua sofferenza, e con essa il richiamo alla rinascita terrena, per ricongiungersi alla propria natura divina primordiale.

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Paradiseya. Del luogo superiore (“Para”, come in sanscrito), per averne un’immagine, si deve distogliere ogni traccia di mito e affidarci all’istruzione propria degli iniziati, dei soli che avrebbero potuto accedere allo stato di liberazione. In che disposizione? Quanti avessero compiuto doverosamente le istruzioni iniziatiche e completato il loro cammino, secondo quello che riferiscono autorevoli fonti, tra cui Platone, sono i Bacchoi: coloro che l’iniziazione ha reso affini alla divinità stessa (Dioniso / Bacco); i Bhakta, si dice in India, i veri devoti la cui dedizione al Divino ha reso puri, totalmente assorti nella Divinità, la cui coscienza è unificata nella contemplazione della divinità. Così, si evince anche dalle lamine orfiche, gli iniziati vanno in un luogo in cui la loro sola occupazione sarà la contemplazione della presenza divina ininterrotta. Quanto questa idea abbia influenzato la concezione popolare, e infine cristiana, è fuori di dubbio, perdendo però completamente la sua valenza filosofica.

Non crediamo che il fine del grande sforzo metafisico orfico fosse un paradiso per devoti specialmente zelanti, come vogliono alcuni studiosi, ma la piena Conoscenza dell’Essere è quanto la gnosi antica e l’iniziazione dovevano tramandare e dare occasione di realizzare agli iniziati: la dismissione della vita individuale (espiatoria) e la conoscenza diretta della pura e universale realtà dell’Essere. Questa conoscenza fu rivelata, tra gli altri, al padre della filosofia greca, Parmenide, portato di fronte alla stessa Dea (Mnemosine o Persefone) innominata, per testimoniare direttamente la realtà dell’Essere, quale perenne fondamento della filosofia tutta, e del “corretto filosofare” come inteso dagli iniziati orfici della Scuola Pitagorica. Poiché solo la “Regina degli Inferi”, o la morte dell’io, dischiude la Conoscenza dell’Essere: chi (ri)nasce da questa Vergine è purificato da ogni legame terreno e ascende alla sua natura divina originaria. Egli è il vero Conoscitore e ha ottenuto una effettiva salvezza.

Sappiamo inoltre che la Madre cui dedicavano la loro speranza e le loro invocazioni, li lega a un profondo momento dell’Essere, fondamentale e universalissimo. Sia essa Mnemosyne, rimembranza divina, o la regina degli Inferi, la fanciulla Persefone, è in verità il suo richiamo che ascoltiamo nelle poche righe delle lamine: di capretto desideroso di gettarsi nel latte. E tutti siamo attraversati e abitati dalla Sua figura, notturna e famigliare, che potremmo chiamare perfino Iside, o Kali – la nera Madre, la coscienza notturna che pervade il mondo, che solitaria e lunare lo percorre, tra la natura e il regno dei morti, che sempre veglia – rimembranza del solo Essere che tutto pervade, ignota presenza ininterrotta. Essa, di cui tutti i viventi sono naturalmente devoti. Attraverso la Sua conoscenza, l’Iniziato si solleva oltre le miserie della vita, attraversa come lo Yogi la Corona che si apre sul cranio e La incontra, rientra per in salvifico istante nel suo grembo divino, nella beatitudine dell’Essere indifferenziato e luminoso, e poi può ridiscendere al corso della propria esistenza, rinnovato, salvo: mai più un mortale.

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Restano tra i versi più belli di sempre, quelli che dal più profondo della pietà, dal cuore, partorirono la visione della salvezza che tutti riconobbero propria, pur sbiadendo nei secoli i principi iniziatici e gnostici che la sostenevano.

«Andrai alle case ben costrutte di Ade: vi è sulla destra una fonte,
accanto ad essa si erge un bianco cipresso;
lì discendono le anime dei morti per aver refrigerio.
A questa fonte non accostarti neppure;
ma più avanti troverai la fredda acqua che scorre
dal lago di Mnemosyne: vi stanno innanzi i custodi,
ed essi ti chiederanno, in sicuro discernimento,
che mai cerchi attraverso la tenebra dell’Ade caliginoso.
Dì: “Son figlio della Greve e del Cielo stellato;
di sete son arso e vengo meno: ma datemi presto
da bere la fredda acqua che viene dal lago di Mnemosyne”.
Ed essi sono misericordiosi per volere del sovrano degli Inferi,
e ti daranno da bere (l’acqua) del lago di Mnemosyne;
e tu quando avrai bevuto percorrerai la sacra via su cui anche gli altri
mystai e bacchoi procedono gloriosi.»

«Io vengo di e tra i puri, o pura Regina degli Inferi,
Euklès e Eubuléus e altri numi immortali:
ché dichiaro di appartenere anch’io alla vostra stirpe beata.
Ma mi assoggettò il Destino e il folgorante Saettatore sidereo.
Volai via dal doloroso ciclo grave d’affanni,
e ascesi alla desiderata corona con piedi veloci;
mi immersi nel grembo della Signora regina degli Inferi,
discesi dalla desiderata corona con piedi veloci.
– O felice e beatissimo, dio sarai anziché mortale. –
Capretto mi lanciai verso il latte.»

Vedi il Libro su Amazon: Le lamine d’oro orfiche. Istruzioni per il viaggio oltremondano degli iniziati greci

 

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