René Guénon: Il Cuore e la Caverna; La Montagna e la Caverna.

Da: SIMBOLI DELLA SCIENZA SACRA TITOLO ORIGINALE: Symboles fondamentaux de la Science sacrée Traduzione di Francesco Zambon seconda edizione: aprile 1978 1962 EDITIONS GALLIMARD – PARIS 1975 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. – MILANO IL CUORE E LA CAVERNA Abbiamo accennato in precedenza alla stretta relazione che esiste fra il simbolismo della caverna e quello del cuore, e che spiega il ruolo svolto dalla caverna dal punto di vista iniziatico, in quanto rappresentazione di un centro spirituale. Infatti, il cuore è essenzialmente un simbolo del centro, che si tratti del centro di un essere o, analogicamente, di quello di un mondo, cioè, in altri termini, sia che ci si ponga dal punto di vista microcosmico sia dal punto di vista macrocosmico; e quindi naturale, in virtù di questa relazione, che lo stesso significato convenga ugualmente alla caverna; ma dobbiamo ora spiegare più completamente proprio questa connessione simbolica. La «caverna del cuore” è una nota espressione tradizionale: il termine “guha”, in sanscrito, designa in genere una caverna, ma si applica anche alla cavità interna del cuore, e quindi al cuore stesso; è questa «caverna del cuore” il centro vitale in cui risiede, non solo “jivatma”, ma anche “Atma” incondizionato, che è in realtà identico a Brahma stesso, come abbiamo detto altrove [“L’Homme et son devenir selon le Vedanta”, cap. III (si veda Chhandogya Upanishad, 3° Prapathaka, 14° Khanda, shruti 3, e 8° Prapathaka, 1° Khanda, shruti 1)]. La parola “guha” è derivata dalla radice “guh”, il cui senso è «coprire» o «nascondere», senso Continua a Leggere →

20 maggio 2018. Seminario con Udai Nath: La via filosofale del Vedanta.

  Nella tradizione indiana, la via della Conoscenza spirituale pura (Jnana) è esposta dalla dottrina del Vedanta. Istruendo a un profondo discernimento dell’io dalle illusioni create dal mondo, si medita la contemplazione perfetta dell’Uno, o della non dualità (Advaita). Nata come pratica destinata agli asceti, questa istruzione apre alla dimensione spirituale pura, priva di azione, merito o colpa, tesa alla Liberazione spirituale (Mukti). E’ una delle più nobili visioni dell’essere, fatta di sobrietà del pensiero, libertà e consapevolezza. La sua eco, diffusa nel mondo antico, si ritrova da Plotino alla mistica cristiana medievale. Il seminario prevede la lettura e il commento di alcuni brani scelti dalle Upanishad, seguiti da un’introduzione all’opera dei Maestri che hanno tramandato l’insegnamento della realizzazione non duale, con particolare attenzione alle origini, alla scuole di Gaudapada e Shankaracharya. L’incontro si svolge a Pesaro, sono disponibili sette posti in presenza. E’ possibile partecipare al seminario in collegamento Skype. Informazioni: 370.3636348 L’orario del seminario è 9-12 e 15-18.

Mundus Imaginalis

[tratto da: Henry Corbin “Mundus Imaginalis, o l’immaginario e l’immaginale”, traduzione di Beatrice Polidori] Al principio della storia che Sohravardi intitola “L’Angelo Rosso” il prigioniero, sfuggito alla sorveglianza dei suoi aguzzini, ovvero temporaneamente lasciato il mondo dell’esperienza sensoriale, si trova nel deserto alla presenza di un essere al quale domanda, poiché vede in lui il fascino dell’adolescente: “Oh giovane! da dove vieni?” e riceve la risposta “Cosa dici? Io sono il primo nato tra i figli del Creatore [in termini gnostici il Protoktistos, il Primo-Creato] e tu mi chiami giovane?”. Questa è l’origine del colore rosso dei suoi abiti: l’apparire di un essere di pura Luce il cui splendore è ridotto, dal mondo sensoriale, nel rosso del crepuscolo. “Provengo da oltre il monte di Qaf… Là eri in origine, e lì ritornerai quando infine ti libererai dai tuoi legami” La montagna di Qaf è la montagna cosmica costituita, di vetta in vetta, di valle in valle, dalle Sfere celesti che sono racchiuse una nell’altra. Qual è, dunque, la strada che porta al di fuori di essa? Quanto è lunga? “Non importa quanto a lungo camminerai” è detto “arriverai di nuovo al punto di partenza” come la mina del compasso che ritorna allo stesso punto. Ciò implica abbandonare se stessi al fine di conquistare se stessi? Non esattamente. Tra i due, c’è un evento che cambia tutto; il sé stessi che si trova là è quello al di là del monte di Qaf, un sé superiore, un sé “in seconda persona”. Continua a Leggere →

Pontormo, Deposizione: il corpo alchemico.

Il 24 maggio 1494 nasceva Jacopo Carucci conosciuto come Jacopo da Pontormo, o il Pontormo. Malinconico, temperamento lunatico, saturnino, lo definisce il Vasari, “un uomo fantastico e solitario”. Se Marsilio Ficino aveva definito Saturno il pianeta la cui disposizione alla nascita reca la malinconia creatrice, questo modello è incarnato da Pontormo (“Raramente caratteri e destini comuni, ma uomini diversi dagli altri, divini o bestiali, felici oppure oppressi dalla miseria più grande”). Con la benedizione di Aristotele, Saturno torna a essere il simbolo della genialità, dell’oscurità e, al limite, della follia. Si accende, per questa grazia, una nuova scala cromatica e si rivela una geometria priva di gravità, che si chiamerà Maniera, portata a spingersi oltre le caratteristiche naturali, verso una visione completamente trasformata, innaturale e labirintica, come una Gnosi. La via è quella delle trasformazioni alchemiche e del moto serpentino: lo spirito esoterico si impadronisce dell’arte religiosa. Ognuno dei colori che ci colpiscono in questo quadro era un procedimento oltre il colore naturale, verso la luce. La trasformazione della materia in luce era la pratica spirituale, o alchimistica. La cosiddetta “Maniera” sta per il procedimento, l’arte dello yoga, della fusione della materia con la luce. Le figure non indossano abiti attillati, come vuole la vulgata della storia dell’arte, sono corpi che hanno cambiato colore. La trasformazione del corpo yogico o corpo alchemico in pietra dura (perciò il colore traslucente) si manifesta in relazione alla posizione del moto serpentino. Al centro c’è il Vuoto. Accanto al vuoto, o al limite del vuoto, Continua a Leggere →

Simone Weil: Accettare il vuoto.

Da Simone Weil “L’ombra e la grazia” « Noi crediamo per tradizione, per quanto riguarda gli dèi, e vediamo per esperienza, per quanto riguarda gli uomini, che sempre, per una necessità di natura, ogni essere esercita tutto il potere di cui dispone » (Tucidide). Come un gas, l’anima tende ad occupare la totalità dello spazio che le è accordato. Un gas che si restringesse e che lasciasse un vuoto sarebbe contrario alla legge della entropia. Non succede così col Dio dei cristiani. È un Dio sovrannaturale mentre Geova è un Dio naturale. Non esercitare tutto il potere di cui si dispone, vuol dire sopportare il vuoto. Ciò è contrario a tutte le leggi della natura: solo la grazia può farlo. La grazia colma, ma può entrare soltanto là dove c’è un vuoto a riceverla; e, quel vuoto, è essa a farlo. Necessità di una ricompensa, di ricevere l’equivalente di quel che si da. Ma se, facendo violenza a questa necessità, si lascia un vuoto, si produce come una corrente d’aria; e sopravviene una ricompensa sovrannaturale. Non verrebbe se si avesse un diverso salario: è quel vuoto a farla venire. Accade lo stesso con la remissione dei debiti, (cosa che concerne non solo il male che gli altri ci hanno, fatto. ma anche il bene che abbiamo fatto loro). Anche in questo caso si accetta un vuoto in se stessi. Accettare un vuoto in se stessi è cosa sovrannaturale. Dove trovar l’energia per un atto che non ha contropartita? L’energia deve Continua a Leggere →

Simone Weil: Vuoto e compensazione

da Simone Weil “L’ombra e la grazia” Meccanica umana. Chiunque soffre cerca di comunicare la sua sofferenza – sia maltrattando, sia provocando la pietà – per diminuirla; e, così facendo, la diminuisce veramente. Colui che è più in basso d’ogni altro, che nessuno compiange, che non ha la possibilità di maltrattare nessuno (se non ha figli, se non ha nessuno che l’ami), la sofferenza gli rimane dentro e lo avvelena. Una cosa simile è perentoria come la pesantezza. Come è possibile liberarsene? Come è possibile liberarsi da quel che è simile alla pesantezza? Tendenza ad espandere il male fuor di sé; e io l’ho ancora! Gli esseri e le cose non mi sono sacri abbastanza. Così potessi non macchiare io nulla, quand’anche fossi tutta trasformata in fango. Non insozzare nulla, nemmeno nel pensiero. Nemmeno nei momenti peggiori potrei distruggere una statua greca o un affresco di Giotto. Perché lo farei dunque con un’altra cosa? Perché, per esempio, con un istante della vita d’un essere umano, che potrebb’essere un istante felice? Impossibile perdonare a chi ci ha fatto del male, se il male ci abbassa. Bisogna pensare che non ci ha abbassato ma che ha rivelato il nostro reale volto. Per questo, eccetto i periodi di instabilità sociale, i rancori dei miseri hanno di mira i loro simili. È questo un fattore di stabilità sociale. Tendenza ad espandere la sofferenza fuor di sé. Se, per eccesso di debolezza, non si può né provocar la pietà né far del male ad altri, Continua a Leggere →

Bhagavad Gita con il commento di Abhinavagupta

Il 21 Dicembre 2015 è Gita Jayanti. Bhagavad Gita Jayanthi cade nel giorno di Ekadasi del Shukla Paksha (11° giorno della quindicina luminosa) del mese Margashirsha (novembre-dicembre) secondo il tradizionale calendario lunare Hindu. Si ritiene che il dialogo tra Sri Krishna e Arjuna abbia avuto luogo in questo giorno, sul campo di Kuruk, e che in seguito sia stato tramandato come Bhagavad Gita, il Canto del Signore Beato. Per ricordare e rileggere la Bhagavad Gita, è possibile scaricare in PDF il testo commentato da Abhinavagupta, filosofo tantrico Kashmiro del X secolo, nella traduzione italiana di Raniero Gnoli, che ne cura anche l’introduzione. Invece, il Solstizio d’Inverno ha inizio esattamente martedì 22 dicembre alle 5:48 del mattino.   [Clicca sull’immagine per scaricare il PDF oppure qui] La versione classica del testo della Bhagavad Gita, senza alcun commento, è disponibile su visionaire.org.  

Figli della Terra e del Cielo stellato

I versi delle Lamine Orfiche sono sempre stati per me un fortissimo richiamo. Mi sembrano, irrazionalmente, gli esempi di poesia più pura ed elevata:anelito, paesaggio interiore e invocazione, in brevi, scarne ed esatte parole. Hanno il richiamo di un paesaggio noto, la presenza rassicurante di un mondo segreto e accogliente, di un grembo perenne, del fresco delle acque di fonte. Il contenuto di questi versi era per gli iniziati la cosa più importante da sapere, il viatico essenziale per il viaggio ultramondano e la migliore certezza durante la vita terrena. Si sente quasi il dovere di impararli a memoria, serbarli come una luce indefettibile, si vorrebbe avere al possibilità di tramandarli con ragione ai cari che lasciano questo mondo, e in fondo è quello che vorremmo dire loro, e che gli avremmo detto. Se solo la conoscenza che ha guidato i nostri antenati del IV sec non fosse giunta a noi, proprio come da un altro mondo, a frammenti e briciole, cancellata dalla maggior ragione di nuovi culti, e in parte assorbita da essi, ma resa vana. Nelle lamine orfiche si riassume la conoscenza iniziatica, o gnosi, fissata nell’esperienza ultima e inappellabile della morte: non è luogo di argomentazioni logiche o religiose, è il punto dove ogni sovrapposizione che copriva la verità decade e il paesaggio si fa essenziale, pericoloso e crepuscolare. Un cipresso bianco, una fonte, due spiriti guardiani misericordiosi, la presenza numinosa di un Madre divina, tomba e grembo, memoria e salvezza. Con queste conoscenze oggettive gli iniziati Continua a Leggere →

Alcuni aspetti degli insegnamenti dei Nath

[Da Gopinath Kaviraj, “Princess of Wales Sarasvati Bhavan Series, Vol VI”, 1927] La posizione metafisica dei Nath non è monista né dualista. E’ trascendente nel più vero senso della parola. Essi parlano dell’Assoluto (Nath), al di là delle opposizioni implicite nei concetti di Saguna e Nirguna, o di Sakara e Nirakara. Perciò, per essi il fine supremo della vita è realizzare se stessi come Nath e restare eternamente radicati al di là del mondo delle relazioni. La via per conquistare tale realizzazione è detta essere lo yoga, su cui investono molta energia. Sostengono che la Perfezione non si posa raggiungere con altri mezzi, se non con il sostegno della disciplina dello yoga. Ma che cos’è lo yoga? E’ spiegato in realtà in termini differenti, a seconda dei testi. Ma in qualsiasi forma lo si voglia spiegare, il concetto centrale rimane lo stesso. Secondo Brahmananda il sole e la luna sono come Prana e Apana, la cui unione è Pranayama, che è dunque il significato di Hata Yoga. La conquista di Vayu è dunque l’essenza dell’Hata yoga. Si ritiene che questo tipo di yoga sia stato introdotto in India dai Nath. Lo Hata yoga Pradipika afferma che il mistero di questo yoga è noto solo a Matsyendra Nath e Goraksa Nath. Brahmananda aggiunge il nome di Jalandhara, Bhartrhari e Gopichand, tutti appartenuti all’ordine dei Nath. Sembra quindi che Goraksa, o forse prima ancora Matsyendra, furono i primi precettori dello Hata Yoga. E questo si può collegare al detto: “poiché tutta la Continua a Leggere →