Ci sono molti modi di celebrare e di offrire sacrifici, o meglio, in una parola sola, di servire. Servire Dio, o il Guru, è servire gli altri, la vasta molteplice forma dell’Essere, che non ha confini o identità fisse, la cui natura è l’espansione, Brahman, la cui condizione non si può indicare né in questo né in quello, neti neti, nulla, se non formalmente nel vuoto, che tutto contiene e riassorbe e fa risuonare, come voce e canto permanente dei mille nomi del mondo.

In India, parlando con un insegnate di lingua Hindi anziano e saggio, ci siamo trovati concordi: “insegnare è il servizio supremo”. Servire con il proprio lavoro il Supremo che abita in silenzio il cuore di ogni studente, dare ad esso parole e strumenti perché incontri verità, stabilità e emancipazione, questo è il servizio dello yogi e dell’insegnate devoto. Perciò servire lo studente è servire il Supremo. Dio, il Guru e l’Atman sono una sola cosa, recita un detto indiano. Quelli che l’hanno compreso, hanno conosciuto la grazia del Guru.

Questa è l’esperienza che per me ha manifestato il più alto significato del sacro, del luogo separato in cui si sottrae a se stessi ... 

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I Nath Yogi credono che Goraksh Nath fosse molto più di un Guru umano, e ne tramandano la nascita soprannaturale e l’accertata immortalità. Si racconta che vivesse ancor prima della Creazione, e poi attraverso tutti i quattro Yuga e che viva ancora adesso, sebbene invisibile. Testimonianze tradizionali riportano di incontri con personalità vissute in epoche molto distanti tra loro, in un arco di tempo impossibile per l’essere umano ordinario. Egli è descritto come sfondo invisibile e potere ispiratore dietro la manifestazione di molti santi, in diversi periodi della storia. Kabir, Guru Nanak, Guga Pir, Raja Bhartrihari e molti altri sono tradizionalmente considerati eredi diretti. Secondo le leggende Gorakhnath non era legato a un corpo fisico, ed era in grado di lasciare facilmente il proprio corpo per entrare in altri corpi, o di crearne eventualmente altri, anche più di uno, a suo piacimento e che pertanto sia immortale. I Nath ritengono che sia ancora vivo e appaia in luoghi diversi, quando si renda necessario proteggere Dharma.
Nonostante questa profonda convinzione e la verità tramandata, si usa celebrare il Jayanti di Gorakhnath nel giorno di Vesak ... 

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Oltre ai commenti alle Upanishad, alla Bhagavad Gita e al Brahma Sutra, Shankara Bhagavatpada scrisse i cosiddetti Prakarana, o testi brevi, per facilitare i ricercatori nella comprensione della verità. Un Guru è necessario al fine di comprendere il significato dei commentari. Si deve comunque possedere un buon intelletto. Le difficoltà diminuiscono invece con i testi minori; il loro stile è molto semplice e le spiegazioni sono chiare. Neelakanta Dikshitar ha detto: “Gli argomenti che sono più difficili da capire per mezzo delle scritture, sono facilmente comprensibili nelle parole dei poeti. La gemma che incute terrore sulla testa del serpente è mirabile sul palmo della mano.”

Quando un tema è esposto nel linguaggio delle scritture deve essere analizzato con l’intelletto, quando invece è descritto con le parole della poesia è colto con facilità. Per esempio quando un argomento scientifico è elaborato in termini matematici, la gente fatica a comprenderlo. Ma se la terminologia matematica è riversata in immagini famigliari si riesce subito a comprenderne il concetto. Non di meno, non si entra immediatamente nella disposizione di mettere in atto ciò che si è appreso. Nel nostro caso la differenza sta nel fatto che non solo si deve essere pronti a comprendere il significato delle scritture, ma anche di mettere in pratica il loro insegnamento.

Lo Shatashloki, una della composizioni di Bhagavatpada, è uno dei testi Prakarana. Incomincia con questi versi:

drushhTaanto naiva drushhTastribhuvanajaThare sadgurorjnaanadaatuH
sparshashcettatra kalpyaH sa nayati yadaho svarNataamashmasaaram .
na sparshatvam tathaapi shritacaraNayuge sadgurussviiyashishhye
sviiyam saamyam vidhatte bhavati nirupamastena vaa laukiko.api ..

“Nessuna raffigurazione è data nei tre mondi – celeste, terreno e inferiore – per il Sadguru, colui che impartisce la Conoscenza. Cosa avviene se ci è concesso un contatto (Sparsa)? Questo contatto può trasformare il ferro in oro, senza mutare la qualità della pietra filosofale (Sparsa). Il Sadguru istruisce il discepolo che ha cercato rifugio ai suoi piedi, offrendogli il proprio naturale stato di coscienza. Perciò persino il maestro che insegna una conoscenza mondana è incomparabile (e trascendente).”

Se dobbiamo indicare la natura di un oggetto, un modo efficace è quello di scegliere un oggetto famigliare a chi ascolta e che sia simile a quello che dobbiamo descrivere. Se si deve descrivere il Guru, occorre scegliere un’immagine di ben conosciuta che si adatti allo scopo. Un Guru trasforma l’uomo ignorante in un conoscitore. Esiste un esempio al mondo per questa funzione?

sparshashcettatra kalpyaH sa nayati yadaho svarNataamashmasaaram.

Se un pezzo di ferro viene in contatto con la Pietra filosofale (Sparsa), si trasformerà in oro. Ma quanto basso è il valore del ferro a paragone dell’oro! La pietra filosofale ha dunque il potere di convertire il ferro, di basso valore, in oro pregiato. Un Guru converte una persona ignorante e senza valore in un pregevole modello di saggezza. Ecco perché la pietra filosofale sembra un buon esempio per descrivere il Guru.

Dunque cercare di descrivere il Guru con l’immagine della pietra filosofale non è sbagliato. Perché effettivamente la pietra filosofale trasforma il ferro con cui viene in contatto in oro puro. Se invece fossero venuti a contatto l’oro e il ferro senza la sua mediazione, ciascuno sarebbe rimasto come era. Nessuna metamorfosi. Invece il discepolo, forte della propria fede e devozione, non solo è trasformato dal Guru in un conoscitore ma è anche reso capace di trasformare altri discepoli in persone simili a lui. In altre parole, il Guru non si limita a trasformare un discepolo in conoscitore, ma gli conferisce il potere di convertire altri alla conoscenza. Ecco perché:

nirupamastena vaa laukiko.api

“Anche colui che impartisce la conoscenza mondana è incomparabile.”

Se ciò è vero perfino nel caso del comune insegnante, cosa dobbiamo dire del Guru trascendente che istruisce nella conoscenza del Brahman? In verità, grande è il merito che guadagna colui che ha la fortuna di incontrare un tale Guru.

shravaNaayaapi bahubhiryo na labhyaH
shruNvantopi bahavo yam na vidyuH ..

“Quello che a pochi è concesso perfino di sentirne parlare e di cui i più non comprendono neppure se ne sentono parlare…”

In accordo con questa dichiarazione delle Upanishad a proposito del Sé, è raro incontrare un Guru conoscitore del Brahman e perciò, in essenza, non-differente dal Supremo. Se, qualora si faccia l’incontro con tale Guru, si ascolta la verità da lui stesso e la si medita con mente completamente concentrata in un solo punto, il vantaggio è ancora maggiore. Un beneficio incomparabile è ottenere la realizzazione del Sé per Sua grazia: Continua a leggere

Fuori del Fato
come neonato che dorme
respirano gli Immortali:
puro e protetto
in una gemma inavvertita
fiorisce eterno il loro spirito,
e gli occhi felici
splendono d’una calma
chiarità senza fine.
(Holderlin, Hyperion)

Sri Adi Shankaracharya, Sadhana Panchakam: Istruzioni agli aspiranti

“Gurvastakam” di Sri Adi Shankaracharya

Inno a Dakshinamurti, di Sri Adi Shankaracharya

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Io leverò le lodi di Dakshinamurti, il bel giovane che istruiva nella conoscenza del Parabrahman col silenzio; colui che era circondato dai saggi venerabili come dai giovani discepoli, tutti assorti nella stabile meditazione del Brahman; colui che è il Maestro supremo; colui che unendo pollice e indice mostrò l’unione dell’anima con l’assoluto, colui il cui volto risplende nella beatitudine del Sé.


[1] Colui che a causa della sua illusione vede, come nei sogni, l’universo esistente al suo esterno, come una città veduta allo specchio, mentre esso è verosimilmente in lui; colui che con il risveglio non percepirà che se stesso, senza secondo, a quel Maestro  incarnato, il Signore che guarda a sud, io offro il mio saluto.

[2] Colui che come un mago, uno yogi dai poteri straordinari, manifesta di sua volontà questo universo a partire dal principio indifferenziato, che come il germoglio latente nel seme si svilupperà nelle varie condizioni di spazio e di tempo indotte dall’illusione, a quel Maestro  incarnato, il Signore che guarda a sud, io offro il mio saluto.

[3] Quella luce reale che illumina gli oggetti non reali; colui che direttamente ha risvegliato i suoi devoti prounciando il detto “Tu sei Quello”, impedendogli col risveglio di ricadere nella acque del Samsara, a quel Maestro  incarnato, il Signore che guarda a sud, io offro il mio saluto.

[4] Quella coscienza che irradia dagli occhi e dagli altri sensi come la luce di una lampada posta in un vaso traforato; così che questo universo risplende perchè quella coscienza risplende su ogni cosa di cui dica “io so”, a quel Maestro  incarnato, il Signore che guarda a sud, io offro il mio saluto.

[5] La gente illusa ritiene come le donnicciole e i bambini, come gli sciocchi e i ciechi che il corpo sia l’io, altri credono nel respiro, nei sensi, nella conoscenza empirica o in nulla; a colui che dissipa la grande ignoranza, indotta dal potente gioco dell’illusione, a quel Maestro  incarnato, il Signore che guarda a sud, io offro il mio saluto.

[6] Colui che è il Sè interiore, sottoposto al velo del’illusione, come il sole eclissato dalla luna, che nel sonno profondo e nel ritiro dei sensi esiste meramente, ma che al risveglio ricorda di sé con le parole “ho dormito”, a quel Maestro  incarnato, il Signore che guarda a sud, io offro il mio saluto. Continua a leggere

Il corpo e la consorte mostrano la loro bellezza. La gloria è variegata e attraente. La ricchezza è gloriosa quanto il Monte Meru. Ma se non ho la devozione interiore ai piedi del Guru, che farò, che farò, che farò? [1]

La consorte, la ricchezza, i figli e i nipoti, la casa, i parenti, tutto ciò si avvicenda nell’esistenza. Ma se non ho la devozione interiore ai piedi del Guru, che farò, che farò, che farò? [2]

I Veda in sei parti, la conoscenza di ogni trattato, e il talento e l’abilità poetica riempiono la bocca. Comporrò allora una bella prosa o poesia. Ma se non ho la devozione interiore ai piedi del Guru, che farò, che farò, che farò? [3]

Nei paesi stranieri si può guadagnare rispetto. Nel proprio paese, essere un nobile. Tutto ciò rientra nel meccanismo dei doveri, nient’altro. Ma se non ho la devozione interiore ai piedi del Guru, che farò, che farò, che farò? [4]

Il rispetto e la venerazione si rivolgono anche ai re nelle occasioni ufficiali. Ma se non ho la devozione interiore ai piedi del Guru, che farò, che farò, che farò? [5]

La mia fama può raggiungere tutte le regioni, se offro con generosità. Grazie alle mie mani, tutti gli oggetti ... 

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Il Silenzio

Quando anche si smette di parlare, l’attività della mente prosegue. Il silenzio è comunque un supporto importante per il controllo della mente. Più la mente si concentra nel profondo, più la sua attività si riduce in proporzione, finché si giunge alla percezione che Colui che provvede a tutto si occuperà di aggiustare ogni cosa.

Quando la mente è agitata da pensieri mondani, il beneficio procurato dall’astensione dalle parole è perduto. Quando la mente è fissa su Dio evolve rapidamente e insieme si conseguono la purezza del corpo e della mente. Permettere al pensiero di soffermarsi sugli oggetti dei sensi è uno spreco di energie.

Concentrando la mente sul pensiero di Dio tutti i nodi che formano il senso dell’io vengono presto risolti e si realizza ciò che deve essere realizzato.

Dire che “Egli è conosciuto mediante il silenzio” non è del tutto corretto, poiché la Conoscenza suprema non avviene “per mezzo” alcuno. La suprema Conoscenza rivela sé stessa. Le tecniche e le discipline sono utili a sollevare il “velo”. Continua a leggere

Tutti quelli che si incamminano sul sentiero spirituale seguendo le istruzioni delle dottrine, le parole dei maestri, le pratiche tramandate, sono ammoniti che il cammino è irto di pericoli e che nessuno o solo pochissimi sono riusciti a compierlo senza l’ausilio di supporti e di istruzioni. In tutto questo c’è una buona parte di verità. Però, se questo atteggiamento si fa preponderante, mettendo in ombra il ruolo fondamentale del ricercatore e del suo impegno, il risultato sarà quello di piegare la coscienza alla paura o alla dipendenza da figure esterne che ne produrrà l’insuccesso, anche con le migliori intenzioni. In realtà ciò che più di ogni altro elemento vincola la coscienza allo stato di nescienza è la paura. E’ questo il sentimento con cui possiamo calcolare la profondità dei nostri attaccamenti, la potenza dei nostri fantasmi mentali, la debolezza delle nostre intenzioni. Se la paura diventa principio discriminante, lentamente ci troveremo in ostaggio della paura e lo spirito di ricerca soffrirà di irrigidimento, di chiusura e di senso di fragilità. Accanto ai continui inviti che dai testi dottrinari e dai discorsi dei santi invitano ad accostarsi solo a persone sante e sagge, meglio ancora a un maestro realizzato, una considerazione enigmatica rompe il convenzionalismo e indica una verità rischiosa: si può ottenere la realizzazione spirituale anche servendo un falso maestro, un truffatore. Così come un detto popolare recita: non esistono cattive madri, ci sono però cattivi figli. Queste parole sconvolgono la mentalità convenzionale dell’occidentale, che non si accorge di candidarsi ad una eterna dipendenza dalla “bontà” altrui.

Il solo luogo possibile della conoscenza spirituale è Dio – quell’Assoluto, indiviso, onni-pervadente, senza secondo; non vi è altri che Lui, che è l’Unità di tutto, Non-dualità. La coscienza di questa Unità è inizialmente una battaglia di principio che probabilmente è più feroce dentro la coscienza di un occidentale, che a qualsiasi principio accetti troverà una contrapposizione, cioè automaticamente disporrà il proprio orizzonte mentale a eleggere un principio a ideologia e disporre il resto in conflitto. Perciò, se è vero l’assunto con cui siamo partiti, è ancora più vero che senza una presa di coscienza personale e trasformativa, cioè che scardini il principio duale della nostra mente, non è possibile parlare di alcun sostanziale conseguimento spirituale. Continua a leggere