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Cogliere l’opportunità.

Tutti quelli che si incamminano sul sentiero spirituale seguendo le istruzioni delle dottrine, le parole dei maestri, le pratiche tramandate, sono ammoniti che il cammino è irto di pericoli e che nessuno o solo pochissimi sono riusciti a compierlo senza l’ausilio di supporti e di istruzioni. In tutto questo c’è una buona parte di verità. Però, se questo atteggiamento si fa preponderante, mettendo in ombra il ruolo fondamentale del ricercatore e del suo impegno, il risultato sarà quello di piegare la coscienza alla paura o alla dipendenza da figure esterne che ne produrrà l’insuccesso, anche con le migliori intenzioni. In realtà ciò che più di ogni altro elemento vincola la coscienza allo stato di nescienza è la paura. E’ questo il sentimento con cui possiamo calcolare la profondità dei nostri attaccamenti, la potenza dei nostri fantasmi mentali, la debolezza delle nostre intenzioni. Se la paura diventa principio discriminante, lentamente ci troveremo in ostaggio della paura e lo spirito di ricerca soffrirà di irrigidimento, di chiusura e di senso di fragilità. Accanto ai continui inviti che dai testi dottrinari e dai discorsi dei santi invitano ad accostarsi solo a persone sante e sagge, meglio ancora a un maestro realizzato, una considerazione enigmatica rompe il convenzionalismo e indica una verità rischiosa: si può ottenere la realizzazione spirituale anche servendo un falso maestro, un truffatore. Così come un detto popolare recita: non esistono cattive madri, ci sono però cattivi figli. Queste parole sconvolgono la mentalità convenzionale dell’occidentale, che non si accorge di candidarsi ad una eterna dipendenza dalla “bontà” altrui.

Il solo luogo possibile della conoscenza spirituale è Dio – quell’Assoluto, indiviso, onni-pervadente, senza secondo; non vi è altri che Lui, che è l’Unità di tutto, Non-dualità. La coscienza di questa Unità è inizialmente una battaglia di principio che probabilmente è più feroce dentro la coscienza di un occidentale, che a qualsiasi principio accetti troverà una contrapposizione, cioè automaticamente disporrà il proprio orizzonte mentale a eleggere un principio a ideologia e disporre il resto in conflitto. Perciò, se è vero l’assunto con cui siamo partiti, è ancora più vero che senza una presa di coscienza personale e trasformativa, cioè che scardini il principio duale della nostra mente, non è possibile parlare di alcun sostanziale conseguimento spirituale.

Se ci fosse possibile percorrere il camino senza sostegni ci troveremmo, come cantava Ashtavakra, a vivere semplicemente ogni cosa senza esserne scossi, a conoscerci già come puro conoscitore-inconoscibile e guardare la vita, gli dei, il cosmo e le istruzioni spirituali come uno spettacolo gioioso e tragico, fatto per essere ammirato, sofferto e dimenticato subito dopo. La coscienza del ricercatore, invece, raramente parte da questo orizzonte, di più, solitamente è una coscienza contaminata dall’angoscia e dalla paura; quando ad angoscia e paura non si riesce più a dare un nome e una causa, finalmente si comincia a pensare che l’origine risieda dentro di noi e si stabilisce di lavorare con se stessi. Di fronte a questa radicale disfatta dell’io sul suo terreno è naturale che si prenda la decisione di affidarsi, di scegliere volontariamente che qualcuno ci possa manipolare e orientare. Che cosa vince, in questo frangente, il bisogno di trovare una soluzione efficace ai nostri problemi o la paura di abbandonarci all’alto? Nel caso in cui la paura vinca sull’abbandono possiamo inferire che si abbia ancora troppo da perdere, o una valutazione di valore personale spropositata, cioè una tremenda fragilità dell’io.

Un io sano si fida. Per affrontare una istruzione nuova, un nuovo passaggio della propria vicenda spirituale occorre un io sano. In che senso si è sani abbastanza e di che cosa o di chi ci si fida propriamente? Un io sano è immediatamente quello che sa prendere le distanze da una mente malata, la propria, e che decide con freddezza e con serenità di aggiustare ciò che si è spezzato, inquinato o fermato. Questa presa di distanza, che è la sola con cui si può prendere una decisione, è anche l’assicurazione di cui possiamo godere per il resto del cammino e la pratica che facilmente possiamo sviluppare nel tempo: la capacità di osservare le attività e le reazioni della mente con distacco, la pratica dell’Osservatore.

A questo punto sembrerà che inizio e fine coincidano: che importanza ha quello che mi accade se io sono già stabilizzato nella posizione dell’osservatore? Il problema sta nel fare in modo che si passi definitivamente e spontaneamente dall’osservatore di cose, fatti e misfatti, all’osservatore puro: alla contemplazione di Dio o alla pura consapevolezza di Sé. Cioè all’annullamento di qualsiasi differenza di io e tu e di qualsiasi diffidenza o paura che ne deriva. Occorre perciò che la nostra pratica spirituale sia fonte di coraggio, non di ulteriori timori. Il coraggio sublime è la fiducia, non negli altri, non in qualcuno, non in una idea, non in un modello: la fiducia deve provenire dalla costante meditazione dell’Unità del divino, dell’unità tra Realtà e Dio, in cui l’unica componente estranea sono le divisioni e le paure sovrapposte dal comune pensare. Chi ha Dio nel cuore non cade. Ecco perchè un cattivo maestro vale come uno buono, se la coscienza è saldamente concentrata sulla Realtà Divina, se si è totalmente innamorati di essa.

E’ impossibile, si dice, truffare un uomo onesto. Perchè la coscienza sia così saldamente protetta e inattaccabile dalle malvagità che irrompono nel mondo della vita religiosa, come in ogni altra iniziativa umana, la sola difesa certa è la purezza. Non precipitate nella fretta di raggiungere degli obiettivi; una purezza superiore, dove decadano anche i gradi di discriminazione tra puro e impuro verrà a suo tempo e con i costi esistenziali relativi. Probabilmente c’è tempo e ci sarà modo. Osservate attentamente le piccole incrinature del vetro della mente da cui potrebbe penetrare l’inganno, ovvero l’auto-inganno. Si identificano in due grandi gruppi: la paura di soffrire e il desiderio di soddisfazione. Queste sono le battaglie da vincere per raggiungere una coscienza davvero limpida, capace di contemplare Dio in ogni frangente della vita, persona o cosa. In questo momento storico è particolarmente difficile combattere le istanze della paura e del desiderio, per le sollecitazioni continue a desiderare e a temere. Ma forse la saturazione che alcuni provano, il desiderio di vivere diversamente, possono guidare fino ad un certo punto, almeno oltre la paranoia e il superfluo. Poi occorre sciogliere quelle convinzioni che ci fanno credere di essere soggetti di un diritto/dovere alla paura e al desiderio – così che si possa cominciare a guardare la propria vita liberamente, cioè con vero distacco dai frutti, dal bene e dal male che ne ricaviamo.

Se c’è un pericolo nella nostra storia spirituale è costituito dalla debolezza e dal menefreghismo con cui ci trattiamo, trattiamo noi stessi, inettitudine che ci porta a ritrovarci “vittime” di circostanze avverse, persone o fatti. Ci sono dei prerequisiti, ben noti, che Shankara indicò per stabilire chi è idoneo a sostenere un cammino spirituale, senza mettere nei guai se stessi e gli altri, e sono: discriminazione tra reale e irreale, distacco dai frutti, possesso delle seguenti qualità: mente calma (sama), autodominio (dama), raccoglimento interiore (uparati), perseveranza (titksa) fede (sraddha), stabilità mentale (samadhana), aspirazione alla Liberazione. Questi principi si devono considerare con la massima attenzione e impegno. Con il possesso di questi criteri si può affrontare molto, o tutto, restando sostanzialmente indipendenti, cioè non-dipendenti psicologicamente e moralmente, perfino servendo nelle condizioni più umili, anche nelle circostanze più difficili da controllare. Il conseguimento di questi requisiti occupa una parte prevalente del cammino spirituale. Si cade in inganno quando si crede di potersi permettere un condono sul proprio impegno, dove si vuole avere tutto subito a basso costo o a costo zero. Come nella vita, qui scatta il pericolo della truffa.

Ma tutto ciò che sentiamo necessario va sperimentato con fiducia. La strada non è razionale, non percorre i limiti del perbenismo e del dualismo. Quando un’istanza si presenta, se ne colga l’opportunità, finché anche questa si riesca ad integrare nella Unità del Reale, nel suo continuo discorso, nella istruzione ininterrotta che ci rivolge e che qualcuno ha giustamente definito Amore. Si può cogliere l’opportunità di imparare e di liberare energie in qualsiasi circostanza – il centro e il perno del gioco siamo noi, è la coscienza che ci anima- e perciò diciamo che qualsiasi cosa può essere uno strumento di Dio. Si tema solo la propria incertezza, la pigrizia mentale, il disimpegno, questi sono i veri truffatori dello spirito. Qualsiasi cosa ci dia l’opportunità di recuperare una parte del nostro sapere, dell’energia spirituale che normalmente rimane assopita a macerare nell’ombra, apprezziamo e ringraziamo questo evento, sotto qualsiasi nome o forma si presenti.

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