Devi Suktam (Rṣi Mārkaṇḍeya, Rv 10,125):

oṃ ahaṃ rudrebhirvasu’bhiścarāmyahamā”dityairuta viśvade”vaiḥ |
ahaṃ mitrāvaru’ṇobhā bi’bharmyahami”ndrāgnī ahamaśvinobhā ||1||

ahaṃ soma’māhanasa”ṃ bibharmyahaṃ tvaṣṭā”ramuta pūṣaṇaṃ bhagam”|
ahaṃ da’dhāmi dravi’ṇaṃ haviṣma’te suprāvye ye’ (3) yaja’mānāya sunvate ||2||

ahaṃ rāṣṭrī” saṅgama’nī vasū”nāṃ cikituṣī” prathamā yaṅñiyā”nām |
tāṃ mā” devā vya’dadhuḥ purutrā bhūri’sthātrāṃ bhū~ryā”veśayantī”m ||3||

mayā so anna’matti yo vipaśya’ti yaḥ prāṇi’ti ya ī”ṃ śṛṇotyuktam |
amantavomānta upa’kṣiyanti śrudhi śru’taṃ śraddhivaṃ te” vadāmi ||4||

ahameva svayamidaṃ vadā’mi juṣṭa”ṃ devebhi’ruta mānu’ṣebhiḥ |
yaṃ kāmaye taṃ ta’mugraṃ kṛ’ṇomi taṃ brahmāṇaṃ tamṛṣiṃ taṃ su’medhām ||5||

ahaṃ rudrāya dhanurāta’nomi brahmadviṣe śara’ve hanta vā u’ |
ahaṃ janā”ya samada”ṃ kṛṇomyahaṃ dyāvā”pṛthivī āvi’veśa ||6||

ahaṃ su’ve pitara’masya mūrdhan mama yoni’rapsvantaḥ sa’mudre ... 

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Fu la notte
Lì nei disegni che il sole oscurava
Attraverso il nero della notte
L’oscurità cara divenne

Le luci fioche
Il silenzio
Il sogno
La grande mente.

Questo tenuto a terra
Il capo diritto al cielo
Il suono tra le onde
L’occhio testimone diritto al Sole.
Il corpo si disintegra.

Seduto a terra, la Divinità dinanzi al volto, la luce si spegne.

Con lo sguardo fisso sul vuoto di quel volto, ora divenuto la notte.

Nel buio ad occhi aperti, ristando, nel nero più scuro che si palesa.

Dalla destra, un lume molto leggero che si posa accanto, poi un altro ed un altro.

Accendendosi come fiammelle, le forme autoluminose riempiono lo sfondo.

Gli Antenati tutti, vengono a sedersi accanto, comparendo con la propria luce in questa visione.

Tutti seduti attorno a questo, nel sacrificio, nello svaha, dentro il buio immenso…

Immagini, sensi, suono esterno,
interno, silenzi, rumori e campanelli…

Come voci distanti, la coscienza segue il suono… Risucchiata dal vortice in basso, attraverso un canale nell’oscurità.

Il Lingam, il volto, si spacca a metà verticalmente, la fronte si apre.

Da ogni parte, ogni occhio crea a vivifica col suo potere, ovunque si posi.

Ogni occhio ... 

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Minyak kukang è, letteralmente, l'olio di loris. Va così: un primate minuto, membra piccine coperte di pelo soffice soffice, tutto tenerezza e occhi grandi grandi, è preso ed abbrustolito vivo. Prima di scoppiare fuori dalle orbite seguiti da una buona porzione di cervello cotto, gli occhi fondono in una brodaglia di umori e liquidi: “lacrime”. Queste sono raccolte per essere usate nella stregoneria cambogiana, filtri d'amore per lo più. Il desiderio. Si sa, niente attrae più dell'agonia: il grande magnete universale. Altre lacrime sono così disposte: le donne piangono sotto il vasto mare, gli uomini piangono in cima alle alte montagne. I bambini dilaniati da mastini versano lacrime e sangue si mescolano, reagiscono in acidi che corrodono le porte del Regno, sciolgono in una pozza nauseabonda la redenzione promessa, l'armonia che tutto ricapitola e giustifica è un blob dodecafonico. Eppure lo si sa, gli dei si innamorano della violenza. Tlaloc beve le lacrime dei bambini e le ripiove sulla terra asciutta: ne è generosamente ghiotto. Così le unghie sono scoperchiate e il pianto che poi bagnerà il vasto mondo è raccolto come fanno i saggi del Mutus Liber con la rugiada celeste. Tlaloc lo sugge, se ne inebria e ce lo risputa sopra. Il marchio fisico del soffrire: le lacrime, il sangue, la pelle dello scorticato e gli organi fumanti dei corpi dai corpi estratti. Gli dei si innamorano della violenza e il volto dell'innamorata è potenza ubiqua. Scambio e dono. Prima è moneta di corso per le nostre contrattazioni da mercato con essi, infine vero centro del loro essere divino: là dove sfuma la distinzione fra Dio stesso e Violenza stessa. E la lingua dice “sacrificio” che è “rendere sacro” – per mezzo della violenza – ma non dice niente. Si sente però il lezzo del corpo e delle senzanumero pene che secerne: ambasce e lacrime. Il Vir dolorum piange, sanguina, suda sangue... si cagherà addosso dopo il lemà sabactàni? Non lo escludiamo.

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La fanciulla divina guida il carro notturno verso il mondo degli intellegibili. Così, la figura graziosa e verginale della primavera, l’anima amata e desiderata da tutti, il piacere, la bellezza, la generosità della vita, è anche signora e regina dei mondi oscuri in cui la vita si eclissa. Questa forza desiderante e attraente è la spinta sicura verso il mondo ulteriore, dove solo la Luna, luce dell’intelligenza delle cose soprasensibili, illumina l’orizzonte. Tutto ciò che è vivo e desiderabile rapidamente sfugge, guidato da un’intelligenza infallibile verso la notte, dove dimora fuori dallo sguardo diurno della ragione, là dove solo il cuore può trovare la strada. E’ la tragicità che si intuisce dietro la bellezza, l’effimera sopravvivenza nel tempo dell’oggetto visibile, la cui permanenza è conosciuta solo da chi sappia illuminare la notte con intuizione spirituale, superiore. La fanciulla offre la sua visione e sfugge inesorabilmente. Al ricercatore il compito di seguire il suo carro notturno, per ritrovare l’anima segreta, colei che ama nascondersi, che corre veloce, che abita stabilmente oltre i confini del giorno. Perciò ... 

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[da “Philosophy of Gorakhnath” di Akshaya Kumar Banerjea, Motilal Banarsidass Publishers]

[cap. VII]
Il Siddha-Yogi Sampradaya di Gorakhnath indica la Realtà Suprema trascendente come Shiva, e il Potere onnipervadente supremo, origine di tutto, come Shakti. Shiva con Shakti, eternamente ed essenzialmente immanente alla sua natura, o Shakti eternamente unita a Shiva, rappresentano, secondo questo Sampradaya, la Realtà Assoluta.
Nel Siddha-Siddhdnta-Paddhati, Yogi-Guru Gorakhnath ha descritto questa unione eterna ed essenziale tra Shiva e Shakti, il Supremo Spirito Trascendente e il Supremo Potere origine di tutto.

Shivasya abhyantare Shaktih Sakter abhyantare Shivah
Antaram naivajdnlyat candra-candrikayor iva.

“Shakti è immanente in Shiva, e Shiva è immanente in Shakti, dunque vedi che non vi è nessuna differenza tra i due, come tra la luna e la luce lunare”.

Nella metafora della luce lunare il Mahayogi concepisce la Luna che splende da sola e da se stessa, e la luce lunare come l’espressione della Luna sotto forma di raggi luminosi irradiati dal suo centro. Evidentemente in accordo con questa concezione della Luna non vi è alcuna differenza essenziale ... 

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Re Dasharatha si recò in visita presso il regno di Anga, accompagnato dalle sue regine e i suoi ministri. Romapada, il re di Anga e suo parente, accolse con piacere il corteo reale e gli tributò tutti gli onori. Dopo i saluti di rito, Dasharatha espose il motivo della sua visita: “Mio caro amico, tu sai che io sono senza figli e desidero una discendenza. E’ stato predetto dal grande saggio Sanat Kumara che solo Rishyashringa, marito di tua figlia di Shanta, può condurre il rituale per assicurarmi una discendenza. In assenza di suo padre Vibhandaka, tu sei come un padre per lui. Ti chiedo gentilmente, accompagnalo ad Ayodhya, insieme alla famiglia, e permettigli di condurre per me lo Yagna Ashwamedha per farmi ottenere i figli che tanto desidero”.

Romapada rispose: “Caro Re, è detto che un uomo senza un figlio non può aspirare a raggiungere le regioni celesti dei suoi antenati. Sono molto onorato che mio genero possa aiutare la continuazione della dinastia di Ikshvaku. Io sarò certamente presente a questo nobile Yagna condotta da Rishyashringa “. Con queste parole, Romapada inviò un messaggero per informare Rishyashringa della richiesta avanzata ... 

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Dissero il falso, dunque, i profeti del mio destino,
quelli che in un lontano tempo di pace
prevedevano per me una vita benedetta
e che mai sarei stata donna senza figli,
o avrei conosciuto il dolore della vedova
– tutti mentivano, e le loro parole erano vane
se Tu, mia vita e mio signore, sei stato ucciso.
Falso era il sacerdote e vana la sapienza
che mi benedissero in quei giorni beati
quando regnavo ignara al fianco di Rama:
se tu, mio signore e mia vita sei stato ucciso.
Mi chiamarono felice fin dalla nascita
fiera imperatrice del re del mondo
e mi benedirono – ma quel pensiero è dolore
se tu, mio signore e mia vita, sei stato ucciso.
Ah speranza vana! Ogni auspicio di gloria,
che segni una futura regina, è stato mio
e nessuna traccia di malaugurio mostrava
abbattersi su di me il dolore della vedovanza.
Dissero che avevo bei capelli neri
lodarono la linea delle mie sopracciglia
e i denti ben divisi e allineati
e la curva graziosa del mio seno.
Ci furono lodi per i miei piedi e per le mie dita
dissero della mia pelle che era ... 

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[da “Shiva e Dioniso” di Alain Danielou]

A suo tempo Shiva si incarnò nella forma della scimmia chiamata Hanumat, famosa per la sua forza e le sue prodezze. Sin dalla più giovane età Hanumat, la più possente delle scimmie, era di un’audacia estrema. Un mattino prese il sole per un frutto e lo volle divorare ma vi rinunciò a richiesta degli dèi. Si recò da Sugriva, il fratello di Bali, re delle scimmie, che questi aveva esiliato nella foresta. Qui si alleò con Rama, che viveva anch’egli in esilio con il fratello Laksmana e che si lamentava perché il demone Ravana aveva rapito Sita, sua moglie. Rama uccise il potente re delle scimmie, Bali, che era un malvagio. A richiesta di Rama, Hanumat, robusto e scaltro, partì alla ricerca di Sita con un esercito di scimmie. Venuto a sapere che si trovava nella città di Lanka (Ceylon), attraversò il mare con un balzo, cosa che nessuno aveva mai fatto prima, e raggiunse Lanka. Qui, dopo molte prodezza, diede a Sita il segno di riconoscimento che gli aveva affidato Rama e la consolò. Per strada distrusse i giardini di Ravana e uccise molti Raksasa. Uccise il figlio stesso di Ravana. Questa scimmia eroica seminò il disastro ... 

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Molto spesso il tema archetipico che sottende sia al rituale iniziatico che le mitologie della morte, presuppone l’inghiottimento da parte di un mostro. Il simbolismo dell’inghiottimento e del penetrare nel ventre equivale ad una regressione psichica nell’indistinto primordiale, psichicamente è la discesa agli Inferi fra le tenebre ed i morti, la regressione sia nella notte cosmica sia nelle tenebre della follia in cui l’individuo si dissolve. Se teniamo conto dei suggerimenti di Eliade sulla corrispondenza tra morte, notte cosmica, caos, follia e regressione alla condizione primaria, si comprenderà facilmente perché la morte è sinonimo di saggezza; il futuro iniziato deve conoscere la follia e calarsi in quelle tenebre portatrici (anche per Jung) di una reviviscenza ed un contatto con la ricchezza dell’inconscio collettivo. La creatività, sappiamo, è sempre in relazione con certe follie, certe oscurità ed orge, inseparabili dal simbolismo della morte e delle tenebre. Gli storici delle religioni ci indicano che lo stesso schema iniziatico lo ritroviamo in tutti i misteri, poiché generazione, morte e rigenerazione sono stati compresi come tre ... 

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La fonte basilare per la conoscenza del mito che racchiude l’archetipo dei Misteri eleusini è l’Inno omerico a Demetra che canta come la Dea istituì i Misteri di Eleusi in occasione del suo soggiorno in questa città.
“Prima di partire, ella svelò ai sovrani amministratori della giustizia, a Trittolemo, a Diocle, il fustigator di cavalli, alla forza di Eumolpo, a Keleo, il conduttor di guerrieri, la perfetta celebrazione dei sacri riti; ella ammaestrò tutti negli òrgia venerabili… Felice chi fra gli uomini che vivono sulla Terra li ha contemplati! Chi non è stato perfezionato nei sacri Misteri, chi non vi ha preso parte, mai avrà, dopo morto, un destino simile al primo, oltre l’orizzonte oscuro” (Inni omerici, vv.473-482).

Il termine òrgia ha, nel greco antico, un senso diverso da quello comune di “orgia” nella nostra lingua; esso designava un intenso stato interiore in cui l’iniziato si sentiva immerso e quindi spinto ad una apertura di coscienza verso la dimensione del sacro, vissuta come un quid più profondo dell’uomo stesso, ossia come una “trascendenza immanente”. Le iscrizioni e le raffigurazioni mostrano costantemente la ... 

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