SEMINARIO
PESARO, 22 DICEMBRE 2019

Vorrei chiudere questa stagione di incontri con una celebrazione del Solstizio d’inverno all’insegna della meditazione del Sole che, nel suo valore massimo di declinazione negativa stagionale, incarna l’immagine del Sole interiore, racchiuso oltre la soglia visibile, in attesa di nascere dal cuore. Con il Gayatri, il Sole è invocato come presenza visibile dell’Atman, del regolatore dei mondi, che al suo comando seguono il proprio corso esattamente: così il Sole guida a seguirlo i pianeti e gli dei, come il Sommo Bene, a cui tutto il cosmo obbedisce come una sola mente e un solo cuore, sincronico. Questo è tradizionalmente il modello dell’Intelligenza suprema, della volontà divina diffusa su tutto, e quindi della conoscenza spirituale, quando l’insieme è dotato di una volontà luminosa, condivisa e visibile, unitaria. Di questa Intelligenza si chiede il Sole di illuminare le nostre menti, perché come gli dei e le potenze planetarie seguono il sole, seguiamo luminosi la via celeste, senza fine, immortale. A definire questa visione beatifica, non a caso, è un canto, la cui potenza creatrice abbiamo letto e meditato nel corso di questi mesi. ... 

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Manusmrti II: 74-107

74. Si pronunci la sillaba Om all’inizio e alla fine della lettura dei Veda, poiché ogni lettura che non sia preceduta da AUM si cancella a poco a poco e quella che non ne sia seguita non lascia tracce nello spirito.

75. Seduti su steli di erba di Kusa con le punte rivolte a est, purificato dalla Pavitras (erba Kusa) e santificato da tre controlli del respiro (pranayama), si è degni di pronunciare la sillaba Om.

76. Prajapati (il signore delle creature) estrasse dai tre Veda il suono A, U, e M, e le tre grandi invocazioni Bhuh, Bhuvah, Svah.

77. Inoltre dai tre Veda Prajapati, che abita nel più alto dei cieli (Parameshthin), estrasse i versi sacri a Savitri (Gayatri Mantra), che iniziano con la parola tad, un piede da ciascuno.

78. Un Brahmana, istruito nei Veda, che recita al crepuscolo del mattino e della sera la sillaba e il verso, preceduta dal Vyahritis, guadagna tutto il merito che la recita dei Veda conferisce.

79. Un uomo nato due volte che ogni giorno ripete la triplice invocazione mille volte, in un luogo appartato, verrà liberato dopo un mese anche da grandi colpe, come un serpente dalla pelle.

80. Un Brahmana, uno Kshatriya o Vaisya che trascuri ... 

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Aum Bhur Bhuvah Svah
Tat Savitur Varenyam
Bhargo Devasya Dhimahi
Dhiyo Yo Nah Prachodayat

[Rg Veda 111,62,10 ]

Il Signore dei tre mondi
quel sole invochiamo
divino vivificatore, che illumina gli astri e gli dei,
perchè illumini la nostra mente.

«Non c’è nulla di più sublime della Gàyatri». Esso è il mantra più famoso dei Veda, rivolto al divino donatore di vita come Dio supremo, simbolizzato in Savitr, il Sole. Per questo motivo la preghiera si chiama anche Savitr. È recitata ogni giorno al sorgere e al tramontare del sole, di solito al momento del bagno rituale. Questo mantra deriva il suo nome dal metro in cui è scritto, la gàyatrì, che è un metro poetico vedico di ventiquattro sillabe, il cui autore, secondo la tradizione, fu il saggio Visvàmitra.
Per cogliere la rilevanza di questo testo sacro dobbiamo ricordare l’importanza di un mantra, specialmente nel periodo vedico, anche se il mantra è un fenomeno umano primordiale riscontrabile praticamente in tutte le tradizioni religiose. I mantra non sono formule magiche, neppure frasi puramente logiche; essi collegano, in modo molto particolare, gli aspetti oggettivi e soggettivi della realtà. Per illustrare questa funzione viene spesso usato questo esempio. Un re chiede al suo ministro, che è molto progredito nella vita spirituale e pratica il japa (la recitazione dei mantra), di insegnargli il suo mantra. Il ministro si rifiuta ma il re insiste. Il ministro dice a un paggio che si trova lì vicino di catturare il re, ma nonostante ripeta l’ingiunzione il paggio non si muove. Infine il re, irritato, dice al paggio di catturare il ministro e il ragazzo ubbidisce immediatamente. Il ministro scoppia a ridere e spiega al re: i nostri ordini erano gli stessi e anche colui che li riceveva; eppure in un caso il comando non fu eseguito e nell’altro sì. Nel caso di un mantra tutto dipende dall’autorità e dalla preparazione spirituale di chi lo pronuncia. La parola mantra denota ciò che è stato pensato o conosciuto o ciò che viene trasmesso in privato – o persino in segreto attraverso l’iniziazione (dìksa) – e che possiede il potere di liberare. È parola sacra, formula sacrificale, consiglio di grande efficacia. La Brhadàranyaka-upanisad spiega come il mondo abbia avuto origine dall’unione della Mente (manas) con la Parola (vàc). Il mantra non è né un mero suono né una semplice magia. Le parole non hanno solo un suono ma anche un significato che non è manifesto a tutti coloro che semplicemente odono il suono. Le parole vive hanno, inoltre, un potere che trascende il piano puramente mentale. Per acquisire questa energia della parola si deve cogliere non solo il significato ma anche il suo messaggio o le sue vibrazioni, come sono talvolta chiamate al fine di sottolineare il legame con lo stesso suono. Fede, comprensione e pronuncia fisica, così come la continuità fisica (il mantra deve essere trasmesso da un maestro), sono requisiti essenziali per un mantra autentico. Ogni parola ci congiunge con la fonte di tutte le parole. Il carattere ultimo della parola, sabdabrahman, è un concetto fondamentale nella spiritualità indica.
Diversi inni dell”Atharva-veda alludono alla posizione privilegiata occupata dal mantra Gayatri. Quando il i poeta tenta di definire il Primo Principio, l’Assoluto, e di localizzare il «Non-nato», dice, così da offrirci una nozione della sua inaccessibilità, che egli è:

Più alto dell’alta Gàyatrì al di là dell’Immortale egli procedette. Dov’era allora il Non-nato? Questo neppure i conoscitori della scienza vedica sanno dire.
AV X,8,41 Continua a leggere