Ci sono molti modi di celebrare e di offrire sacrifici, o meglio, in una parola sola, di servire. Servire Dio, o il Guru, è servire gli altri, la vasta molteplice forma dell’Essere, che non ha confini o identità fisse, la cui natura è l’espansione, Brahman, la cui condizione non si può indicare né in questo né in quello, neti neti, nulla, se non formalmente nel vuoto, che tutto contiene e riassorbe e fa risuonare, come voce e canto permanente dei mille nomi del mondo.

In India, parlando con un insegnate di lingua Hindi anziano e saggio, ci siamo trovati concordi: “insegnare è il servizio supremo”. Servire con il proprio lavoro il Supremo che abita in silenzio il cuore di ogni studente, dare ad esso parole e strumenti perché incontri verità, stabilità e emancipazione, questo è il servizio dello yogi e dell’insegnate devoto. Perciò servire lo studente è servire il Supremo. Dio, il Guru e l’Atman sono una sola cosa, recita un detto indiano. Quelli che l’hanno compreso, hanno conosciuto la grazia del Guru.

Questa è l’esperienza che per me ha manifestato il più alto significato del sacro, del luogo separato in cui si sottrae a se stessi ... 

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Il Devīmāhātmya inizia con il racconto del rishi Mārkaṇḍeya che narra di un re virtuoso, di nome Suratha, di come soffrisse per aver perduto il suo regno e come cavalcando da solo nella foresta fosse giunto all’eremo di Medha, un sant’uomo. Il racconto poi prosegue con l’arrivo all’eremo di un mercante di nome Samadhi, espropriato della sua ricchezza e scacciato dalla sua avida famiglia. In quel luogo, circondati dalla pace e dalla bellezza, entrambi si aspettano di trovare la tranquillità, ma al suo posto emerge un profondo tumulto interiore, alimentato da pensieri ricorrenti di smarrimento, tradimento e di attaccamento a ciò che si erano lasciati alle spalle. Il re riteneva che in quanto uomini di conoscenza, avrebbero dovuto saper individuare la causa della loro infelicità. Insieme si rivolgono a Medha, che immediatamente riconosce nella conoscenza intesa dal re la conoscenza del mondo materiale e non la comprensione approfondita della vera natura delle cose. Il compito del saggio sarà quindi quello di risvegliare i suoi due discepoli alla conoscenza spirituale più elevata. Medha rivela a Suratha e Samadhi che, come tutti gli esseri umani, anche loro sono vittima dell’inganno di Mahāmāyā, colei che getta persino il sapiente nell’oscuro vortice dell’attaccamento. Dopo aver soggiogato le loro menti, ella li lega al ciclo di esistenze transitorie (samsāra) e alle sofferenze che ne conseguono. Medha spiega ai discepoli che nulla in questo mondo è come appare.

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Tremila anni prima dell'apparizione del Devīmāhātmya, una civiltà avanzata come quella dell'Egitto e della Mesopotamia sorse sulla vasta pianura alluvionale dei fiumi Indo e Sarasvatī e prosperò in splendore tra il 2600 e il 1900 AC. Le sue città di Harappa e Mohenjo-daro erano tra le più grandi al mondo, e ci sono numerose prove archeologiche che l'India dell'Età del Bronzo sia stata culturalmente ed etnicamente diversa com'è oggi. Come nella maggior parte del mondo antico, diversi culti religiosi probabilmente coesistevano, più o meno pacificamente. Poco prima dell'ascesa della civiltà Harappan, o dell'Indo-Sarasvatī, negli insediamenti degli altipiani nel Belucistan, a nord e a ovest della Valle dell'Indo, le culture pre-Harappa consideravano la Dea Madre, o alcune dee, più o meno allo stesso modo degli altri popoli del Neolitico nel Medio Oriente. Prevedibilmente per una società agricola, le immagini della dea pre-Harappan mostrano temi relativi alla fertilità e ai cicli della natura. Realizzate in argilla cotta, le statuine condividono caratteristiche comuni, come capelli riccamente elaborati, collane ornate, facce simili a uccelli, fianchi larghi e seni pieni. Spesso rappresentano la forma femminile dalla vita in su, quasi a suggerire una dea della terra che emerge dal suolo. Alcune, con le mani sul petto, suggeriscono una madre benevola e nutriente. Altre, spesso incappucciate e con visi truci, talvolta a forma di teschio, suggeriscono una dea del mondo sotterraneo che è il guardiana dei morti e forse del seme interrato. I loro macabri volti e le loro bocche distorte sembrano concepiti per evocare il terrore, ed è facile immaginare la dea che rappresentavano come un prototipo di Kālī.

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Devi Suktam (Rṣi Mārkaṇḍeya, Rv 10,125):

oṃ ahaṃ rudrebhirvasu’bhiścarāmyahamā”dityairuta viśvade”vaiḥ |
ahaṃ mitrāvaru’ṇobhā bi’bharmyahami”ndrāgnī ahamaśvinobhā ||1||

ahaṃ soma’māhanasa”ṃ bibharmyahaṃ tvaṣṭā”ramuta pūṣaṇaṃ bhagam”|
ahaṃ da’dhāmi dravi’ṇaṃ haviṣma’te suprāvye ye’ (3) yaja’mānāya sunvate ||2||

ahaṃ rāṣṭrī” saṅgama’nī vasū”nāṃ cikituṣī” prathamā yaṅñiyā”nām |
tāṃ mā” devā vya’dadhuḥ purutrā bhūri’sthātrāṃ bhū~ryā”veśayantī”m ||3||

mayā so anna’matti yo vipaśya’ti yaḥ prāṇi’ti ya ī”ṃ śṛṇotyuktam |
amantavomānta upa’kṣiyanti śrudhi śru’taṃ śraddhivaṃ te” vadāmi ||4||

ahameva svayamidaṃ vadā’mi juṣṭa”ṃ devebhi’ruta mānu’ṣebhiḥ |
yaṃ kāmaye taṃ ta’mugraṃ kṛ’ṇomi taṃ brahmāṇaṃ tamṛṣiṃ taṃ su’medhām ||5||

ahaṃ rudrāya dhanurāta’nomi brahmadviṣe śara’ve hanta vā u’ |
ahaṃ janā”ya samada”ṃ kṛṇomyahaṃ dyāvā”pṛthivī āvi’veśa ||6||

ahaṃ su’ve pitara’masya mūrdhan mama yoni’rapsvantaḥ sa’mudre ... 

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L’Appeso è l’immagine del sacrificio incarnato, quello che si sublima nella morte, ma che nella sofferenza in vita ha conosciuto la sua narrazione privilegiata, il suo canto silenzioso. Le parole sono volgari e inefficaci a rappresentare la dignità dell’uomo appeso, perciò su di lui vige il silenzio, mentre i soffi lo abbandonano, distaccandosi, separati. Il controllo è l’enigma. Colui che massimamente sta controllando il flusso è altresì prigioniero della sua stessa posizione di controllo e non la esercita, ma la subisce. Dove si deve posizionare il bandha, chiederà quindi lo yogi avveduto? Nella mente, da cui ogni soffio prende inizio. Dalla mente discende il respiro, dal respiro proviene la parola e la parola nella mente si dissolve. Quindi la posizione capovolta che assume l’impiccato indica lo stato in cui la mente si riconosce radice dei soffi e del divenire, che perciò viene costretta nell’attenzione silenziosa a fermare il suo flusso naturale. Il Sole e la Luna, le polarità sessuate, sono svelate. L’ardore religioso del respiro, la palingenesi quotidiana, quanto il moltiplicarsi intimo dei sensi  ... 

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Fu la notte
Lì nei disegni che il sole oscurava
Attraverso il nero della notte
L’oscurità cara divenne

Le luci fioche
Il silenzio
Il sogno
La grande mente.

Questo tenuto a terra
Il capo diritto al cielo
Il suono tra le onde
L’occhio testimone diritto al Sole.
Il corpo si disintegra.

Seduto a terra, la Divinità dinanzi al volto, la luce si spegne.

Con lo sguardo fisso sul vuoto di quel volto, ora divenuto la notte.

Nel buio ad occhi aperti, ristando, nel nero più scuro che si palesa.

Dalla destra, un lume molto leggero che si posa accanto, poi un altro ed un altro.

Accendendosi come fiammelle, le forme autoluminose riempiono lo sfondo.

Gli Antenati tutti, vengono a sedersi accanto, comparendo con la propria luce in questa visione.

Tutti seduti attorno a questo, nel sacrificio, nello svaha, dentro il buio immenso…

Immagini, sensi, suono esterno,
interno, silenzi, rumori e campanelli…

Come voci distanti, la coscienza segue il suono… Risucchiata dal vortice in basso, attraverso un canale nell’oscurità.

Il Lingam, il volto, si spacca a metà verticalmente, la fronte si apre.

Da ogni parte, ogni occhio crea a vivifica col suo potere, ovunque si posi.

Ogni occhio ... 

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Minyak kukang è, letteralmente, l'olio di loris. Va così: un primate minuto, membra piccine coperte di pelo soffice soffice, tutto tenerezza e occhi grandi grandi, è preso ed abbrustolito vivo. Prima di scoppiare fuori dalle orbite seguiti da una buona porzione di cervello cotto, gli occhi fondono in una brodaglia di umori e liquidi: “lacrime”. Queste sono raccolte per essere usate nella stregoneria cambogiana, filtri d'amore per lo più. Il desiderio. Si sa, niente attrae più dell'agonia: il grande magnete universale. Altre lacrime sono così disposte: le donne piangono sotto il vasto mare, gli uomini piangono in cima alle alte montagne. I bambini dilaniati da mastini versano lacrime e sangue si mescolano, reagiscono in acidi che corrodono le porte del Regno, sciolgono in una pozza nauseabonda la redenzione promessa, l'armonia che tutto ricapitola e giustifica è un blob dodecafonico. Eppure lo si sa, gli dei si innamorano della violenza. Tlaloc beve le lacrime dei bambini e le ripiove sulla terra asciutta: ne è generosamente ghiotto. Così le unghie sono scoperchiate e il pianto che poi bagnerà il vasto mondo è raccolto come fanno i saggi del Mutus Liber con la rugiada celeste. Tlaloc lo sugge, se ne inebria e ce lo risputa sopra. Il marchio fisico del soffrire: le lacrime, il sangue, la pelle dello scorticato e gli organi fumanti dei corpi dai corpi estratti. Gli dei si innamorano della violenza e il volto dell'innamorata è potenza ubiqua. Scambio e dono. Prima è moneta di corso per le nostre contrattazioni da mercato con essi, infine vero centro del loro essere divino: là dove sfuma la distinzione fra Dio stesso e Violenza stessa. E la lingua dice “sacrificio” che è “rendere sacro” – per mezzo della violenza – ma non dice niente. Si sente però il lezzo del corpo e delle senzanumero pene che secerne: ambasce e lacrime. Il Vir dolorum piange, sanguina, suda sangue... si cagherà addosso dopo il lemà sabactàni? Non lo escludiamo.

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Fai come se l’Amato fosse accanto a te. In ogni singola nota della tua voce sia il seme glorioso di Quello che ami. In ogni gesto la presenza sottile della forma amata e il suo respiro. La sua voce ti guidi a raggiungerlo, come un richiamo che non si spegne. Tieni lo sguardo sul cuore e non distoglierlo. Agisci in solitudine, ma sappi che sei sempre visto e sentito, lì dove sempre guardi e ascolti. Sei il seme del ricongiungimento, sei l’eroe che siede davanti alla porta del castello, se l’amato che abita il giardino del cuore, sei la chiave che apre tutte le porte. Sei la sapienza e la grazia, la verità invisibile agli occhi. Sei la volontà che non si spezza, il grande mago, il re e il poeta. Sei la testa che poggia sulle ginocchia della Madre. Sei figlio e il devoto, sei il suo signore e il suo servo, sei il suo Re e lei la tua Dea. Sei la ricerca che non ha fine, ma sempre inizio, sei la luce che guida sul sentiero e il passo marziale della vittoria. Sei l’eroe in esilio nella foresta, sei la foresta che abbraccia il suo ritorno, sei l’asilo e il regno. Sei la buona novella e la stella del mattino, l’annuncio e l’eco ... 

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Con inusuale nitidezza, per i nostri tempi, la Potenza che regola il numero e la durata delle specie viventi, che crea, dispone e distrugge il creato, si manifesta ai nostri occhi, come in tempi remoti era solita fare, così che aveva allenato le menti alla Sua sapienza, a consistere della sua Grazia. Tutto ciò che è individualizzato muore, mentre resta immutato l’insieme, l’indistruttibile, nel cui sogno oceanico abbiamo abitato vita dopo vita, come moltitudine. La Morte ci riporta al vero, perciò è distruttrice delle illusioni. L’unico esistente, l’unico sempre vivente, è l’impersonale, che regola quando vuole e come vuole le vite dei molti. Ritornando a brillare alla vista di tutti, unico sacrificio che spande il suo calore e la sua benedizione sul mondo, il Sole, in cui a officiare il canto sono tutti gli Dei. Quel sole ha il suo omologo nella verità innata, quella precede ogni formulazione del pensiero e del desiderio. Quello precede ogni identificazione di sé e di altro, è preesiste alla stessa nascita, mai nato che sempre risorge, dopo la notte della nescienza e del sogno. A quella verità occorre fare riferimento ... 

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E’ una delle raffigurazioni più difficili, che sembrano parlare del morbo e della quarantena, dell’inagibilità del mondo costruito, dell’essere rinchiusi in un luogo che frana, legati, come animali in trappola, in attesa di una salvezza promessa, mediata da altrove e forse inattendibile. Ricorda antichi modelli di autorità e di castigo, di sacrificio e costrizione. Ricorda la fragilità umana, la sua forzata condizione di maturazione e di essere sospesa, in attesa di istruzioni migliori. L’umana fragilità è spesso negletta e abusata, come fosse il fragile guscio una torre inviolabile, adatta a resistere a ogni assalto. Le mura del castello interiore sono invece supporti fragili e creati in emergenza, forme simboliche, piuttosto che effettive. Segnali di un limite che invece che inviolabile è spazio che si apre sotto la folgore dell’istante, costante bersaglio di violazione e di frattura. Quel perimetro è il luogo del contatto e della capitolazione, della spaccatura che si apre alla relazione. Dove entrano le armate d’assalto del mondo, o del cielo, e le mura cadono in fiamme. Dentro quel sito di isolamento c’è ... 

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