L’Imperatore è immerso nell’oscurità delle sue emozioni e del dubbio, la Luce della Luna è dolce, ma anche livida e suggestiva di pericoli e calamità, il canto della Stella, invece, che segnerebbe con certezza la direzione, è troppo lontano, coperto dalla notte, sembra irraggiungibile, appena udibile. E’ un unico cielo a sostenere tutti i luminari, da cui il Sè emergerà come il Sole, da sotto l’abito pesante e secolare dell’Imperatore. Come si muovono gli esseri che la Luna ha accolto con sé? Sotto il suo riflesso salvifico, ancorati con prontezza nell’istinto, puro riflesso, o nella quiete del sonno, nell’intelligenza veggente del predatore notturno, nel canto enigmatico degli animali della foresta, nella vita segreta che si regola da sé, indefettibile, più esatta di ogni calcolo umano, sostenuta dal respiro e dai fluidi, dal loro sapere segreto, che ciascuno informa secondo il suo mandato e obbedisce. Oltre questo ritmo, la lunga teoria delle Stelle, del loro spazio e numero incalcolabile, alfabeto e paradigma di tutta la conoscenza del cosmo, del grande come del piccolo, poema visibile e non scritto, vivente ... 

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Dentro la grotta del cuore l’angelo trasporta il veggente a sorvolare il mondo diurno degli uomini e quello notturno degli spiriti, dove contempla gli dei, i pianeti e le forze che agiscono al di fuori del tempo. In questo spazio, più grande dell’universo, più piccolo del grano di senape, che è racchiuso nel cuore, lo yogi conosce le forze che plasmano il mondo, la loro ricaduta e la loro ascesa. Le anime allo stesso modo discendono o salgono per la stessa via, ma spinte da una potenza che le sposta come il vento fa con le foglie morte. I molti discendono e salgono sospinti dai meriti e dalle colpe, dai desideri e dagli attaccamenti, sfuggendo a ciò che detestano e ricadendo dove temevano. Lo yogi, che ha preso la via del Cuore, conosce le direttrici sottili che hanno dapprima solcato il suo corpo e poi i cieli e le sfere planetarie, perché ciascuna ha chiamato in sé, aperto, come un corpo smembrato, che ogni cosa attraversasse la sua esperienza, l’ha comandata, e l’ha richiusa nel sepolcro sigillato della sua ascesi. Senza che il cuore conosca queste vie, la parola è vana, l’ascolto improduttivo, il cuore è debole e la ... 

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Un sacerdote, santificato dall’affievolirsi della sua memoria, giocato e perduto dalla sua eloquenza, conservato nel liquido caustico della santa povertà, articolato sulle giunture dello smembramento, fiore bianco che sa di morte e primavera insieme, illuminato dall’ombra che lo sovrasta, come il silenzio che si sta adagiando, sillaba dopo sillaba, sulle sue parole. Alla sua casa si affaccia l’abissale bambino del mondo, vestito di suoni e di ecolalie, muto come un pesce, coperto dalla placenta verde con cui è stato spuntato fuori dalle acque, ancora pinnato, boccheggiante, ignaro, assorto nel sogno che lo circonda e lo nutre di latte velenoso, di sporcizia e di fango, umile e spavaldo. Di chi sei figlio, da dove provieni? Ti dovrei uccidere, pensa l’anziano sacerdote, assorto nelle sue litanie, sempre più sfocate nella memoria, coda pinnata di una conoscenza che ha visto tempi più saettanti e ingloriosi. Adesso, dondolando sul suo trono di erba secca, attende che il lattante profferisca una parola che inneschi il fuoco, ma il pesce è muto e si dimena, chiede aria e cibo, ruba e ride, si offre e si nasconde, si inorgoglisce e si vergogna e non ricorda ... 

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Fluida e costante, la coscienza pacificata è la madre di tutti i cammini. Paziente, come l’amore sacro, mai di fretta, come lo yogi avveduto, umile come il cuore puro, silenziosa, si affretta lentamente sul proprio passo, guidata dalla potenza invisibile dell’Angelo, dell’intelligenza celeste sovrana del moto di tutti i pianeti, salvifica, esatta. La quiete è il passo con cui si placa la tempesta, racchiusa nel vaso medicinale, antidoto al suo veleno. Riposi il composto nella coppa d’oro, si trasformi col tempo in guarigione. Non c’è affanno e non c’è timore, dove c’è un cammino. Dove c’è un cammino, c’è l’angelo custode, il consolatore, il santo, il maestro invisibile e il soccorso sicuro, la protezione e la grazia. Andare sotto il suo sguardo, guardando con il suo occhio, respirando con il ritmo delle sue ali, illuminando con la sua purezza, indifferenti ad altro sguardo che al Suo, immersi nel suo miele raro, nel suo fresco alito di vento. Non ci sono parole umane, immersi nel suo canto sottile, ma la fiducia piena e innocente, la sicurezza della promessa che è già realizzata, che cammina dinnanzi, che segue il proprio passo, che avvolge con il suo richiamo. Il suo giudizio è gentile. Sollievo della fatica e compassione del giusto. Colui che ha agito giustamente, sotto la sua leggera potenza, non deve temere. E’ come un uccello notturno che si ciba dei raggi di luna, indefettibile, mai nato, un respiro che tocca raramente il suolo, non visto, non riconosciuto, senza peso e senza colpa. Pneuma, anima soltanto, vento caldo che risale, invisibile all’invisibile. Continua a leggere

Creatore, presente, lingua di fuoco, Agni, poeta, alato messaggero, psicopompo, seme, germoglio, veggente, ermetico, oracolare. Tu che chiedi e che dai. Ritmo, tamburo, corda, ordinatore, inganno, principio. Uno e due, teurgo, primo dio, arconte e progenitore. Tu che cadi dal paradiso. Peccatore. Re e sacerdote. Menzognero, astuto, corinzio, ladro del vello d’oro, argonauta, traditore. Teatrante, maschera, palo sacrificale. Tu che leghi la bestia, che affondi la lama. Apollo delfico, genio, daimon, cosmogonico. Padre Urano. Che spalanchi la bocca, che emetti la sillaba. Scintilla, emissione, fecondo, che hai creato le vacche, uccisore, lucifero, tentatore. Selce, punta, cacciatore. Arciere solare. Straccione. Truffatore. Demiurgo e guardiano. Venditore di anime. Lubrico di desiderio. Canto e inno, musico celeste, orfico, castissimo, giovinetto. Mantello. Specchio, gemello. Lucido inganno. Essere, tu che sei, i molti e l’uno, la carta che vince, il solo giocatore. Ordinatore invisibile, abile mano, occhio non visto, pensatore non pensato. Rapida ascesa. Signore dai quattro piedi, signore delle direzioni. Alta vetta. Feccia. Che trasformi ... 

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Umile, sciolto, povero, senza legami, senza possessi, muto, danzante, invisibile, senza nome, accattone, indifferente, inatteso, sempre nuovo, perenne, sconosciuto, straniero, estatico, già morto, non nato, nascituro, innocente, reietto, beato, percosso, fuggitivo, imprendibile, inarrestabile, mai uguale, vento, sonaglio, pioggia d’estate, scalzo, insanabile, serpente, pietra liscia di fiume, coltello, ghirlanda, solitario, perduto, sibilo, fischio, balzo, lontananza, fanciullo, zagreo, cicatrice, punto, soglia, oltrepassamento, esitazione, caduta, abbandono, fede, elemosina, fame, impavido, cosparso di cenere, sparso al vento, insepolto, fantasma, errante, presagio, declivio, salita, impuro, folle, ladro, preda, sentiero, vertigine, levare, spalancato, dalle tre teste, spezzato, vergine, selvatico, verde, latrato, randagio, orfano, espiatorio, indifeso, immortale, che sempre ritorni. (Inno orfico allo z3r0)

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SEMINARIO
PESARO, 22 DICEMBRE 2019

Vorrei chiudere questa stagione di incontri con una celebrazione del Solstizio d’inverno all’insegna della meditazione del Sole che, nel suo valore massimo di declinazione negativa stagionale, incarna l’immagine del Sole interiore, racchiuso oltre la soglia visibile, in attesa di nascere dal cuore. Con il Gayatri, il Sole è invocato come presenza visibile dell’Atman, del regolatore dei mondi, che al suo comando seguono il proprio corso esattamente: così il Sole guida a seguirlo i pianeti e gli dei, come il Sommo Bene, a cui tutto il cosmo obbedisce come una sola mente e un solo cuore, sincronico. Questo è tradizionalmente il modello dell’Intelligenza suprema, della volontà divina diffusa su tutto, e quindi della conoscenza spirituale, quando l’insieme è dotato di una volontà luminosa, condivisa e visibile, unitaria. Di questa Intelligenza si chiede il Sole di illuminare le nostre menti, perché come gli dei e le potenze planetarie seguono il sole, seguiamo luminosi la via celeste, senza fine, immortale. A definire questa visione beatifica, non a caso, è un canto, la cui potenza creatrice abbiamo letto e meditato nel corso di questi mesi. ... 

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L’equilibrio supremo è l’equilibrio dei soffi: così come si muovono i soffi si muove la mente e come si muove la mente si muovono i soffi. Congiungendo il moto dei soffi, si invertono le loro tendenze automatiche, ciò che andava disperso nel mondo, sul piano mortale, portando con sé lo spirito alla morte, ritorna a salire, nella disponibilità della coscienza e della volontà, e ciò che saliva, inseguendo l’entropia negativa del giudizio e della separazione, rientra nella disponibilità della vita e della compassione. Questa inversione è vera giustizia, a fronte del disordine che rispecchia la fatidica disattenzione alla dinamica del respiro e della mente. Nell’attenzione dello yoga nulla va perduto, tutto si connette nel circolo continuo del respiro dell’essere, che è unità e non dualità. Questo esercizio di giustizia o equilibrio si incarna nella presenza invincibile della Dea che sottomette il leone, o la vita naturale, e che è immagine della vittoria su tutte le forze avverse, su ogni pericolo o timore. Il respiro dello yogi è soffio immortale, inafferrabile, così la Grande Dea che sorge nel suo centro, crescendo di potenza con lo stesso respiro, è l’immortalità, la vittoria suprema, il calore imperituro, ascensionale. La fermezza, che risuona nel Suo nome, Durga, Torre, impenetrabile, come ricorre in tutte le litanie in Suo nome, rappresenta il corpo yogico stabilizzato nelle sue potenze e perfettamente fermo, mentre la potenza interna si accresce e si rafforza. Solo questa forza calma e stabile può dischiudere la Liberazione, l’amore, la volontà vera. Continua a leggere

La follia e l’incomprensibile che abitano questo mondo sono fondati sull’ordine invisibile del cosmo. La solitudine, sull’assoluto. La debolezza, sull’immutabile. Lo spregevole, sull’ingiudicabile. L’inefficace, sull’eterno esistente. Il margine, sul centro. Solo così ciò che abita debolmente il tempo può sussistere. La sua esistenza è fondata in ciò che è permanente e costante, nascosto in bella vista, nell’ordine di grandezze infinitamente superiori che stanno al proprio destino universale, da quando furono espulse dal primo ente, nell’espansione dello spazio, in ordine sparso e sincronico, aprendo un caos ben informato, che fu lo spazio tempo. Questa visione non corrisponde alla porzione razionale che la mente può sopportare. Solo nell’abbandono si può averne la soverchiante intuizione, nella crisi del raziocinio convenzionale, dove l’unico appiglio sia ritrovato nell’Infinito. Dall’altra, colui che di questo mondo non coglie i frutti, non usa questo mondo come cosa, e non fruisce delle sue soddisfazioni, è nella posizione da cui può osservare e contemplare le molte sofferenze e gli errori, ... 

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Asana, o yoga, è quando stai vent’anni nella stessa posizione. Quando scorre attorno a te il tempo, le persone e le relazioni: vent’anni in cui la Madre ti pesta con due mani e i sensi si assottigliano di conseguenza. Se vuoi restare vent’anni sullo stesso cammino devi chiudere le porte dei sensi, relativizzare uomini e dei, il loro fugace favore, la loro crassa ostilità. Asana significa restare vent’anni nello stesso cammino, finché da cosa, luogo, fare diventa vuoto e una partecipe assenza di sé. Servire ciò che è dato di fare, semplicità. Perciò si dice che ognuno dei nove yogi rappresenta un’asana, uno stare per tutta la vita e oltre, uno stato dell’essere che prende quel nome e una forma tutto sommato stilizzata, appena abbozzata nella pietra. Non è una cosa difficile in sé, è solo resistere, stabili e immobili, senza pensiero e senza alternativa, senza quella reazione che muoverebbe la mente e il resto. Solo quando sono passati vent’anni puoi dire che è possibile. Perché da quella posizione hai visto trascorrere tutto il resto, i vivi e i morti e le ombre, e le onde del mare hanno inghiottito tutto, ritornando tutto a essere ... 

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