In un tempo non lontano i proto-filosofi, sacerdoti e poeti, avevano osservato le stelle per discernere un disegno e una presenza divina nel loro ciclico e regolare accadere. Un dialogo Platonico, probabilmente apocrifo, l'Epinomide, raccoglie le tesi per cui gli astri, con il loro incedere sarebbero immagine diretta della volontà divina, proprio per il loro moto regolare, differente da quello degli animali e degli uomini e perciò più vicino al vero.

«Innanzitutto, volgiamo il pensiero al fatto che, come stiamo dicendo, queste due specie di esseri viventi - ripetiamolo - sono entrambe visibili, l'una, così sembrerebbe, è interamente fatta di fuoco, l'altra, invece, di terra; e, mentre l'elemento terrestre si muove disordinatamente, quello igneo si muove secondo un ordine rigoroso. Ora, quel che si muove senza un ordine, cosa che, per lo più, fanno gli esseri viventi del nostro mondo, va ritenuto privo di ragione, quello, invece, che si muove con ordine, seguendo la via del cielo, deve considerarsi prova dell'esistenza di una forma di intelligenza. L'essere costantemente animati dallo stesso moto e dalla stessa velocità, l'essere sottoposti sempre alle medesime forze ed esercitare sempre i medesimi influssi, basta a dimostrare che c'è una vita improntata a ragione.»

Questo libro tardo e apocrifo è modello della “religione degli astri”, quell'osservazione capace da sola di regolare la vita degli uomini sull'intelligenza celeste, rendendoli semplici ed esemplari come Dei essi stessi, beati e illuminati, conoscitori del Vero: «A tale vista, il fortunato spettatore dapprima è colto da meraviglia; poi viene spinto dal desiderio di apprendere quanto alla natura umana è possibile, nella convinzione che solo così potrà vivere la vita più nobile e felice in assoluto e, una volta morto, andarsene verso i luoghi propri della virtù. Proprio come un uomo iniziato ai misteri, in sé unitario e partecipe di un solo sapere, trascorre il resto del tempo come spettatore delle realtà più belle che la vista può offrire».

Perciò, a differenza di noi, gli antichi riconoscevano negli astri una divinità lampante, che sotto gli occhi di tutti dettava la volontà divina, prima che gli uomini attribuissero nomi e prerogative agli dei antropomorfi. Così, i Solstizi, fenomeni che a quegli osservatori apparvero macroscopici e carichi di significato, apriva due volte l'anno uno spazio numinoso e fermo, in mezzo al divenire delle stagioni, rivolgendone il corso in senso ascendente e discendente. Non perché questo influenzasse una mente ingenua e naturalistica, ma invece, proprio nel fenomeno astronomico, piuttosto si inserivano spazi soprannaturali, indipendenti, che sembravano svelare non la naturalità dei cicli terrestri, ma il presente eterno che li sosteneva dal suo profondo imperscrutabile.

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