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Ovidio, Metamorfosi: Orfeo ed Euridice

Orfeo ed Euridice (Ovidio, Metamorfosi, X, 1-77) Di lì, avvolto nel suo mantello dorato, se ne andò Imeneo per l’etere infinito, dirigendosi verso la terra dei Cìconi, dove la voce di Orfeo lo invocava invano. Invano, sì, perché il dio venne, ma senza le parole di rito, senza letizia in volto, senza presagi propizi. Persino la fiaccola che impugnava sprigionò soltanto fumo, provocando lacrime, e, per quanto agitata, non levò mai fiamme. Presagio infausto di peggiore evento: la giovane sposa, mentre tra i prati vagava in compagnia d’uno stuolo di Naiadi, morì, morsa al tallone da un serpente. A lungo sotto la volta del cielo la pianse il poeta del Ròdope, ma per saggiare anche il mondo dei morti, non esitò a scendere sino allo Stige per la porta del Tènaro: tra folle irreali, tra fantasmi di defunti onorati, giunse alla presenza di Persefone e del signore che regge lo …