Sono arrivata al Kalimandir il 31 dicembre del 2011. A differenza di qualsiasi altro luogo su questa terra, lì sono entrata accolta da sorella e perciò sono rimasta da figlia. Non è questo il momento di spiegare perché e come inizia il mio percorso nel Sanathana Dharma. Oggi devo raccontare chi è Yogi Krishnanath, che domani mattina subirà un processo penale, a Roma, come un Socrate dei nostri giorni.
baba
Avrei voluto avere più tempo, perché solo il tempo permetterebbe di trasporre e descrivere a parole quello che si è ricevuto nei fatti, con poche parole. Altri maestri sanno spiegare concetti e nozioni, ma lasciano il cuore dei loro allievi immutato e arido. Ecco, qualcosa che davvero sposta Krishnanath al di sopra di ogni esperienza convenzionale è la sua naturale capacità di arrivare al cuore delle persone e trasformare un adulto, già indurito dalla vita, dal cinismo e dalla mentalità del secolo, in un discepolo, cioè in un figlio spirituale, una creatura di Dio. La spiritualità indiana è il percorso che purifica la coscienza da ciò che impedisce di realizzare la propria vera natura. Ironicamente, dato il contesto in cui scrivo queste righe, la nostra vita media è condizionata da tante dipendenze di cui non sappiamo liberarci e nemmeno riusciamo a definire. Uno stile di vita che non ci appartiene, i luoghi comuni che impongono giudizi e svalutazioni, i consumi compulsivi, i rapporti insignificanti, la violenza nascosta ma diffusa, l’egoismo, la solitudine. Su questi temi si possono fare molte argute conversazioni, articoli e studi sociologici, senza modificare un millimetro della realtà personale e sociale della gente. Perché è un meccanismo che molto difficilmente si può modificare dall’interno, quando si è ancora saldamente attaccati ai beni e alle abitudini della vita convenzionale. Occorre un cambiamento di paradigma.
Alessandro Pace se ne va per molti anni in India, prima di tornare da Baba. Non va da turista, ma per cercare risposte ai propri interrogativi. E vive perciò con i Sadhu, nei templi, negli ashram, nelle grotte, sulle montagne, nelle periferie più estreme delle metropoli. Sperimenta direttamente la religione del popolo e quella degli eremiti, incontra i santi più celebri del tempo, come Neem Karoli Baba, fino a entrare nell’ordine dei Nath – il Nath Sampradaya, all’epoca ancora non aperto a tutti – il lignaggio più nobile e antico dell’India, dove si praticano tutte le discipline dello Yoga, della tradizione religiosa e filosofica, perché dagli insegnamenti dei primi fondatori ogni successiva formulazione del Dharma ha preso inizio.
Da questa profonda conversione, ritorna Yogi Krishnanath. Rimangono dell’uomo il dialetto romanesco e il fare da ragazzo, diretto, spontaneo, senza barriere e senza quel freno interno che impedisce a tutti gli altri di arrivare così lontano. Da questo punto incomincia un maestro. Tutto il resto è Dharma. Tutto il resto, la sua vita quotidiana, il suo cibo, l’abito, il modo di pensare e di stare, è completamente l’immagine di ciò che i Sadhu, e gli Yogi Nath in particolare, sono stati per millenni, nei gesti e nei fatti, negli insegnamenti e nella pratica quotidiana. “A che ora incomincia la Puja?” “A che ora finisce la Puja, Babaji?” Guruji:”Non finisce mai”. La vita del Sadhu, dello yogi, o come dimostrano i ritrovamenti archeologici, del sacerdote-sciamano, il Nath, il signore del cosmo, si svolge davanti al Fuoco Sacro, il Dhuni. Quasto fuoco rotondo, centrale, è il luogo di giunzione dei mondi, luogo in cui le offerte degli uomini salgono agli dei e il nutrimento celeste, benedetto, ritorna ai devoti. Lo Yogi offre la propria esistenza alla conservazione e alla cura di questo luogo santo, diventando giorno dopo giorno il cuore stesso del luogo, la divinità che il luogo racconta e tramanda, in carne e ossa.
Attorno al fuoco si raccolgono tutti. Al Mandir di Roma, negli anni, incomincia ad arrivare una folta comunità indiana, da tutto il Subcontinente, che riconosce immediatamente l’autenticità del luogo e la santità del Baba. Sono persone di ogni ceto sociale, impiegati di istituzioni diplomatiche e internazionali, operai, gente bisognosa. La porta è aperta, la casa e il terreno circostante, dove Baba ha costruito i templi delle divinità, sono a disposizione dei devoti ogni giorno. E ogni giorno una piccola folla variopinta si incammina dentro il cancello rosso, offre il suo saluto alle divinità, e poi si siede davanti al Dhuni, con i bambini in braccio, racconta la sua storia, chiede un consiglio, una benedizione, o sta in silenzio, meditando e respirando l’atmosfera calda e pacifica del luogo.
Arrivano anche gli zingari, che la società vuole respingere sempre più ai margini, detestati e perseguitati, che portano anche essi i loro umani e comuni problemi di padri e madri, di figli e di innamorati, e vengono accompagnati a offrire il loro dolore alla Madre Kali, di cui ognuno è devoto, ed escono rassicurati, per ritornare con altri e altre storie da raccontare. “Ma non temi che rubino qualcosa?” No. Qui, nessuno ha mai rubato nulla. Tutti portano in dono qualche cosa, anche solo un cartone di latte, per dire a Dio: “eccomi”.
La domenica gli indiani arrivano il sabato, di notte. Portano grandi quantità di cibo e incominciano prima dell’alba a cucinare, grandi pentole di verdure e riso, condimenti e pane. E’ il bandara, la festa, che si svolge una volta al mese, in coincidenza di una festività religiosa del calendario Hindu. E’ il giorno in cui le persone arrivano a centinaia, con i pulmann, da tutta la regione, vestiti con gli abiti colorati della festa, con i bambini e gli anziani, per condividere il cibo, la musica e i canti per tutta la giornata. La bellezza di queste feste, come delle cerimonie, dei battesimi e dei matrimoni, è qualcosa che andrebbe descritto a parte. Qui ne parlo solo perché è il carisma e il prestigio di Yogi Krishnanath che ha reso possibile tutto questo.
Così che il Kalimandir diventa lo spazio dove, per davvero, al di là della metafora religiosa, tutto il mondo, tutti i mondi si incontrano. Dove tutti celebrano Dio. Dove la spiritualità non è la scomparsa dell’uomo e della vita, ma la sua massima e piena espressione, qui e ora.
Non c’è spazio per altro. Non è luogo dove si va a fare baldoria, dove si va a ridere e scherzare, non è un centro sociale, non è una villa in campagna: è un tempio, sempre e solo un tempio. Babaji non ha altro abito che la tunica arancione, senza maniche, non ha altro lavoro, o casa o beni. Un santo è colui che si è dedicato solo a Dio e non ha niente altro. E questo è Yogi Krishnanath. Perciò questo è anche nel suo esempio e insegnamento. Non è questione di regole, ma della dignità della persona che ha compiuto la scelta più elevata, che si pone nei confronti di una comunità di persone e di famiglie, come sacerdote, a cui questi toccano rispettosamente i piedi e chiedono intercessione. Questo esempio non è così facile da imitare. Anzi, come dice lui, le regole servono agli stupidi. Bisogna starci dentro, bisogna che la verità, e l’agire di conseguenza, provengano dall’interno, dalla propria realizzazione. Un po’ alla volta cadono gli atteggiamenti superficiali, intellettualistici, i pregiudizi, l’immaturità, gli egoismi. Lentamente si diventa ciò che l’amore ci spinge ad essere, grazie a un esempio luminoso.
Qualcuno dirà che, invece, ho omesso di dire di tutte le volte che ho messo in discussione tutto questo, che sono stata distante o assente. Posso rispondere solo con un paragone, che riguarda ciò che provo qui e ora, in questo momento. L’ultima volta che mi sono sentita come mi sento oggi, era due anni fa, e portavo mia madre in ospedale, temendo di non rivederla più. Oggi sto rivivendo gli stessi sentimenti, lo stesso stato e dolore. Sono stata una figlia e una discepola conflittuale, ribelle, indipendente. Ma sono stata una figlia e una discepola. Non perfetta, ma non è di questo che stiamo parlando. Non è una sterile perfezione formale che insegna l’amore, ma il rispetto di se stessi e la verità più profonda, una, chiara e semplice, che con l’amore si realizza e si rivela.

Questo è quanto brevemente posso scrivere di Yogi Krishnanath, quello che so di lui. E voglio chiedere a tutti, in coscienza, se questo è l’uomo che la società civile vuole condannare.

Om Shiva Goraksha Yogi

Udai Nath

AGGIORNAMENTO DEL 24/9/2015. Adesh. Guruji è stato immediatamente rilasciato, la termine del processo del 24 settembre. Il giudice ha riconosciuto che l’uso della canapa in suo possesso era esclusivamente religioso e rituale, e non di spaccio. Il tempio è di nuovo aperto. Om Namah Shivaya.

Beatrice Udai Nath con Yogi Krishnanath

 

Info: http://www.kalimandir.it/

1 commento

  1. Author

    Adesh. Guruji è stato immediatamente rilasciato, la termine del processo del 24 settembre. Il giudice ha riconosciuto che l’uso della canapa in suo possesso era esclusivamente religioso e rituale, e non di spaccio. Il tempio è di nuovo aperto. Om Namah Shivaya.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *