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Sulla devozione. Ramakrishna e il “servitore”.

Posted by beatrice on January 26, 2011

Vijay: Se senza distruggere l’Io non è dato di liberarsi dell’attaccamento al mondo e di conseguenza non è possibile l’esperienza del samadhi, allora sarebbe saggio seguire la strada del Brahmajnàna per raggiungere il samadhi? Se l’io persiste nel sentiero della devozione, allora si dovrebbe invece scegliere la via della conoscenza?

Sri Ramakrishna: E’vero che uno o due persone riescono a liberarsi dell’io attraverso il samadhi, ma questi casi sono molto rari. Si possono considerare migliaia di ragionamenti, ma ancora l’io torna. Possiamo tagliare l’albero del pepal alla radice, oggi, ma si noterà un germoglio spuntare domani. Quindi se l’”io” deve rimanere, lasciate che il furfante rimanga come “servitore”. Finché si vive, si dovrebbe dire “O Dio, Tu sei il Signore e io sono il tuo servo”. Un Io percepito come il servo di Dio, suo devoto, non può fare male. Sebbene i dolci possano causare acidità di stomaco, senza dubbio, lo zucchero candito è un’eccezione.

Il percorso della conoscenza è molto difficile. Non si può ottenere la conoscenza se non si elimina la sensazione di essere il corpo. Nel Kaliyuga la vita dell’uomo è incentrata sul cibo. Non riesce a liberarsi dell’identificazione con il corpo e l’ego. Pertanto la via della devozione è prescritta per questo ciclo. E’ un percorso facile. Otterrete Dio cantando il suo nome e le sue glorie e pregando con cuore ardente. Non c’è il minimo dubbio.

Supponiamo di tracciare una linea sulla superficie dell’acqua con un bastone di bambù. L’acqua sembra essere divisa in due parti, ma la linea non rimanere nel tempo. Il “servitore” o il “devoto” o il “figlio” sono come una linea tracciata con l’ego, e non sono reali.


["Io sono il servo" è un io maturo, non più giovanile o debole. E' un io che non ostacola il proprio progresso spirituale. Dopo che si è maturato a sufficienza, Dio dispone per insegnare il Brahma Jnana, come nel caso di Sri Ramakrishna. L'Advaitin Sri Guruji Totapuri giunse così a Dakshineshwar e gli offrì di studiare l'Advaita sotto la sua guida - come vide che il cuore di Sri Ramakrishna era molto puro e pronto ad assorbire gli insegnamenti del Vedanta; Sri Ramakrishna non andò da lui.]

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Il posto dell’amore.

Posted by Beatrice on May 27, 2008

Quelli che hanno prescelto o hanno sentito l’attrazione fatale per la spiritualità, intesa come pratica e paradigma di vita e coscienza, hanno provato nei fatti la necessità dell’amore. E’ un sintomo naturale e fondamentale, per definire quel percorso che chiamiamo spiritualità. Anzi, è il requisito essenziale, senza del quale ogni pretesa di esprimere alcunché di “spirituale” è sterile mentalismo. Se si vuol capire di cosa si tratti è invariabilmente quella percezione degli esseri, persone, come altrettante identiche entità come “io”, o come più famigliare “me”, che è idealizzato, quando può, in un superiore Sé, teologizzato in “divino”, ma umanizzato, sempre, in una connotazione fondamentale: innocente. Che è il dato universale e basilare che accomuna ogni essere, umano, animale e naturale, che contraddistingue il cucciolo di ogni specie, il fenomeno dell’essere e l’essere indiviso come un tutt’uno. Se l’Essere è perfetto e assoluto, se questo assoluto è difficile o impossibile da identificare con la ragione, il sentimento e la percezione intuitiva ci soccorrono con un dato che spezza le categorie del giudizio e dell’azione: Egli è Innocente. La cultura ebraica-cristiana chiama questa intuizione del Divino, l’Agnello, simbolo dell’innocenza, l’Atman. La visione che ne proviene, senza alcuna mediazione razionale, è quella che impone una profonda e inevitabile non-violenza. Non possiamo osservare o immaginare l’opera anche del più acerrimo nemico senza vedere anche in lui la stessa familiarità, la stessa innocenza e in-coscienza che accomuna tutti i viventi. L’uomo che oggi sta pianificando la caccia grossa ai suoi simili per le vie della città, stamattina si è svegliato assonnato come me, forse con accanto qualcuno che nonostante tutto gli vuole bene e che gli ha preparato la colazione; ma di più, qualche ora prima era immerso nel sonno profondo e condividevamo nessuna posizione mondana, ma lo stesso stato di coscienza immersi nell’essere indiviso: io che ora lo immagino, lui che programma la sua vendetta, e il suo prossimo bersaglio. Solo chi ci ama ci distingue, riconosce colui in cui si riconosce, e chi ama in virtù dell’amore divino invece, non può distinguere.

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