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Madre Natura, Padre Oceano

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La Natura è il Sacro, la Natura è il luogo in cui si manifesta la Grazia, e non il suo opposto. Il più grave errore compiuto dalla tradizione cristiana è stato definire la Natura come cosa inerte e inanimata, a disposizione per lo sfruttamento indiscriminato, a beneficio dell’uomo soltanto, unico destinatario della salvezza. Una salvezza senza luogo, che non ha luogo, non accade. Alla Natura si contrapponeva la Grazia, e poi la Ragione, inaugurando una serie di dicotomie e di oppressioni che hanno inquinato il mondo e la mente per millenni, portando in un tempo brevissimo alla distruzione di ciò che era cresciuto, si era evoluto e consolidato in milioni di anni. Con la scomparsa della Natura sono scomparsi gli Dei. La Natura privata di anima è la Natura non più abitata dalla spiritualità immanente e disconosciuta nella sua – e nostra – condizione divina. Nella Natura abitano tutti i mondi, quelli visibile e quelli invisibili, i mondi soprasensibili e sottili. Gli antichi vedevano il Mare come la dimora di Dei potenti e ultraterreni e infine come il luogo in cui le anime si tuffavano, quando lasciavano il corpo. Nell’Oceano vanno le anime dei trapassati, come illustra la pittura tombale […]

Articoli di Beatrice Udai Nath

Rama Navami

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Oggi è Rama Navami, la Nascita di Rama, il grande Eroe divino dell’India. Rama il salvatore del Dharma, l’uomo ideale, il paradigma delle virtù e dell’eroica vicenda spirituale umana. La nascita di Rama cade al termine delle Nove Notti (Navaratri) dedicate al culto primaverile della Madre Divina che, come nove mesi virtuali, partoriscono infine il Figlio Divino. La figura e la storia di Rama, offrono una rappresentazione che si presta a molti livelli di lettura, da quello religioso popolare, profondamente radicato nella tradizione e nell’identità indiana, alla lettura psicologica dell’archetipo universale dell’eroe, di cui riunisce in essenza i migliori caratteri distintivi, fino alla “favola” gnostica, che percorre la discesa e il riscatto dell’anima. Tutti questi livelli sono fluidi e ampiamente noti. E’ Dio stesso a incarnarsi nel principe Rama per salvare il Dharma dalle forze demoniache che lo minacciano. Dio che incarnandosi affronta l’esilio nella foresta, che si vede separato dalla sua amata sposa, rapita dal re dei demoni nemici, che piange e si dispera, che si deve alleare in una straordinaria fratellanza con le scimmie e gli altri animali della foresta, per poter affrontare il nemico, ritrovare l’amata e compiere il proprio destino. Infine la chiusura della storia è […]

Articoli di Beatrice Udai Nath

Figli della Terra e del Cielo stellato

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I versi delle Lamine Orfiche sono sempre stati per me un fortissimo richiamo. Mi sembrano, irrazionalmente, gli esempi di poesia più pura ed elevata:anelito, paesaggio interiore e invocazione, in brevi, scarne ed esatte parole. Hanno il richiamo di un paesaggio noto, la presenza rassicurante di un mondo segreto e accogliente, di un grembo perenne, del fresco delle acque di fonte. Il contenuto di questi versi era per gli iniziati la cosa più importante da sapere, il viatico essenziale per il viaggio ultramondano e la migliore certezza durante la vita terrena. Si sente quasi il dovere di impararli a memoria, serbarli come una luce indefettibile, si vorrebbe avere al possibilità di tramandarli con ragione ai cari che lasciano questo mondo, e in fondo è quello che vorremmo dire loro, e che gli avremmo detto. Se solo la conoscenza che ha guidato i nostri antenati del IV sec non fosse giunta a noi, proprio come da un altro mondo, a frammenti e briciole, cancellata dalla maggior ragione di nuovi culti, e in parte assorbita da essi, ma resa vana. Nelle lamine orfiche si riassume la conoscenza iniziatica, o gnosi, fissata nell’esperienza ultima e inappellabile della morte: non è luogo di argomentazioni logiche […]

Articoli di Beatrice Udai Nath

Guru Purnima

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Nel calendario tradizionale indiano, il Plenilunio del mese di Ashada segna la celebrazione di Guru Purnima, il momento in cui si onorano coloro che sono o sono stati le nostre guide e i nostri maestri. La relazione con il proprio mentore è considerata una delle relazioni fondamentali e più significative della vita. Il termine Guru viene spesso tradotto con “maestro”, ma la traduzione letterale suonerebbe come “colui che disperde le tenebre”. Perciò questo plenilunio particolarmente luminoso ha il potere di indicare, per analogia, la possibilità di illuminare le zone ancora oscure e sopite della nostra coscienza, di disporci all’ascolto profondo e di affinare la nostra capacità di discernimento, di guidarci al risveglio . La conoscenza che si onora con il Guru non è di tipo ordinario, non è la variegata conoscenza mondana che si accumula come un capitale, da spendere poi nel mondo per soddisfare l’ego, l’avidità o le necessità della vita ordinaria. La vicinanza con il Guru ci illumina sulla nostra vera natura, su ciò che veramente siamo e sempre siamo stati, come coscienza, satvica, pura, innocente, esatta, presente. Solo con il servizio al Guru la personalità di purifica delle scorie del mondo e della mente, e da questa coscienza illuminata, umile e […]

Articoli di Beatrice Udai Nath

La visione tradizionale

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Chi appartiene a una linea tradizionale trasmette quella visione dell’Essere che ha riconosciuto negli insegnamenti ricevuti e con la propria realizzazione. Nella visione tradizionale, il senso non è rivelato una volta per tutte, ma conosciuto attraverso un percorso fatto di storie, allegorie, meditazioni ed esperienze dirette. La dottrina con cui il Principio è tramandato nelle Scritture, è fondamento; “Quello che si può descrivere solo per negazione e che è conosciuto nelle Scritture” (Shankara): le scritture del Dharma sono testimonianza di una conoscenza diretta, che è il fondamento di quello che viene tramandato. Tutti gli elementi sono importanti, ma ciò che è qualificante del cammino spirituale è l’esperienza diretta e quindi la sua realizzazione. La Realizzazione del Sé, propriamente detta, riguarda la pura coscienza dell’Essere, non duale e senza altri attributi, e la stabilizzazione del proprio cosciente in questa realtà assoluta. La prevaricazione di chi dovrebbe rivelare qualcosa a un ascoltatore ignaro, destinatario di una salvezza che si manifesta altrove, è estranea a questo orizzonte. In ciascuno abita lo stesso Essere senza tempo che si cerca di realizzare, e non di manipolare secondo un’ideologia o la tendenza del momento. D’altra parte, la maturità è tutto: aspettative ingenue, superficialità, delusioni, non dipendono […]

Articoli di Beatrice Udai Nath

Karma e Jnana, premesse alla Isavasya Upanishad. Con introduzione dal commento di Adi Shankaracharya.

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La religione Vedica fonda la stessa esistenza del cosmo nel sacrificio compiuto da Prajapati all’origine e, da quello, nel rituale che ogni capofamiglia eredita e deve svolgere incessantemente, nei riti stabiliti per ogni giorno, all’alba mezzodì e tramonto, e in quelli indicati poi per i passaggi del sole, per le lunazioni, per le eclissi e per i giorni festivi veri e propri; sono poi osservati i digiuni, i pellegrinaggi, i sacrifici, e infine i sacramenti che segnano le diverse fasi della vita, e le pubbliche celebrazioni; inoltre tutti i rituali di commemorazione dei defunti e in loro favore. La concezione sacerdotale dell’essere umano stabilisce un profondo senso di interdipendenza tra uomini, cosmo e dei, e la sua funzione si propaga attraverso il passaggio generazionale di un debito individuale, verso gli antenati e la tradizione famigliare, che tra gli obblighi religiosi sancisce allo stesso modo anche il matrimonio e la procreazione, per assicurare la continuità dell’opera rituale e della stirpe. Sacrificio, matrimonio e procreazione sono i compiti con cui si assicurano la vita sulla terra, la prosperità della comunità umana, e sui quali si proietta l’immortalità del singolo attraverso la continuità delle generazioni, e in essa lo scopo esistenziale dell’individuo. I […]

Antichità Greco Romana

Parmenide filosofo e guaritore sacro. Il viaggio ultraterreno dello iatromante e l’origine sciamanica della filosofia.

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I. I ritrovamenti di Velia. Nel 1958 le spedizioni archeologiche di Pellegrino Claudio Sestieri e Mario Napoli nei territori italiani, dove un tempo sorgeva Velia, misero in luce qualcosa di sconvolgente per il pensiero filosofico contemporaneo. I ritrovamenti erano semplici iscrizioni che testimoniavano la presenza a Velia di un forte culto per Apollo Oulis. Diffuso per lo più nelle regioni costiere dell’Anatolia occidentale – ossia le terre di provenienza dei focei, Apollo veniva pensato e venerato come distruttore che risana e guaritore che distrugge. Gli uomini a cui le tre iscrizioni facevano riferimento erano chiamati guaritori e phōlarchós. L’uomo votato ad Apollo è un guaritore e caso vuole che Asclepio – mitico fondatore della medicina – sia figlio di Apollo. La guarigione non è chiaramente quella che noi oggi comunemente intendiamo, piuttosto in quel contesto significava l’entrare in una dimensione altra rispetto quella vissuta, un livello di consapevolezza tale che è esclusivamente la comunicazione con il divino a guarire. Phōlarchós è la combinazione di phōleós, rifugio e archós, signore. Il phōleós era il rifugio nel quali gli animali giacevano immobili in uno stato letargico, uno stato di morte apparente. Dunque i Phōlarchós sono i custodi del rifugio come luogo dell’incubazione, […]

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Cogliere l’opportunità.

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Tutti quelli che si incamminano sul sentiero spirituale seguendo le istruzioni delle dottrine, le parole dei maestri, le pratiche tramandate, sono ammoniti che il cammino è irto di pericoli e che nessuno o solo pochissimi sono riusciti a compierlo senza l’ausilio di supporti e di istruzioni. In tutto questo c’è una buona parte di verità. Però, se questo atteggiamento si fa preponderante, mettendo in ombra il ruolo fondamentale del ricercatore e del suo impegno, il risultato sarà quello di piegare la coscienza alla paura o alla dipendenza da figure esterne che ne produrrà l’insuccesso, anche con le migliori intenzioni. In realtà ciò che più di ogni altro elemento vincola la coscienza allo stato di nescienza è la paura. E’ questo il sentimento con cui possiamo calcolare la profondità dei nostri attaccamenti, la potenza dei nostri fantasmi mentali, la debolezza delle nostre intenzioni. Se la paura diventa principio discriminante, lentamente ci troveremo in ostaggio della paura e lo spirito di ricerca soffrirà di irrigidimento, di chiusura e di senso di fragilità. Accanto ai continui inviti che dai testi dottrinari e dai discorsi dei santi invitano ad accostarsi solo a persone sante e sagge, meglio ancora a un maestro realizzato, una considerazione […]