[La mattina del 1 Settembre 1896, (il giovanissimo Ramana) salì sul treno per Tiruvannamalai. Il viaggio fu molto breve. Sceso dal treno, si affrettò a raggiungere il grande tempio di Arunachaleswara. Tutte le porte erano aperte – anche le porte del santuario interno. Il tempio era vuoto, non vi erano persone – neanche i sacerdoti. Venkataraman entrò nel sancta sanctorum, e davanti a Padre Arunachaleswara provò la grande estasi e la gioia indicibile. Il viaggio epico era finito. La nave era approdata al porto sana e salva. (Fonte: Ramanasramam]

Gli “Undici Versi” sono tra le poche poesie del Maharshi che sono state scritte spontaneamente, senza alcuna richiesta, come egli stesso ebbe a dire in proposito: “Le sole poesie che sono venute a me spontaneamente e mi costringevano, per così dire,  a scrivere, senza che nessuno mi invitasse a farlo, sono gli Undici Versi in lode di Sri Arunachala e le Otto Strofe in lode di Sri Arunachala. Le parole di apertura degli Undici Versi vennero una mattina, e cercavo di reprimerle dicendo: “Che ci posso fare con queste parole?”,  ma non si quietarono, finché composi una canzone per trascriverle; ... 

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Sorelle e Fratelli d’America,

Riempie il mio cuore di gioia indicibile alzarmi per rispondere al caloroso e cordiale benvenuto con cui ci avete accolto. Vi ringrazio a nome del più antico ordine di monaci nel mondo, vi ringrazio a nome della madre delle religioni, e vi ringrazio a nome di milioni e milioni di indù di tutte le classi e le sette.

Il mio grazie, anche, ad alcuni dei relatori di questa piattaforma che, riferendosi ai delegati provenienti dall’Oriente, hanno detto che questi uomini provenienti da lontane nazioni possono ben rivendicare l’onore di portare in altre terre l’idea di tolleranza. Sono orgoglioso di appartenere a una religione che ha insegnato al mondo la tolleranza e l’accettazione universale. Noi crediamo non solo nella tolleranza universale, ma accettiamo tutte le religioni come vere. Sono orgoglioso di appartenere a una nazione che ha ospitato i perseguitati e i profughi di tutte le religioni e di tutte le nazioni della terra. Sono orgoglioso di dirvi che abbiamo raccolto nel nostro seno il più puro ceppo di profughi Israeliti, che venne nel sud dell’India e vi si rifugiò nell’anno stesso in cui fu distrutto il ... 

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1. Studia le Scritture ogni giorno. Osserva i doveri prescritti in esse. Attraverso di essi onora Dio. Distogli la mente dal desiderare i frutti delle azioni. Evita tutte le azioni peccaminose. Considera la felicità mondana come fonte di dolore. Sviluppa amore verso il Sé. Abbandona la tua casa il prima possibile.

2. Cerca la compagnia di uomini pii. Sviluppa una salda fede in Dio. Con determinazione ricerca la pace della mente e prosegui il cammino. Abbandona in primo luogo le azioni egoistiche. Avvicina quindi un saggio versato nelle Scritture. Venera ogni giorno i suoi sandali. Prega per la conoscenza del Brahman, come espresso dalla sacra sillaba ‘”AUM”. Ascolta le sentenze filosofiche delle Upanisad.

3. Esplora il significato dei Mantra del Vedanta. Prendi rifugio nelle visioni tramandate nei Veda. Mantieniti distante dalle discussioni inutili. Rifletti sulle conclusioni logiche accettate dai Veda. Assumi l’attitudine di colui che sa:”Io sono Brahman”. Abbandona totalmente l’orgoglio. Smetti di pensare il corpo come il Sé. Non discutere con gli eruditi.

4. Non soffrire il disagio della fame; usa la carità come medicinale. Non cercare ... 

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Come il seme Ankola va verso il suo gambo, il ferro verso la calamita, la moglie va al marito, la pianta al suo albero, il fiume verso l’oceano, così l’anima si trova sempre a volgersi ai piedi del Signore. Questa attrazione si chiama devozione, Bhakti. – Sivanandalhari

“Bhakti è il saldo attaccamento al Dio Supremo.” – Shandilya Bhakti Sutra

Di solito la gente guarda a Dio come esistente al di fuori di sé e dotato di una personalità individuata come la propria. L’Jnani (saggio illuminato) vede invece anche il Dio personale come nessun altro che se stesso, e l’amore di sé, in questo caso, è o diventa l’amore di Dio (personale). Nel suo caso, la devozione è definita come la realizzazione del Sé. Altri, che pensano il Dio personale come qualcosa di esterno a se stessi, sviluppano una profonda devozione per tale Dio e, infine, fondono la propria identità con la Sua. L’accordo amoroso del sé, vibra e risuona non visto. In realtà, il culto, anzi, ogni pensiero o sentimento intenso e concentrato, è la fusione della mente con l’oggetto adorato o su cui è concentrata. Un’intensa fede nel Dio personale, quindi, ... 

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Vijay: Se senza distruggere l’Io non è dato di liberarsi dell’attaccamento al mondo e di conseguenza non è possibile l’esperienza del samadhi, allora sarebbe saggio seguire la strada del Brahmajnàna per raggiungere il samadhi? Se l’io persiste nel sentiero della devozione, allora si dovrebbe invece scegliere la via della conoscenza?

Sri Ramakrishna: E’vero che uno o due persone riescono a liberarsi dell’io attraverso il samadhi, ma questi casi sono molto rari. Si possono considerare migliaia di ragionamenti, ma ancora l’io torna. Possiamo tagliare l’albero del pepal alla radice, oggi, ma si noterà un germoglio spuntare domani. Quindi se l'”io” deve rimanere, lasciate che il furfante rimanga come “servitore”. Finché si vive, si dovrebbe dire “O Dio, Tu sei il Signore e io sono il tuo servo”. Un Io percepito come il servo di Dio, suo devoto, non può fare male. Sebbene i dolci possano causare acidità di stomaco, senza dubbio, lo zucchero candito è un’eccezione.

Il percorso della conoscenza è molto difficile. Non si può ottenere la conoscenza se non si elimina la sensazione di essere il corpo. Nel Kaliyuga la vita dell’uomo è incentrata sul cibo. Non riesce a liberarsi dell’identificazione con il corpo e l’ego. Pertanto la via della devozione è prescritta per questo ciclo. E’ un percorso facile. Otterrete Dio cantando il suo nome e le sue glorie e pregando con cuore ardente. Non c’è il minimo dubbio.

Supponiamo di tracciare una linea sulla superficie dell’acqua con un bastone di bambù. L’acqua sembra essere divisa in due parti, ma la linea non rimanere nel tempo. Il “servitore” o il “devoto” o il “figlio” sono come una linea tracciata con l’ego, e non sono reali.


[“Io sono il servo” è un io maturo, non più giovanile o debole. E’ un io che non ostacola il proprio progresso spirituale. Dopo che si è maturato a sufficienza, Dio dispone per insegnare il Brahma Jnana, come nel caso di Sri Ramakrishna. L’Advaitin Sri Guruji Totapuri giunse così a Dakshineshwar e gli offrì di studiare l’Advaita sotto la sua guida – come vide che il cuore di Sri Ramakrishna era molto puro e pronto ad assorbire gli insegnamenti del Vedanta; Sri Ramakrishna non andò da lui.] Continua a leggere

Il tema del silenzio e dello stato privo di pensiero fu ripreso da Bhagavan citando, con approvazione, un passaggio di Gandhi in cui quest’ultimo dava descrizione della propria esperienza di non pensiero.
Sri Bhagavan si soffermò su seguente passo di Gandhi:
“Come sono misteriose le vie del Signore! Questo viaggio a Rajkot è stupefacente anche per me. Perché vi sto andando, dove sto andando? Per cosa? Non ho pensato a nessuna di queste cose. E se Dio mi guida, che cosa devo pensare, perché dovrei pensare? Anche il pensiero può essere un ostacolo sulla via della Sua guida.
Il fatto è che non ho fatto alcuno sforzo per smettere di pensare. I pensieri non arrivano. In realtà, sebbene non sia il vuoto, voglio dire che non c’è pensiero alcuno sulla missione”.

Sri Bhagavan sottolinò che tali le parole erano vere e ribadì ogni istruzione contenuta nel brano. Poi collegò una citazione di Thayumanavar a proposito dello Stato privo di pensiero: Continua a leggere

«Corriere della Sera», 12 gennaio 2011, p. 42

A oltre sessant’anni dalla sua morte violenta per mano di un fanatico indù, Mohandas Karamchand Gandhi, detto il Mahatma («grande anima»), rimane il più noto fra i figli dell’India. È una fama che deriva dall’idea che il Mahatma abbia inventato – e, soprattutto, abbia applicato con successo – un metodo di lotta, la non violenza, che è, al contempo, eticamente alto e politicamente efficace. Sarebbe infatti stata la non violenza a rendere possibile quella grandiosa rivoluzione che, alla metà del secolo scorso, portò alla trasformazione dell’India da colonia a stato indipendente e al passaggio di quel paese da un regime autoritario ad un sistema democratico.

In cosa consiste la non violenza gandhiana, definita dal suo inventore satyagraha: «fermezza nella verità»? L’elemento primario è che, lungi dall’essere una forma di «non resistenza», la non violenza è un metodo di lotta. Esso parte dalla convinzione che vi sia un imperativo etico assoluto di combattere il male. In tale lotta, bisogna usare strumenti non violenti, dato che vi è un rapporto diretto tra i mezzi ed i fini. Un fine nobile, quindi, non giustifica un mezzo indegno, quale la violenza, perché tra il mezzo e il fine c’è lo stesso rapporto di continuità che c’è tra il seme e la pianta: da un seme velenoso non può che nascere una pianta velenosa. Ciò detto, vale la pena di sottolineare che, in tempi diversi della sua vita, Gandhi espresse chiaramente la propria convinzione che, fatta salva la superiorità della non violenza, la resistenza al male, anche se con metodi violenti, è da preferirsi alla non resistenza.

Concretamente, la non violenza gandhiana si articolava in tre strategie: il rifiuto di collaborare con istituzioni inique; la costruzione di istituzioni alternative a quelle inique; l’attiva disobbedienza alle leggi ingiuste. L’attuazione di queste strategie doveva poi essere accompagnata dalla volontaria accettazione delle pene e delle sofferenze che ciò comportava. Secondo Gandhi, lo spettacolo di una sofferenza ingiustamente subìta è destinato a portare ad una presa di coscienza, da parte dei responsabili della violenza, dell’iniquità del loro comportamento. La non violenza, cioè, alla fine causa un «cambiamento del cuore» nei rei di sofferenze inferte ingiustamente, portandoli ad accettare la giustizia della causa di chi applica la non violenza. Continua a leggere

Meditate sul Signore, il sovrano interiore, l’abitatore del cuore. Meditate sull’eterno che è libero dal dolore, dalla malattia, dalla paura e dalla follia, che è perfettamente pieno, puro, lontano eppure vicino, che l’origine dei cinque elementi, l’obiettivo finale di yogin e saggi, la sorgente della mente , dei sensi e dei Veda, il luogo dove il silenzio regna sovrano, dove si trova la beatitudine immortale, di là del pensiero, il supremo, glorioso splendore dove il pensiero termina, dove non c’è più alcun rumore, né lotta.
Quando hai realizzato l’unità, quando trovi il Brahman ovunque, ci può essere qui e lì? Ci può essere questo e quello? Ci può essere io, tu e lui? Ci può essere uno, due o tre? Una omogenea essenza beata è tutto ciò che esisite. Vi è un solo Brahman – l’infinito. Tutte le differenze e le distinzioni o dualità si dissolvono. Il veggente e il veduto diventano uno. Il meditatore e l’oggetto meditato si fondono. Il pensatore e il pensiero si fondono. Conoscente e conoscibile sono uniti. E’ l’esperienza trascendentale di interezza, perfezione, pienezza, libertà e gioia perenne.

Si può scalare la vetta della perfezione attraverso volontà risoluta, intenso distacco, rinuncia e meditazione rigorosa. Il pensiero del Sublime è molto potente, è una forza di trasmutazione dinamica.
Diligentemente cercate la via della verità, percorretela con attenzione e vigilanza, per evitare di scivolare e cadere. L’amore è innocenza, gentilezza, compassione. Nulla può tentare se si è regolari nella meditazione. Colui che è puro di cuore ha già trovato il divino. La rinuncia all’egoismo è il sentiero diretto per l’eterno.
La conoscenza dell’imperituro conferisce perfetta libertà e indipendenza. Dove c’è egoismo non c’è immortalità, dove c’è immortalità non c’è egoismo. La concentrazione vi conferirà grande potere. Raccogliere i raggi dispersi della mente. Lussuria e avidità portano al fallimento spirituale. La purezza e la meditazione conferiscono l’inesauribile ricchezza divina.
Lo Yogi diventa il maestro costruttore del tempio della verità. Passando per la porta della saggezza – si raggiunge l’illimitato regno della beatitudine eterna. Colui che è dotato di discriminazione, potenza e concentrazione sale rapidamente alla vetta dell’illuminazione. Il tuo vero guru (maestro) è il tuo cuore – è l’abitante, il sovrano interiore. Continua a leggere

Giuseppe Tucci
Umanesimo Indiano
(Asiatica, III [1937], pp. 416-420)

Nel 1936 cadde l’anniversario della nascita di Ramakrishna, di una cioè delle più grandi figure della mistica indiana.
Ramakrishna, come dissi nella commemorazione che ne feci, è ancora vivo e presente nell’India moderna, la quale traverso l’interpretazione che ne diede Vivekanada, ha visto in lui il rinnovatore dell’anima indiana: colui cioè che ha riportato gli spiriti a una spontaneità e immediatezza di sentire; che non solo purifica la religione, ma fortifica e nobilita le qualità morali.
Tutta l’India si è ancora raccolta intorno a lui e ne ha ricordato la grande personalità che il tempo sembra piuttosto accrescere che diminuire, e l’ha commemorato in diverse guise: sia cominciando la costruzione di un gran tempio a Belur ove meditò e si spense il discepolo ed allievo principale di Ramakrishna, voglio dire Vivekanada, sia tenendo a Calcutta un congresso mondiale di problemi religiosi, sia infine pubblicando in suo onore tre grossi volumi che espongono, in sintesi, i caratteri della civiltà indiana e la conquista del pensiero indiano2.
Modo più degno non si poteva trovare per commemorare un asceta il quale nel XIX secolo ha rinnovato la tradizione millenaria della mistica indiana e sembrò in se medesimo raccogliere e impersonare gli ideali religiosi della sua stirpe. Tre grossi volumi divisi in 90 capitoli, ciascuno compilato da un autore competente.
Fa piacere vedere che gli scrittori sono tutti quanti indiani. È passato ormai il tempo quando l’indologia era il privilegio delle università occidentali; gli indiani hanno cominciato a studiare da sè il proprio paese e le proprie tradizioni ed in pochi decenni hanno pubblicato lavori di prim’ordine. Certo in questa opera non di rado si nota un appassionato amor di patria che induce gli scrittori a valutazioni eccessive e non sempre sostenibili di molti aspetti del pensiero e dell’arte indiana. Ma è naturale sia così, quando alla coscienza di un grande passato facciano riscontro condizioni politiche non fiorenti, e si cerchi perciò nel ricordo degli antichi fastigi trarre l’auspicio di un radioso futuro.
Un’opera come questa di cui sto parlando, fatta per collaborazione, è naturale che si presenti un po’ frammentaria: i varii capitoli sono spesso giustapposti più che organicamente collegati in un’esposizione unitaria dell’anima dell’India. Si sarebbe forse potuto ovviare a questo difetto con un capitolo introduttivo o di conclusione in cui qualcheduno avesse in  certo modo tirato la somma di questa lucida e minuta esposizione che in quasi 2000 pagine traccia lo sviluppo del pensiero e dello spirito indiano. Poiché è, secondo me, venuto il tempo di liberarsi da un grave pregiudizio che ha imperato nei nostri studi e s’è riflesso nell’opinione della gente nei riguardi dell’India, che cioè questa sia un mosaico di culture e una pluralità di atteggiamenti spirituali male unificati e male unificabili.
In fondo noi ci siamo lasciati fuorviare dall’apparenza esteriore di certi atteggiamenti filosofici che sono il frutto di una lunga elaborazione scolastica – abbiamo cioè seguito le orme degli eruditi indiani ed abbiamo arbitrariamente scisso l’esperienza filosofica e religiosa dell’India in cinque o sei grandi rami: la speculazione upanishadica, la Mîmâmsâ (ritualistica), il Vedânta, il Sankhya, lo Yoga, il Nyâya (logica) ed il Vaisesika (atomosmo) più due scuole che abbiamo senz’altro qualificato come eterodosse, il Jainismo ed il Buddhismo. Ma l’apparente diversità delle formulazioni dommatiche inasprita dalla rivalità di scuole ci ha fatto dimenticare che tutte le più tardive elucubrazioni e i sottili filosofemi dei teologi nascondono, col loro rigoglioso e spesso farraginoso prosperare, un’unità di indirizzo e di concezioni: unità nella quale si esprimono i caratteri essenziali dell’anima indiana di fronte ai massimi problemi.
Unità che è anche continuità nel tempo, ché dagli albori della civiltà indiana, dei quali gli scavi fatti a Mohenjodaro e ad Harappa ci hanno dato imprevedute rivelazioni, fino ai tempi nostri vediamo le stesse idee e le stesse concezioni, ora più vive ora più languide, permeare, sia pure sempre arricchendosi di nuovi elementi, tutte quante le forme di vita e di pensiero di questo popolo. Se uno volesse trovare una parola sola per esprimerle potrebbe ricorrere alla parola Yoga. Poiché Yoga non significa già una tecnica psico-fisica, ma presuppone l’esperienza come base della vita spirituale. L’indiano, in altre parole, non ha voluto conoscere per conoscere, ma conoscere per vivere: e non già per vivere nel tempo, ma per vivere nell’eterno. L’India non ha conosciuto la lotta fra l’io ed il non io, intesi come due realtà, che tendono a fondersi e non trovano mai la via di trasmutarsi l’una nell’altra, ma ha superato o meglio negato la parvenza del divenire per perdersi nell’essere assoluto. Tutto ciò che diviene non è e non su quello si volge l’attenzione dell’uomo, ma piuttosto su quell’essere che a quel divenire soggiace e che quel divenire condiziona. La personalità umana è sogno: il fine del conoscere e dell’operare è l’âtman o il  nirvâna, definizione l’una positiva, l’altra negativa della stessa indiscriminabile realtà nella quale il molteplice si annulla e il divenire cede all’essere o il tempo all’eterno. È evidente perciò che la mistica abbia avuto in India preminenza sulla scienza. La scienza parte dal presupposto che il mondo sia reale, ma per l’India il mondo è un sogno, anche per quei sistemi, come quelli tantrici, che lo consideravano come la veste o il velo o il gioco di Dio: perché è sempre un miraggio che bisogna raggiungere. Su tali basi non può sorgere e svilupparsi nessuna scienza degna di questo nome: la vera scienza dell’India è stata la psicologia mistica intesa ad indicare la via per cui l’uomo si annulli, con le proprie forze, nel tutto. E questo annullamento della personalità può ottenersi quando, per progressivo ascendere, l’uomo si smaterializzi e quindi si perda nell’infinita luce delle coscienza cosmica, che è perfezione di essere, intelligenza e beatitudine.

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