Da Lunedì 14 Marzo 2022 ci riuniamo ogni Lunedì alle 21.30 su Skype per recitare il Maha Mrityunjaya Mantra e meditare la Pace.

Il Mantra Maha Mrityunjaya, dedicato a Rudra Shiva, si trova nel Rudra Namakam, inno dello Yajur Veda, e si rivolge al Signore di tutto ciò che vive, qui invocato come l’essenza invisibile che fa sbocciare i fiori in primavera, la potenza che anima e comanda ogni vivente, affinché come il frutto si stacca dal ramo, anche l’anima si distacchi dalla mortalità. Perciò è considerato un Mantra di guarigione, fisica e psichica, poiché la morte qui è intesa come l’avidya che fa decadere la coscienza dentro le spire della morte, a causa delle proprie azioni e per effetto dell’incoscienza di sé.

La morte è perciò espressione del Karma, dell’ignoranza, dell’innata tendenza a portarsi alla morte che spinge inconsapevolmente ad andare verso la propria rovina. Perciò il Mantra si conclude chiedendo che il Signore delle creature ci salvi dalla Grande Morte, quella che oscura la verità profonda dell’Atman, nella distruzione. Per questo motivo, il Maha Mrityunjaya Mantra è la meditazione che sembra più necessaria quando ai nostri labili confini preme una guerra di proporzioni mondiali. La sua parola poetica si appella alla potenza della natura come espressione del Supremo stesso, effetto della sua presenza invisibile, che è a sua volta il mondo circostante minacciato dalla nostra furia cieca. E’ perciò espressione dell’interconnessione non solo metaforica tra gli esseri viventi, che il mantra ci invita a osservare muoversi in realtà come un solo corpo, una sola anima.

La guerra sta mettendo in risalto come il fragile ecosistema umano sia basato su una interdipendenza sempre più ampia e globale, la cui disconnessione, in elementi separati e conflittuali, porta fame e miseria, fuga, esilio e cancellazione, potenzialmente in tutte le aree del pianeta. Forse la parafrasi più nota di Karma (opera, lavoro) è l’idea di debito, quel sistema che continua a caricare il Karma di necessità e di sacrificio. Abbiamo gonfiato il debito e sacrificato ad esso, dimenticando gli equilibri che sostengono sottilmente la natura vivente e l’opera umana. Non è la “follia” di qualcuno, ma quella necessità di morire per cui lottiamo dal momento in cui siamo comparsi sulla terra, che spinge continuamente a uccidere. Di questo davano una testimonianza senza tempo i testi sacrificali vedici: il primo Demiurgo creò un corpo da sé stesso perché la morte non potesse avere effetto su di lui. Quel corpo divenne questo mondo che perciò è sé e Altro, oggetto del sacrifico e debito karmico infinito, sempre sottoposto all’agguato della morte, sempre sacrificato ad essa. Ma quando il Demiurgo si rese conto che in questo modo aveva privato se stesso di ogni forza e giaceva ormai morto, investì Agni, il fuoco sacro, di ricostruirlo nell’Unità perduta. Gli disse che perciò, facendo questo, sarebbe stato più in alto di Lui, del creatore stesso, sarebbe stato suo Padre, poiché lo restituiva alla vita, e suo Figlio, il corpo in cui avrebbe abitato, e sarebbe stato quindi il Creatore stesso, il Dio più grande e immortale, infine. E’ un misterioso concetto teologico che dalla remota antichità ritorna fino alle religioni del nostro tempo, il Figlio di Dio, il Salvatore, colui che ritorna al Padre, che riporta al Principio la creazione dispersa dalla fame e dalla morte, che risuscita i morti, che sostituisce la Grazia alla Legge…

Quel Fuoco Sacro dimorò tra gli uomini, diede loro cibo e piogge, ma manifestò anche la divinità che gli era stata conferita, di essere l’elemento che sostiene ogni cosa dall’interno, di essere luce nella notte e fulcro della civiltà, e fu occasione di contemplare attraverso di esso la natura transitoria delle cose e la loro essenza indistruttibile, fatta di pensiero, di suono e significato, e di coscienza. Così come quella presenza coerente si vide che sosteneva ogni cosa, così l’Atman, nella sua contemplazione interiore, rendeva grazia alla vita mortale, la ricostruiva. I canti, gli inni e il pensiero trascendente che si animavano attorno a quell’altare incominciarono a definire uno status differente, capace di operare trasformazione, conoscenza e teosi. Fare della materia che brucia tra le fiamme l’anima immortale, questa era la grande Opera, la Conoscenza. La conoscenza del fuoco non è diversa dal fuoco stesso, questa conoscenza è comunione, unità di intenti e sacrificio, ma soprattutto è contemplazione e esperienza, non dualità.

Quell’Agni aveva le caratteristiche che fecero di Lui il più grande tra gli Dei, il Mahadeva, di questo titolo lo insignì da subito Prajapati. Gli inni lo invocarono per la sua benevolenza e per la sua intelligenza creatrice di ogni strumento utile. Il Benevolo è Shiva, il Mahadeva, colui che solo può liberare dalla Morte, dalla paura e dall’errore. Benevolo Colui che diede agli uomini i canti per evocarlo nel proprio cuore e rendergli lode, per riconoscerlo dentro e fuori di sé, per applicare la sapienza del fuoco sacro alla propria coscienza dispersa tra le cose del mondo e votata alla morte, per ricondurla all’unità. Anche il giovane saggio Markandeya, ci raccontano i Purana, si sottrasse alla maledizione che lo condannava a morire bambino in virtù della sua devozione per lo Shivalingam. Colui che domina la morte è il Mahadeva, colui che è sempre al di là della morte è l’Atman. Adorando Shiva dunque si comprende la realtà suprema, l’Atman, e da quella pura realtà pacifica e benevola, che si estende oltre il mondo mortale, oltre la presa della mente, e quindi della morte stessa, ogni miracolo, ogni determinazione diventa possibile. Solo il Bene è presente, senza alcuna macchia, la rapidità della sua presenza, del fulmine Rudra, la sua esatta agnizione.

La mente è la morte stessa, ci ammoniscono le Scritture. Il limitato raggio di azione e di comprensione della nostra mente ci porta a incontrare il limite naturale, che è la fine dell’individuo animato dalla visione ristretta del mondo e della dualità. Quando la morte è alla nostra porta, ci insegna il giovane Markandeya, solo Shiva può superare il laccio che Yama getta attorno alla nostra persona e sconfiggerlo. Solo la sua invocazione può resuscitare in noi la sua presenza e conferire l’immortalità, o la salvezza.

Il Maha Mrityunjaya Mantra

tryambakaṃ yajāmahe
sugandhiṃ puṣṭi-vardhanam
urvārukam iva bandhanān

mṛtyor mukṣīya māmṛtāt

Il mantra è un Anusthub Chanda, cioè un ordine perfetto di 8 + 8 + 8 + 8 = 32 sillabe. Si tratta di uno dei più antichi metri, composto da quattro pada (piedi) di 8 sillabe ciascuno.  Se il Gayatri Chanda è dato per realizzare l’unione con Dio e ha la forma di Dio, l’Anustubh è per adorare Dio. Anustubh significa seguire ed è il metro della devozione.

Sukracharya (il pianeta Venere in astrologia, precettore di Dei e Asura, chiamato a istruire eroi del Mahabharata e dei Purana – ndt) insegnava così il significato del Mantra: “Il primo Pada significa: noi adoriamo o cantiamo le lodi del Signore Trayambaka. ‘Tryambaka’ è il nome di Shiva come il padre dei tre mondi – bhu loka, bhuva e Svarga. Egli è il padre e signore dei tre mandala- Surya, Soma e Agni mandala. Egli è Maheswara, il signore dei tre Guna – Satva, Rajas e Tamas. Egli è il Sadashiva, il signore dei tre tatvas – tatva Atma, Vidya tatva e Shiva tatva. Egli è il padre (causa e fonte) delle tre energie (agni) – Aavahaniya, Garhapatya e Dakshinagni. Egli è il padre di tutta la creazione fisica attraverso le tre murti bhuta – Prithvi (solido), Jala (liquido) e Tejas o agni (energia). Egli è il signore di i tre cieli creato dal predominio delle tre Guna – Rajas (Brahma), Satva (Vishnu) e Tamas (Shiva). Egli è il nirakara (Informe) Sadashiva, al di sopra del piano fisico, ed è il Maheswara. Questo è il primo piede del mantra (composto da otto sillabe). ”
“Il secondo Pada del mantra”, continua Sukracharya, “è ‘Sugandhim’ si riferisce alla fragranza di fiori che si diffonde in tutte le direzioni, e in modo simile Shiva è presente in tutta la creazione, animata e inanimata. In tutti i Bhùta (modi di esistenza), nei tre Guna (Satva, Rajas e Tamas), nei dieci indria (cinque Gyana-indria o sensi e cinque karma-indria o organi di azione), in tutti i Deva ( fonti di tutta la manifestazione) e dei Gana (schiere di semidei), Shiva esiste e pervade ciascuno come Atma luminoso (anima) ed è la loro essenza.
Quindi ‘Pustivardhanam’ è così spiegato. Quello spirito che dimora all’interno (atman), lo Shiva Purusha è il vero Sostegno di Prakriti (e non viceversa). A partire dal mahatatva (lo stato primordiale di materia / energia) fino alle singole parti della creazione, tutto il sostegno degli esseri creati (sia animati che inanimati) è dato dall’incorruttibile Purusha. Tu, io, Brahma, Vishnu, i Muni, Indra e persino i Deva sono mantenuti e sostenuti (dall’Atma, che è Shiva). Dal momento che il Purusha (atma – Shiva) è il sostegno di Prakriti (corpo / natura), egli è ‘Pusti-Vardhana’”.
Dopo aver spiegato le prime due Pada del mantra, Sukracharya continua a spiegare i restanti due Pada. “I seguenti due Pada (composti da sedici sillabe) significano: Prabhu! proprio come la zucca matura è separata dalla schiavitù della pianta, allo stesso modo possiamo essere liberati dalla morte per amore della liberazione (Moksha). Rudra è Amrita (il nettare dell’immortalità). Quelli che lo adorano con un buone azioni, meditazione, contemplazione, preghiera e lode, sicuramente avranno nuova vita e vigore. La forza della verità (di questo mantra) è tale che Shiva definitivamente libererà il devoto dalla schiavitù della morte, concedendo la liberazione, Moksha.
Questo è il mantra Mritasanjivani e ha il potere di ridare la vita e di salvare dalla morte e dai più grandi mali.

 

Informazioni per partecipare.

Chi desidera unirsi a questa meditazione per la Pace, mi comunichi la sua adesione via Messenger o email.
La recitazione dei Mantra si terrà via Skype, a partire da Lunedì 14 Marzo 2022, ogni lunedì alle 21,30.
Adesh Adesh!

Messenger/Facebook: Beatrice Udai Nath
Email: beatrice.udainath@gmail.com

 

 

 

 

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