Gorakh Bani Versi 1-21

1. Il villaggio non è vuoto, il vuoto non è abitato:
è inaccessibile, misterioso.
Nel più alto dei cieli, un fanciullo
che non ha nome, sta parlando. [Chi potrà dargli un nome?]

2. L’invisibile dovrebbe essere visto, il visto dovrebbe essere meditato.
L’invisibile dovrebbe essere tenuto nel cuore.
Il basso Gange dovrebbe essere portato a risalire fino all’Uovo di Brahma,
Dove il puro beve l’acqua pura.

3. Proprio qui è l’imperituro, proprio qui è il nascosto,
Proprio qui è l’origine dei tre mondi.
La comunità degli immortali abita qui.
Così gli innumerevoli siddha sono diventati i signori dello yoga.

4. Non è nei Veda o nel Libro.
Non è né nella Forma né nel Senza Forma.
Queste sono solo coperture e sovrapposizioni.
Al vertice del cielo, il Sabad arde luminoso.
Lì [lo yogi] realizza il Conoscitore invisibile .

5. L’Invisibile coscienza ha creato due lampade,
Tre mondi, una luce.
Contemplandola, i tre mondi appaiono,
Così lo yogi discerne la perla brillante.

6. Non è scritto nei Veda né negli Sastra,
Né nel Corano né in altri libri.
Solo rari Yogi conoscono queste esperienze
Tutto il resto sono questioni mondane.

7. Tu puoi ridere, puoi giocare, puoi essere lieto.
Ma non avere per compagni la lussuria e la rabbia.
Tu puoi ridere, puoi giocare, puoi cantare canzoni.
Ma tieni saldo il tuo cuore!

8. Tu puoi ridere, puoi giocare, ma dovresti mantenere la meditazione.
Dovresti parlare giorno e notte della saggezza del Brahman.
Non interrompere la meditazione mentre ridi e giochi.
Coloro che sono stabiliti nella fermezza, sono sempre in compagnia degli Dei.

9. Oh erudito, non dire “Maometto, Maometto”!
Il pensiero di Maometto è difficile.
Il pugnale in mano a Maometto
Non era fatto né di acciaio né di ferro.

10. Con il Sabad ha ucciso, con il Sabad ha resuscitato:
Come un Pir era Maometto.
Oh erudito, smetti di fingere!
Tale potere non è nel tuo corpo.

11. Il mondo intero fu schiavizzato dicendo “Dio”.
Dicendo “Gorakh” è liberato.
Maometto era un maestro di fede,
Ma è comunque morto.

12. L’essenza dell’essenza, della profondità dell’abisso,
È il suono che ha raggiunto il cielo.
Trovato il gioiello, scompare di nuovo!
Tutte le parole e le discussioni sono invenzioni.

13. Il parlare! Le discussioni!
Oh Yogi, non addentrarti in ingannevoli teorie!
Come tutti i fiumi sono contenuti nell’oceano,
Così per te, yogi, tutto dovrebbe bruciare nella bocca del Guru.

14. Noi siamo Indù per nascita; siamo Yogi per ardore ascetico;
Pir musulmani per saggezza.
Accetta questo percorso, oh erudito sapiente!
Così come è accettato da Brahma, Vishnu e Mahadeva.

15. Accettando il Sabad, la dualità cessa.
Bharthari fu nominato re per determinazione, Gopicand per esperienza.
Con la determinazione, i re trascendono gli opposti.
Con l’esperienza, gli yogi [raggiungono] la beatitudine suprema.

16. Colui che giorno e notte scandaglia la mente, che rimane oltre la mente,
Chi abbandona l’accessibile e proclama l’inaccessibile;
Colui che rinuncia alla speranza e rimane senza desideri
Si dice che anche Brahmā sia il suo servitore.

17. Lo Yogi che trattiene sopra quello che discende sotto,
Chi brucia il desiderio e abbandona il contatto,
Chi penetra attraverso l’illusione (Maya)
Persino Vishnu lava i suoi piedi.

18. Chi fa ajapa-japa, mantenendo la meditazione sul sunya (vuoto),
Chi controlla i cinque organi di senso,
E offre il suo corpo come oblazione nel fuoco di Brahma,
Anche Mahadeva si inchina ai suoi piedi.

19. Chi non ripone speranza nella ricchezza e nella giovinezza,
Non ha pensieri riguardo le donne,
Nel cui corpo vengono bruciati le nadi ed il bindu,
Anche Parvati lo serve.

20. Coloro che sono uomini di ascesi dalla fanciullezza,
Che restano nella verità nel buono e nel cattivo tempo,
Coloro che cucinano con semplicità e mangiano poco,
Il Nath dice: “Il loro corpo è mio, non c’è distinzione”.

21. Il Sabad è la serratura, il Sabad è la chiave,
Il Sabad risveglia il Sabad.
Quando il Sabad incontra il Sabad ,
Il Sabad è contenuto nel Sabad.

 

Commento

Un fanciullo che parla dall’alto dei cieli

La voce che esprime le parole di Gorakh non abita questo mondo. La dichiarazione che apre il poema è perentoria: ciò che è noto e comunemente accettato nel “villaggio” abitato dalla gente comune, non esiste nel vuoto, come il vuoto non è iscritto nella topografia del “villaggio”.
Il confine che separa il villaggio dalla selva, ovvero dall’ignoto, è il primo luogo simbolico del discernimento spirituale. Il vuoto si qualifica per negazione, assenza o cancellazione di ciò che costituiva il sapere e l’esperienza del mondo. E’ il luogo che è stabilito nelle Scritture come rinuncia al mondo, oppure come via apofatica, dove tutto quello che ricadeva sotto il dominio dei sensi e della mentalità comune è escluso. Questo “vuoto” è il luogo della conoscenza del trascendente e dell’imperituro: prendere la via della selva o dimorare nel vuoto è la ricerca della conoscenza liberatrice, Jnana, dove la mentalità del mondo comune e le sue convenzioni non valgono, non vale la sua conoscenza, né le sue idee né il suo linguaggio, “Il vuoto non è abitato”.
Questa distinzione ha una lunga tradizione nel mondo vedico. Il villaggio è il luogo in cui vivono i Grasta, i capofamiglia e le persone a loro legate, insieme agli animali e ai servitori e alle proprietà materiali. Il mondo descritto come villaggio, nel suo insieme, è il mondo dei “pasu” degli animali domestici, che devono la propria vita al rituale religioso, al sacrificio collettivo, che tutti insieme condividono, nell’onere e nel ricavo, e a cui tutti sono legati per soddisfare i propri bisogni, come animali al palo sacrificale. Perché “coloro che servono gli Dei ritenendoli diversi da sé, sono per gli Dei come animali”, recitano le Upanishad.
Dunque, se l’uomo comune obbedisce all’osservanza religiosa come un animale, nell’ignoranza, la Conoscenza Suprema, Gnosi o Jnana, è il compimento supremo del sacrificio: diventare con l’ascesi il sacrificio stesso, il sacrificio vivente, per farsi simile agli Dei. L’ardore dello Yogi è il sacrificio supremo, l’Atmayajña, la sua coscienza è il fuoco che brucia ogni attaccamento terreno e con esso il suo corpo mortale. Percorrendo la via degli Dei, lo Yogi oltrepassa la morte e accede all’immortalità. La condizione del Vuoto, dell’Uno senza secondo, del Liberato, è la condizione di Shiva, l’imitatio Dei.
Questo duplice sentiero è il fondamento del Dharma indiano. Della condizione del Liberato non si può inferire nulla che la condizione del non liberato possa congetturare.

A differenza del sapere religioso, ben noto e reiterato dalla tradizione tra i confini del villaggio, il sapere che Gorakh incarna non può essere indicato tra le definizioni che sono postulate dai dotti, dalle usanze e dai sacerdoti. Egli è un sapere incarnato e vivente, sempre nuovo, imperituro e rinnovato dall’esperienza che nel tempo è maturata nella coscienza degli yogi che hanno intrapreso lo stesso cammino, che si illuminerà con l’immagine già misteriosamente addotta da Eraclito. “Un fanciullo che parla dall’alto dei cieli”

L’immagine del Fanciullo divino è universale, sempre ricorrente là dove si voglia indicare il Mistero divino incarnato. Questo Fanciullo non ha nascita, non ha nome, è un presente eterno, inviolato. Il Sabad, la parola dello Yogi che lo incarna, è la sua stessa voce, senza nome. Sabad è dunque la voce stessa della Verità, dell’esperienza del Supremo.
La nascita del Fanciullo divino, però, è sempre rappresentata e la sua narrazione è paradossale: Egli nasce, ma per indicare che non nasce. A questo alludono i diversi modelli di questo archetipo: la nascita dalla Vergine, la nascita dalla pietra, la nascita dalle fiamme del fuoco, ecc. Gorakh nasce dalla cenere. Tutti fanciulli divini, in verità, nascono dalla Morte, di cui la cenere è uno dei simboli. Egli è l’Atman, e l’Atman esiste sempre e solo incarnato, in un santo, in un eroe, in uno yogi illuminato. L’Atman è l’esperienza personale e diretta dell’unità con il Brahman, non una sua porzione o un suo semplice riflesso. La nascita del Fanciullo è la “morte” o il superamento dell’illusione dell’io limitato, e la sua “nascita” si situa in questa rivelazione/realizzazione, che non ha origine dal corpo o dalla materia, né ha genitori, casta, origine temporale. Egli è il non-nato. Egli è eterno e eternamente fanciullo.

Gorakh è lo yogi fanciullo, nato dalla cenere che il suo Guru Macchendra ha dato alla donna sterile, che invece ha gettato il prezioso dono tra i rifiuti, nel letame, dove Gorakh cresce silenziosamente fino all’età di 12 anni, quando il suo Maestro torna a riprenderlo per portarlo con sé. Chi è Gorakh? Gorakhnath è Shiva, che aveva promesso a Macchendranath di incarnarsi nel mondo per aiutarlo a istruire gli uomini nella sapienza dello yoga, la Gnosi.

“Né pieno né vuoto, né vuoto né pieno: / È inaccessibile, misterioso. / Al vertice del cielo, un bambino, / che non può essere nominato sta parlando.” Il Sabad descrive una visione della realtà ultima esperita nella posizione del cakra più alto, oltre la sommità della calotta cranica, che è il cielo visibile. Il mondo si situa nella coscienza e nell’esperienza dello yogi, qui, nel suo corpo vi sono i tre mondi e qui si sperimenta la trascendenza di essi.
Questa posizione è descritta come “la vetta [della montagna nel] cielo” (“gagan sikhar”), che suggerisce implicitamente il mitico monte Meru, l’Axis Mundi delle tradizioni spirituali indiane, e il suo correlato esoterico, il corpo sottile umano dove il condotto centrale dell’energia vitale passa attraverso la colonna vertebrale, inanellata dai cakra. Questa realtà trascende le dualità insite nel mondo fenomenico (saṃsār), che è perciò trascendente e non definibile dalle coppie di opposti caratteristiche di questo mondo.
Ciò che si incontra in questa realtà “inaccessibile e misteriosa” è la presenza di un “bambino” che non può essere nominato, dato che la natura di questo bambino trascende allo stesso modo le capacità descrittive del linguaggio comune. Il Fanciullo, che è lo stesso Gorakhnāth, pronuncia un discorso: i bānī, detti di verità, che costituiscono il corpo di questa raccolta di testi.

Il Fanciullo che parla nell’alto dei Cieli è Gorakh, e a Lui deve arrivare lo yogi, prosegue il poema, questo è il luogo – dove si incontra l’invisibile – dove i Siddha, gli yogi perfetti, sono sempre riuniti, dove lo yogi raggiunge la padronanza perfetta di sé. “Natha”, Nath, significa questa condizione di signoria divina sui mondi e sulla sapienza segreta. Natha identifica colui che (cerca o) ha acquisito la visione dell’invisibile e in quell’invisibile è fermamente stabilito, costui è Nath, maestro supremo, il maestro trascendente di tutti: questa è l’etimologia e il significato corrente del termine.
La terza strofa sembra dare ragione all’etimologia più complessa del nome Nath. “Na” sarebbe a indicare l’eterno, il senza inizio (anādi), “Tha” il fondamento dei tre mondi, dunque “Natha” sarebbe a indicare il Dharma, la causa e il fondamento dell’ordine naturale e trascendente dei mondi.
Così, secondo un’altra etimologia, dove comunque l’origine non ha tanto un valore lessicale, quanto simbolico, “Na” starebbe per Brahman, o la liberazione, “Tha” starebbe per la forza che controlla e limita il potere dell’ignoranza, un guardiano, un bodhisattva che vigila il limite oltre il quale l’ignoranza non può avanzare e si apre invece la liberazione.

Le Acque e le Vacche

Si giunge al luogo segreto e inaccessibile trascinando le acque vitali, il Gange, a risalire la propria stessa corrente: ciò che sta scemando verso il basso deve risalire verso l’alto. Così lo yogi risale con la corrente della sua stessa energia vitale lungo il corso stabilito dalla vita, rifacendolo a ritroso, fino all’origine dei tre mondi, l’unità primordiale. [Verso 2]
Gorakhnath è un guardiano, la cosa è implicita nel nome, che sembra significare “il guardiano delle Vacche”. La figura composta da questo Nome si spiega con quel processo simbolico che discende dalla creazione. L’Uno, senza forma e senza nome, si espande di potenza propria, di pulsazione interna che è l’atto stesso di esistere. Lo troviamo accadere nella narrazione sacrificale e enigmatica dei Veda, e nella stesura asciutta e metafisica del Siddhanta Paddhati. Sono le “due lampade”, dice Gorakhnath, ma c’è “una sola luce” [Verso 5]. Un solo evento. L’Uno senza forma e senza nome si espande di moto proprio, per la sua stessa natura che è espansione illimitata (Brahman) e l’espandersi è già Potenza, manifestazione di una vibrazione, una Voce (Vac), che espandendosi crea e pervade tutta la creazione, è essa stessa la creazione, e pervade tutto come l’Acqua. Le Acque primordiali sono perciò Parola, il Logos immanente all’origine della creazione, seme e utero, sono la radianza, sono i Veda. Brahman è Maschio, l’Essere-nulla, ed è Femmina, Potenza, la Parola-creatrice. Esso è immutabile e mobile, eterno e dinamico. La sua Parola creatrice, dicono i Brahmana, sono i Veda. I Veda racchiudono la regola che sostiene il creato, il Dharma che può fornire alla nascente creazione una forma e un ordine e mano a mano che essi si espandono, come Acque amniotiche in cui è contenuto il seme creativo del Padre, e il cosmo può assumere una forma, che è perciò “radianza”, visibilità. Le Vacche, simbolicamente, raccolgono il significato simbolico della Parola e del Dharma. Indra stesso, per conseguire la regalità sugli dei, si dimostrò capace di liberare le Vacche tenute prigioniere dal demone Vritra (ostruzione, ostacolo). In Rg Veda V.45,3 viene evocato un evento primordiale, lo squarciarsi della montagna al suono della Parola, che porta alla generazione delle Grandi acque della vita, o le aurore, i raggi solari. I due miti raccontano la stessa vittoria, la liberazione della potenza creatrice che era trattenuta: le vacche o la parola. Perciò l’azione stessa di Gorakh, sebbene sia ricordato per disciplina e per i numerosi miracoli, è detta essere Sabad, parola. Sabad è l’essenza della Grazia, è la grazia del Guru, da cui ogni altra realizzazione spirituale e esistenziale può discendere e senza la quale ogni sforzo è vano.

Il Gange è l’epitome delle Acque, la natura naturans che discende direttamente dalle falde del cielo a irrigare il mondo con la fertilità e ad accogliere le spoglie dei morti e a trasportarne le ceneri nell’oceanico Brahman. Questo corso del fiume è il discendere non solo della vita, ma di un discorso segreto che regge il tutto, ordinatamente, un cosmo, una legge naturale e inderogabile, che nel fiume sacro ha la sua immagine tangibile, in cui ci si può tuffare. Le Acque sono la materia dello spirito. Il Logos primordiale è custodito nelle acque. Innumerevoli sono gli esempi che legano le acque e la parola primordiale, l’afflato stesso della Creazione. Questo è il Gange di cui lo Yogi deve risalire e dominare la corrente. E’ l’acqua più sacra, perché è il seme e l’utero del mondo, la presenza divina stessa nel proprio corpo mortale. “Il basso Gange dovrebbe essere portato a risalire fino all’Uovo di Brahma”: questo fiume è Kundalini, la Shakti suprema che risiede nel corpo incarnato.
Il Gange di cui parla Gorakh è la Shakti che da Potenza dell’Uno, in Parola creatrice, diventa la forma vivente.

Le religioni e la Gnosi

I primi 21 versi che abbiamo isolato, rappresentano l’introduzione e la presentazione del tipo di dottrina che il testo vuole esporre. La conoscenza che si sperimenta nell’esercizio di questa dottrina, si spiega, non può essere ricondotta a nessuna conoscenza mondana, né religiosa. Anche le formule che si sono ricordate per designare il moto della creazione e del divenire, siamo avvertiti, non sono intese per rappresentare una realtà oggettiva, ma soltanto uno schema di esercizio, un percorso esperienziale, per indicare la direzione che lo yogi deve intraprendere per trovare la sua propria “voce”, per incontrare il Sabad, la parola del Guru supremo e farla risuonare nel suo stesso petto, nel suo stesso respiro, come conoscenza diretta. Quella voce non è fatta per essere fissata, essa si scopre e si riconosce, fulminea, e subito scompare. E’ un evento che risuona in sé, nel cuore dello yogi, non riproducibile, non standardizzabile. Di questa parola, che è pura esperienza di Sè e di trascendenza, non si può fare ideologia o codice normativo, non se ne può fare una religione, se ne può fare solo esperienza. [Verso 12]

E’ in un certo senso universale, perché un Hindu quanto un Musulmano, intendendo due visioni religiose altamente conflittuali e territorialmente contigue, potrebbero ugualmente conoscere il frutto dell’esperienza diretta di questo Yoga. E qualsiasi confronto teologico come qualsiasi discussione cesserebbero all’istante. Gorakh si spinge oltre, e chiama in causa direttamente il Profeta e i suoi dottori. La Parola di Maometto era ispirata e potente, riconosce, era Sabad: questo è testimoniato dai suoi miracoli. Ma la religione che si definì da essa non era in grado di superare il vincolo della morte: perciò dice “ Maometto era un maestro di fede, ma è comunque morto”.
La liberazione dalla morte non è nelle possibilità della religione, che alla morte invece guarda fiduciosamente, sottomettendo ad essa il presente e il futuro. Così ha schiavizzato gli uomini, redarguisce senza appello Gorakh, che solo la conoscenza segreta dello yoga può liberare. Dunque se il dottore della legge religiosa non possiede nemmeno la sapienza del suo Profeta, come potrebbe possedere la conoscenza immortale? Nonostante questa sfida aperta, ai Nath è riconosciuto il titolo di Pir, dottori e maestri secondo la mistica islamica. Infatti i Nath si fondano nella metafisica dei Veda (“siamo Hindu per nascita/origine”), praticano la disciplina segreta dello yoga, che è indipendente dalle religioni (“Yogi per ardore/tapasya”), e non rifiutano le nuove dottrine ispirate dai tempi, così come le scienze, o la dimensione collettiva e razionale della religione, che è l’apporto che i nuovi profeti hanno introdotto (“Musulmani per saggezza”). Essi restano Yogi, in tutti i tempi e sotto ogni cielo, restano Fuoco, ardore, coscienza che tutto “brucia”, arde e illumina, senza venirne intaccata. Ovviamente questo passaggio è anche decisivo per datare la composizione del testo… [Versi 9 – 11 e 14]

La morte segreta dello yogi, il suo viaggio nella vita ulteriore da vivo, quella conoscenza che in occidente si chiama Gnosi, è la possibilità di aprire il confine che è fissato dalla morte, sotto il cui sigillo abitano coloro che non hanno raggiunto l’immortalità. L’esperienza dell’iniziato è teosi, trasfigurazione del corpo fisico e mortale nel corpo stesso di Gorakh, che è Shiva Tattwa, condizione e status di Shiva, del Dio supremo stesso. Tutto il resto, qualsiasi altra idea di salvezza è sottoposta alla morte.
Perciò a coloro che fin dalla fanciullezza, cioè ancora scapoli, in purezza, si dedicano alla disciplina della conoscenza, controllando uno a uno i soffi della mente e la vitalità del seme, che l’impulso naturale trascinerebbe nella morte, costoro acquistano il corpo stesso di Gorakh [verso 20 e precedenti]. Essi, sottomettendo i soffi (prana) e controllando il corso del fluido vitale (bindu), sottomettono a sé i grandi Dei che sono esattamente le potenze che dirigono la natura, a cui gli altri uomini devono obbedienza e soggezione. La soggezione al corso discendente del “fiume” della vita, che infine trasporta i cadaveri, è perciò soggezione agli dei e alla morte. Tanto quanto una persona è sottoposta a gli impulsi, tanto la sua vita tende alla morte e a trascorrere come quella di un animale in attesa di essere ucciso dal suo padrone. Sottrarsi a questa soggezione e schiavitù è il sentimento e il canone di tutto il pensiero che in oriente come in occidente è stato conosciuto come Gnosi.

La Perla

Due lampade sono gli occhi, Sole e Luna del microcosmo del corpo. Due lampade sono le dottrine dei Veda e dello Yoga. Due lampade sono il Sole a la Luna celesti, lumi delle due branche del Dharma. Due lampade sono Dualità e Non-dualità. Lo Yogi vede come le polarità sono prodotto della stessa luce, così come gli occhi che illuminano la visione riferiscono a una sola coscienza. Solo dall’invisibile possono provenire i mondi, che si manifestano dall’energia della vibrazione nella dualità, che ne scaturisce. Una ”perla”, il seme dell’assoluto, abita quindi i tre mondi che si dispiegano nel gioco della Sua energia [Verso 5].

L’Invisibile coscienza ha creato due lampade,
Tre mondi, una luce.
Contemplandola, i tre mondi appaiono,
Così lo yogi discerne la perla brillante.

Un “Inno della Perla” (o “Canto della Perla”) si trova negli Atti apocrifi dell’apostolo Tommaso, una composizione gnostica probabilmente del terzo secolo dopo Cristo, redatta in area persiana, probabilmente in Turchia.

Un giovane principe viene spogliato delle sue vesti regali e dei suoi agi e mandato dal padre in terra di Egitto dove deve recuperare una misteriosa Perla.

“Quando andrai in Egitto e ne riporterai l’Unica Perla che giace in mezzo al mare, accerchiata dal serpente sibilante, indosserai di nuovo il tuo vestito di gloria e il manto sopra esso, e con tuo fratello, prossimo a noi in dignità, sii erede del nostro regno”.

Il giovane giunge alla terra straniera e prima cerca di mimetizzarsi con gli abitatori del luogo per non destare sospetti, ma poi, irretito dal cibo e dal vino, dimentica completamente il suo mandato. Finché giunge a lui una lettera che il Padre stesso gli ha fatto arrivare.

“Poni mente alla Perla per la quale sei partito per l’Egitto. Ricordati del vestito di gloria, richiama il manto splendido, per indossarli e adornarti con essi, e il tuo nome possa essere letto nel libro degli eroi e tu divenga con tuo fratello, nostro delegato, erede nel nostro regno”. Come un messaggero era la lettera che il Re aveva sigillato con la mano destra contro i malvagi, i figli di Babel e i demoni ribelli di Sarburg. Si levò in forma di aquila, il re di tutti gli alti, e volò finché discese vicino a me e divenne interamente parola. Al suono della sua voce mi svegliai e mi destai dal sonno; la presi, la baciai, ruppi il sigillo e lessi.
Conformi a quanto era stato scritto nel mio cuore si potevano leggere le parole della mia lettera. Mi ricordai che ero figlio di re e che la mia anima, nata libera, aspirava ai suoi simili. Mi ricordai della Perla per la quale ero stato mandato in Egitto e cominciai ad incantare il terribile serpente sibilante. Lo indussi al sonno invocando il nome di mio Padre, il nome del nostro prossimo in rango e quello di mia madre la regina d’Oriente.
Presi la Perla e mi volsi per tornare a casa da mio Padre. Mi spogliai del loro vestito sordido e impuro e lo abbandonai nella loro terra; diressi il mio cammino onde giungere alla luce della nostra patria, l’Oriente.
Trovai la lettera che mi aveva ridestato davanti a me sul mio cammino; e come mi aveva svegliato con la sua voce, ora mi guidava con la sua luce che brillava dinanzi a me; e con la voce incoraggiava il mio timore e col suo amore mi traeva. E andai avanti. I miei genitori mandarono incontro a me a mezzo dei loro tesorieri, a cui erano stati affidati, il vestito di gloria che avevo tolto e il manto che doveva coprirlo. Avevo dimenticato il suo splendore, avendolo lasciato da bambino nella casa di mio Padre.

La Perla è qualcosa che il Padre ha deposto altrove, sorvegliata da un serpente, in un paese straniero, abitato da gente viziosa, per raggiungere il quale il giovane principe deve indossare abiti sordidi e impuri. La perla viene nominata da Gorakhnath per il Bindu, letteralmente la goccia, misura del fluido vitale che è la linfa degli esseri, l’Acqua che li alimenta, il Seme che li moltiplica. Che la vita sia un elemento liquido, costituito da un fluido irriproducibile, è cognizione comune degli antichi. E’ un liquido oleoso che gonfia e rende brillanti e lucidi i corpi viventi, è la vitalità zampillante delle acque che si manifesta nella gaiezza e nel desiderio, è l’entusiasmo che il vino dona al cuore, è la memoria delle informazioni che si trasmettono con i fluidi sessuali riversandosi nei vari corpi, a formare altri corpi: un codice scritto nelle Acque primordiali.
Così si dice anche nel parlare comune che la vita, come l’acqua di un fiume, scorre, il tempo scorre, la vecchiaia sopraggiunge come secchezza, avvizzimento, prosciugamento delle energie che prima erano fluide. Il corpo si irrigidisce perché il fluido si è consumato. Alla morte, si resta “secchi”.
Il Bindu è come la perla una goccia bianca, di luce liquida, radianza, riflesso della luce infinita da cui emana dal principio. Questo succo vitale è il seme e non è il seme, è contenuto in esso, ma non coincide esattamente con esso, è la potenza vivificante stessa, la “vita”. Non il Bios, non la Zoè, ma l’ Aion, il getto di eternità che, espandendosi nella manifestazione e penetrando nei corpi, si fa liquido e nei corpi si consuma gettandolo inconsapevolmente.
La sua goccia di eternità è interesse dello Yogi, l’eternità e l’immortalità della Perla/Bindu, che sostiene le incarnazioni, sorvegliata dal serpente addormentato e feroce, è la Perla da trovare e riportare al Padre. Di questo parla diffusamente il Sabad. Al di là dei possibili elementi “tecnici” che ritornano altresì nell’alchimia, nella forma del Mercurio filosofico, la sua presenza e la sua ricerca viaggiano invece tra le scuole esoteriche d’oriente e d’occidente, con il medesimo significato spirituale. Dove la Perla è riportata al Padre, la vita è salva. Si comprende che perciò non si tratta semplicemente del seme biologico, ma della sua sostanza cosciente, della scintilla divina che è contenuta al suo interno. Tutte le discipline che sono applicate per quanto riguarda la continenza e/o l’uso della fisicità controllata, corrispondono all’abbandono dell’abito “sordido e impuro” del mondo, il corpo mortale che inconsapevolmente disperde il suo “seme” immortale, nescienza con la quale ci è impedito ritornare alla casa del Padre.

Infine, varcando l’ingresso della casa del Padre, la Gnosi aleggia attorno al giovane principe come un abito che volteggia con i suoi passi. Essa parla, anzi, canta. Questo è il corpo immortale (abito/corpo, come accadeva in terra, di cui è rivestito il soggetto senziente), che lo attende per diventare la sua “immagine”, la sua stessa forma sensibile. Ma è, di più, è il Maestro stesso, la guida che lo ha condotto fino alla riuscita della sua impresa. Il diventare uno con essa, che è abito, gnosi, maestro, è l’unificazione con l’Atman. Jiva, Atman e Guru, sono la stessa cosa, è un detto del Liberato.

Mentre ora osservavo il vestito, mi sembrò che diventasse improvvisamente uno specchio-immagine di me stesso: mi vidi tutto intero in esso ed esso tutto vidi in me, cosicché eravamo due separati, eppure ancora uno per l’uguaglianza della forma… E l’immagine del Re dei Re era raffigurata dappertutto su di esso… E vidi anche vibrare dappertutto su di esso i movimenti della gnosi. Vidi che stava per parlare e percepii il suono delle canzoni che mormorava lungo la discesa: “Sono io che ho agito nelle azioni di colui per il quale sono stato allevato nella casa di mio Padre, ed ho sentito in me stesso che la mia statura cresceva in corrispondenza delle sue fatiche”. E con i suoi movimenti regali si offerse tutto a me e dalle mani di quelli che lo portavano si affrettò perché potessi prenderlo; e anch’io ero mosso dall’amore a correre verso di esso per riceverlo. E mi protesi verso di lui, lo presi, e mi avvolsi nella bellezza dei suoi colori. E gettai il manto regale intorno a tutta la mia persona. Così rivestito, salii alla porta della salvezza e dell’adorazione.

Ad attendere il giovane di ritorno dal suo viaggio in esilio è la Gnosi, che è “abito”, cioè corpo, il corpo di sapienza che egli ha costruito “con le sue fatiche” accrescendolo mano a mano che la sua stessa conoscenza accresceva. Era la Gnosi, il suo “doppio celeste”, il suo corpo yogico, che agiva, in realtà, spiega la Voce, al suo posto, ordinando le azioni che mano a mano gli erano state date in sorte. E quindi, alla casa del Padre, nell’eternità, i due si riuniscono in uno. La “veste” è interamente ricoperta dell’immagine del Padre, è immagine del Supremo in ogni sua parte.
Ogni organo e ogni piega del corpo è sostanziata del Supremo stesso, e quel corpo nuovo e regale, che era rimasto ad attenderlo nell’assoluto, adesso diventa suo. Il concetto di immagine sembra rispecchiare il termine che in India è Swarupa, la forma quale la sostanza ed essenza. La figura che si rispecchia nel mantello, da cui il tessuto è completamente decorato è Swarupa, immagine del Padre, che raffigura lo status di identità con il Padre stesso. Quindi:

Inchinai la testa e adorai lo splendore di mio Padre che me lo aveva mandato, i cui comandi avevo adempiuto perché anch’egli aveva mantenuto ciò che aveva promesso… Mi accolse gioiosamente ed ero con lui nel suo regno, e tutti i suoi servitori lo lodarono con voce di organo, cantando che egli aveva promesso che avrei raggiunto la corte del Re dei Re e avendo portato la mia Perla sarei apparso insieme a lui.

“Apparso insieme a lui” è quel diventare uno, che l’eleganza alessandrina coniuga nella formula che nel Vedanta si chiamerebbe del Vishishtadvaita, o non-dualismo-qualificato, dove nell’unità resta la percezione delle singolarità. Nel caso del Canto della Perla, il principe sarà chiamato ad “apparire” insieme al Padre e al Fratello, che si inferisce sia Gesù, che il Padre chiama “di mio pari grado”.
Se dovessimo portare questo paradigma a raccogliere la genealogia di Gorakhnath, diremmo: Shiva, Gorakh e lo yogi che a loro si riunisce avendo realizzato il suo percorso.
Come condividere il nome, cosa che accadeva nelle scuole filosofiche tradizionali, è segno della realizzazione dell’unità ricercata. Il nome Gorakhnath, con cui è firmato questo scritto medievale, come tanti altri, di epoche diverse, è un nome collettivo, che sigla la promessa di Gorakh: colui che ha portato a termine il mandato apparirà insieme a me, “sarà il mio stesso corpo”. Gorakh abita in colui che ha realizzato l’insegnamento di Gorakhnath. Nessuno yogi può portare il suo nome, ma ciascuno sa o realizzerà di esserlo, di agire mosso solo dalla sua volontà, di parlare con il suo fiato, e che a Lui sono dovute tutte le decisioni. Gorakh è la Gnosi. Il corpo invisibile, il Guru che dall’eternità guida i suoi yogi lungo i sentieri del mondo in cerca della Perla. A Lui che è puro Soffio, Pneuma, cioè Spirito, si rivolge l’Adesh: l’obbedienza assoluta, l’assenso incondizionato. La mia volontà è la Sua: Adesh.

Teosi e disciplina di sé

La conoscenza del corpo che viene invocata come mandato per lo yogi che si appresta alla Ricerca spirituale è perciò più complessa di una fisiologia fisica e perfino di una fisiologia del sottile. Questa Gnosi è transustanziazione del corpo fisico che, da veicolo di prosciugamento progressivo, soggetto a forze ostili e padrone, alla malattia e alla morte, si eleva alla realizzazione del corpo yogico: il corpo di Gorakhnath. [Verso 20]
La Teosi ritorna in una letterale continuità con la tradizione esoterica occidentale. Nel Corpus ermetico di Ermete Trismegisto, Ermete spiega al figlio Tat la possibilità che gli è offerta di scuotersi dalla condizione mortale mediante una rigenerazione, quale la “nascita in Dio”. Questa dottrina corona la rivelazione ermetica, ed è concessa soltanto al discepolo che si sia già purificato e abbia completato l’istruzione.

Una (nuova) nascita presuppone una madre, un padre, un seme. Matrice di questa nascita è “la Saggezza intelligente del Silenzio”, cioè la saggezza di Dio (Gorakh inviterà a trattenere le parole, il silenzio sarà universalmente il mandato degli iniziati, il primo dato del Vuoto in cui deve risuonare la voce del Sabad). Il padre, prosegue Ermete, è “il volere di Dio”, il seme è “il vero Bene”. Quanto al generato, non avrà alcunché in comune con il vecchio uomo, ma sarà dio, figlio di Dio, “il Tutto nel Tutto, composto di tutte le Potenze”.

Questo breve ‘ritratto di famiglia’ deve farci riflettere sulla natura del Seme, o Bindu, che Gorakh indicherà costantemente come fulcro dell’attenzione concentrata dello yogi. Esso è il “Vero Bene”, è dunque il Supremo stesso, e come tale va cercato e meditato.

Sollecitato dalle richieste di Tat di spiegare meglio in cosa consista l’uomo nuovo che si appresta a diventare, Ermete prosegue.
“Questa tenda (come l’abito, immagine usuale per il corpo, ndr) è stata creata con la sostanza delle sfere dello zodiaco”. Tale sostanza di natura inferiore è corrotta, e i dodici elementi zodiacali che costituiscono il corpo sono altrettanti supplizi per l’anima. Ognuno di essi, infatti apporta un vizio o una limitazione: l’ignoranza, la tristezza, l’incontinenza, la concupiscenza, l’ingiustizia, la cupidigia, l’inganno, l’invidia, la frode, la collera, la precipitazione, la cattiveria. Tutti questi vizi, “tramite la mediazione della prigione che è il corpo, costringono l’uomo interiore a soffrire attraverso il canale dei sensi”.

Nel Vedanta classico è in particolare Vidyaranya a istruire che la liberazione passa per l’affrancamento dalle predisposizioni innate, quelle che nel loro comporsi identificano l’aggregato a cui daremo il nome di “io”.
Nella visione di Gorakh, sono i Navagraha, le nove porte del corpo, nome che indica anche i nove pianeti dello zodiaco indiano, come per Ermete, a dover essere conosciuti e controllati con attenzione. Nel Gorakh Bodh dirà che la contemplazione dei Navagraha porta l’iniziato a situarsi al di là del bene e del male. Dove essi hanno agito, non c’era libero arbitrio del soggetto, quando essi sono posti sotto controllo, non ci sono residui karmici, merito o colpa residui, perché lo yogi ha conseguito la libertà dalla catena delle cause e degli effetti operativi sui corpi mortali.

Per Ermete la rigenerazione consiste nel fatto che le dodici potenze che intervengono nella genitura mortale siano sostituite da dodici (o dieci) potenze divine, sorte da Dio stesso: la conoscenza di Dio, la gioia, la continenza, la forza d’animo padrona del desiderio, la giustizia, la bontà o compassione, la veracità, il bene, la vita, la luce. E queste dieci potenze buone divengono le membra dell’uomo nuovo che qui viene detto Logos, Verbo.

Non serve sottolineare come questi dieci principi siano del tutto conformi ai dieci Yama e Nyama dello yoga classico. Al temine, inoltre, questi principi “buoni” sono diventati le membra del corpo nuovo dell’iniziato. Questo processo coincide con la costruzione dell’Atman secondo la dottrina dei Brahmana: i canti intonati durante il sacrificio sono intesi a formare il corpo Chandomaya, fatto di inni, e quel corpo è l’Atman del sacrificatore, che lo attende nell’eternità. Qui, infine, l’iniziato di Ermete diventa Verbo, Logos: diventa, per Gorakh, Sabad. (Questo passaggio dovrebbe essere lampante a chi ha frequentato il seminario di Ottobre)

Ricordando la propria trasformazione, Ermete declama: “Contemplando me stesso in una visione immateriale prodotta dalla misericordia di Dio, sono uscito da me stesso per entrare in un corpo immortale, adesso non conosco più come ero una volta, sono stato generato dall’intelletto”. Dunque il seme può generare intellettualmente? Questo inusuale fenomeno, strettamente esoterico o spirituale, è argomento che nei capitoli successivi incontreremo e analizzeremo attentamente, come le esortazioni dei maestri stanno indicando. E questa la nascita “nel più alto dei cieli” che corrisponde alla Corona, il Brahmarandhra, in cui lo Yogi compiuto è situato, fanciullo, neonato, sempre venturo, e da cui esprime la sua Parola. Rinato nella Parola, nel Logos supremo, lo Yogi è Gorakh, è Sabad, Verbo.

Ermete riprende il suo discorso a Tat, a cui nel frattempo ha imposto il silenzio: “Rallegrati dunque, figlio mio, ecco che le potenze ti stanno purificando a fondo per il congiungimento con le membra del Verbo.”… “Con la venuta della decade (le dieci potenze buone, ndr) si è compiuta la generazione intellegibile, e con tale nascita siamo divinizzati. Colui che è stato premiato, ad opera della misericordia, con questa nascita secondo Dio, avendo abbandonato la sensazione corporea, conosce se stesso in quanto costituito dalle Potenze divine, e nel suo cuore si rallegra”.

Non serve aggiungere nulla. Tat stesso dà voce alla propria natura trasmutata: “Divenuto incrollabile nel nome di Dio (nome=nume, nella sostanza divina, ndr), o padre, mi raffiguro le cose non mediante la vista degli occhi, ma grazie all’energia spirituale che traggo dalle Potenze. Sono nel cielo, nella terra, nell’acqua; sono nell’aria, negli animali, nelle piante; nel ventre, prima del ventre, dopo il ventre, dappertutto.”

Tat esprime perfettamente la visione del Liberato. Non le forme corporee materiali delle cose, ma le potenze e le loro energie diventano il mondo percepito, che non si dà né agisce se non per esse, che sono diventate visibili e costitutive dell’esperienza del veggente. Ogni “cosa” è potenza ed energia, ogni azione, intenzione, e circostanza è espressione spirituale. La visione del mondo è mutata da grossolana a sottile. La sua onnisciente capacità discende dall’essersi fatto quel Seme che pervade indistintamente ogni cosa, ogni cosa conoscendo alla radice e nel suo divenire. Egli è perciò identico al Tutto.

Sabad

Il Sabad è la serratura, il Sabad è la chiave,
Il Sabad risveglia il Sabad.
Quando il Sabad incontra il Sabad ,
Il Sabad è contenuto nel Sabad.

[Verso 21] La Parola che andiamo a esporre è esoterica, codice e chiave di accesso a un regno e un pensiero differenti. Nessuno può dire di possederla, poiché la sua espressione è il suo stesso occultamento e la sola chiave d’accesso è il risveglio che riesce a suscitare. Il Sabad deve procurare il risveglio della stessa condizione nell’interlocutore, risvegliare il Sabad. Non è un sistema normativo che si possa imporre, non è un’ideologia a cui si possa aderire, non è un argomento che si possa padroneggiare, non è una tesi che si possa confutare o un sistema da applicare alla lettera. Sabad è la libertà della Parola ispirata, dell’esperienza diretta, del cuore di chi parla, il riverbero del suono primordiale incausato. Sabad è il seme stesso che si getta nel terreno del cuore, dove Gorakh “ara il campo”.
La disciplina che si legge dopo questi versi è perciò intesa sia come un sistema, fin troppo interpretato come un esercizio fisico, come invece, sembra dire Gorakhnath, un esercizio del pensiero “ulteriore”, quello che vibra all’ascolto del Sabad, quello che si propaga nel vuoto dell’Unmana, della mente libera da ogni concetto e aspettativa. Se il Sabad risveglia il Sabad, allora il Sabad è contenuto nel Sabad, vibra dello stesso suono, che non si può possedere, imitare, dibattere, argomentare, come si farebbe delle tesi del mondo, ma soltanto riconoscere: io sono Quello. Sabad, la mia voce, ciò che io sono, è nella Parola di Gorakh.
Come tutti i fiumi scivolano nell’oceano, tutte le parole (mondane) bruciano nella parola del Guru.

Om Shiv Goraksh
Adesh Adesh
Udai Nath, 25.11.2020

 

 

Testi consultati:

Sayings of Gorakhnath: Annotated Translations from the Gorakh Bani, Gordan Djurdjevic, Oxford University Press

Le Origini del Pensiero Europeo, R.B. Onians, Adelphi

Lo Gnosticismo, Hans Jonas, SEI

Ermetismo e Mistica Pagana, André-Jean Festugière