L’istruzione che propongo ai miei studenti e discepoli è data per sostenere il lavoro individuale sulla visione interiore.
La visione si sostanzia con la parola.  Ascolto e parola, in costante unione, raffinano l’attenzione e esercitano l’orecchio all’ascolto del Suono interiore, il frutto per il quale gli yogi impegnano la vita, che è fine e mezzo, sadhana e progressiva realizzazione.
Ciò che è reale diventa reale. Il suono realizza il Suono.
Se l’albero si riconosce dai frutti, come avevo detto in un’altra occasione, Kali Nath non è un mio chela, è stato la mia Nemesi.
E questa è la sua visione.

Udai Nath

Meditazione di Kali Nath. Sul Sacrificio.

Parte I

1. [Enter]
Minyak kukang è, letteralmente, l’olio di loris. Va così: un primate minuto, membra piccine coperte di pelo soffice soffice, tutto tenerezza e occhi grandi grandi, è preso ed abbrustolito vivo. Prima di scoppiare fuori dalle orbite seguiti da una buona porzione di cervello cotto, gli occhi fondono in una brodaglia di umori e liquidi: “lacrime”. Queste sono raccolte per essere usate nella stregoneria cambogiana, filtri d’amore per lo più. Il desiderio. Si sa, niente attrae più dell’agonia: il grande magnete universale.
Altre lacrime sono così disposte: le donne piangono sotto il vasto mare, gli uomini piangono in cima alle alte montagne. I bambini dilaniati da mastini versano lacrime e sangue si mescolano, reagiscono in acidi che corrodono le porte del Regno, sciolgono in una pozza nauseabonda la redenzione promessa, l’armonia che tutto ricapitola e giustifica è un blob dodecafonico.
Eppure lo si sa, gli dei si innamorano della violenza. Tlaloc beve le lacrime dei bambini e le ripiove sulla terra asciutta: ne è generosamente ghiotto. Così le unghie sono scoperchiate e il pianto che poi bagnerà il vasto mondo è raccolto come fanno i saggi del Mutus Liber con la rugiada celeste. Tlaloc lo sugge, se ne inebria e ce lo risputa sopra. Il marchio fisico del soffrire: le lacrime, il sangue, la pelle dello scorticato e gli organi fumanti dei corpi dai corpi estratti.
Gli dei si innamorano della violenza e il volto dell’innamorata è potenza ubiqua. Scambio e dono. Prima è moneta di corso per le nostre contrattazioni da mercato con essi, infine vero centro del loro essere divino: là dove sfuma la distinzione fra Dio stesso e Violenza stessa.
E la lingua dice “sacrificio” che è “rendere sacro” – per mezzo della violenza – ma non dice niente. Si sente però il lezzo del corpo e delle senzanumero pene che secerne: ambasce e lacrime.
Il Vir dolorum piange, sanguina, suda sangue… si cagherà addosso dopo il lemà sabactàni? Non lo escludiamo.

2.
Il sacrificio è fonte inesauribile e sperpero inesaurito: anche se il suo sorriso è ananda senza fondo, e il volto della decollata Chinnamasta sempre imperturbabilmente assorto rimane, gli allegri zampillìi sono pure lacrime. Il sacrificio è un salasso praticato all’universo: si estrae questo succo che una volta diffuso torna ad esso, ed è questa circolarità violenta a segnarne il tremendo.
Il jaina che non respira per non offendere il più minuto dei microrganismi sa in fondo che la violenza è radici che compattano la sostanza del mondo: il vuoto fra causa ed effetto tenuto insieme da violenza, tessuto di maya, violenza.
Il sangue versato, la lacrima distillata nell’atanor del corpo al tapasya lento della violenza, è eccedenza che viene ridistribuita.
In mezzo alla foresta, popoli di ossidiana e malachite si perforano la lingua, le labbra, il cazzo perché il sangue canti il canto che chiama gli dei. I corpi flagellati e il sangue che non è mai due volte lo stesso, come il fiume eracliteo, di cui gli dei si innamorano.

3.
Qual è la geografia del sacrificio e poi la mappa. Tutta la strada che s’è fatta per passare dal sacrificio cruento all’astrazione raffinata dello yoga in cui atto sacrificale e sacrificante sono gli stessi. Da complemento d’agente a complemento oggetto: questi rinuncianti, sempre invaghiti della spoliazione fino alla cessazione di ogni moto, fino a polire e levigare l’atto dalle scabrosità della dualità.
Ma gli dei si compiacciono di ciò che a profusione scorre e la coscienza è fluente sopra ogni altra cosa, si giungerà a dire. Generazione inesausta come solo il divenire è inesausto e sempre eccedente. Quello sono io, la mia coscienza magmatica, inafferrabile, che erutta come sangue. Io sono “colui per il quale ogni goccia di sangue è seme”: distruggendomi mi rigeneri, annientandomi mi incrementi. Io sono la produzione eterna del pensiero, io sono il dispendio eterno di cui nessuno può arrestare il moltiplicarsi, non ha numero il computo dei miei aspetti, universi interi sono affogati dal mio sacrificio, io sono la mente, il morire innumere che nessuno può sostenere.
Arriva quindi la Dea a lappare questo sangue. La violenza. In questa gola cessa il racconto delle forme, ciò che la terra non ha saputo spegnere un ventre fatto di notte sa saziarsi.

4. [Exeunt]
L’animale lo afferro saldamente ma con gesto gentile: non si scuote giacché lo spirito lo ha già irretito. Lo stordisce, lo incanta? È all’ascolto di una storia, lo so dagli occhi che stringo. Lo nfumbe gli parla del sacrificio, del sangue proiettato inesausto e fortissimo fuori dal suo corpo ferito. I Bantù sanno che egli tornerà come pioggia – Tlaloc e le lacrime dei bambini – come dono gratuito che oltrepassa lo scambio, che lo frantuma nel suo esubero. E assisto a questa narrazione e anch’io fluisco in questo scorrere e la distinzione fra me e ciò che stringo si fa precaria. Quando si alza il canto i corpi si confondono come solo i corpi sanno fare: giunge Eros.
È una nuova genesi in cui la carne violentata straborda e il sangue le lacrime e la merda e la melodia sono mie e cosa viene fatto sacro non si sa più perché i contorni sono svaniti da un pezzo e gli spasmi sono il dono più ricco a cui è impossibile una paritaria retribuzione giacché infinitamente di-più.
Il canto eterna l’offerta che picchia come un temporale estivo. Scroscerà ad abbeverare i vivi come ora sostenta i morti in questa nekyia alla quale accorrono da ogni luogo in un unico carosello che unisce le due sponde del grande oceano all’opera dell’eccesso.
Respira a pieni polmoni: il corpo ne sa qualcosa, sotto le unghie. Tremendo. Tremendamente altro da me – non sono io sotto il coltello, stavolta – tremendamente io – ho la gola recisa e affogo nel mio sangue, stavolta –.
Un attimo prima si fa silenzio assoluto, poi la testa è spiccata dal corpo.

Parte II

Morte infila ancora nella ghirlanda delle memorie: sta dalla parte di un’impermanenza caparbia, e non desiste.
Seduto di fronte alle murti scandendo la quotidiana devozione, rivolto ad un Oriente infuocato: è una gloriosa mattina di Giugno.
O anche: “dalle dieci e mezzo circa di mattina a mezzogiorno e mezzo. Fuoco.”
Così come si acquieta la mente si acquieta il misurare il mondo con le parole che vengono da essa: le acque lunari fatte evaporare, è invocato un calore irraggiante.
Il respiro prima di ogni altra cosa, e i sensi ritratti come la celebre testuggine le membra dentro il carapace. Il respiro è il brio di un mantice: il comburente di un combustibile che è corpo e dentro il corpo cuore, e fuori e dentro il corpo mente. Prosciugato. Vapore convertito in energia. Tutto il sangue prima in ebollizione, poi calcinato dal Sole alla finestra orientale.
Il respiro prima di ogni altra cosa: ancora aria soffiata di cui il fuoco è ghiotto. I pensieri come pesci sorpresi dalla secca boccheggiano, spaventano con espressioni incredule e muoiono. È una brace che ha svegliato questo vento, che si sa, va dove vuole soffia dove vuole. E ora eccolo qua arrostire e vivificare: non rimanga che l’osso, uno scheletro con nel cuore il Sole.
Le acque in effervescenza: il dono delle lacrime, presto dissolte. Poi l’occhio sente che un Sole lo chiama, ne sente la voce dentro o fuori. Dunque viene aperto. Davanti a me il Sole ormai alto sulle colline: splende sullo sfondo di un cielo di un azzurro immenso e terrificante e così vicino. Si chiude l’occhio e se ne apre un altro, fatto di fuoco, il solo che può fissare il gemello solare.
Il respiro prima di ogni altra cosa: proprio ora che la fiamma è attizzata divento un deserto in cui aleggia uno spirito leonino, piromane.
Nel sacrificio: che rimane? Ciò che rimane di chi diceva “io” fino a qualche minuto fa: gli uomini ombra di Hiroshima, una silhouette proiettata sul terreno.
Il terreno è questo piccolo spazio seduto di fronte alle murti, rivolto ad un Oriente infuocato in una gloriosa mattina di Giugno.
Il Sole ha chiamato l’occhio, ora l’occhio chiama a far nascere una nuova parola: una parola solare che non misura il mondo ma lo canta in ardore.

Dall’amore di questo cuore entra questo:

Aum
Bhuh Bhuvah Svah
Tat Savitur Varenyam
Bhargo Devasya Dheemahi
Dhiyo Yo nah Prachodayat

Questo Divino Sole, io adoro.
Questo Divino Sole, io adoro.
Questo Divino Sole, io adoro.

Ma quale Divino Sole, mi chiedo, dopo un po’. Perché le distanze, le misure, i pesi sono svaniti e difficilmente colgo una differenza fra questa calda pulsazione che è la mia voce, questo splendore che percepisco come smemoratezza ed energia centrale da cui si genera la vibrazione poi parola poi parola espressa cantata e quell’astro ardente davanti a me, che sto seduto, rivolto ad un Oriente infuocato.
Nel sacrificio: via secca da cui sono evaporati rugiade, lacrime, sangue e ogni umore. Ho dato tutto quando questo canto mi è stato estorto sul conto del mio sangue: incenerito al calor bianco di una beatitudine per cui non rimane che il respiro prima di ogni altra cosa, che ora s’è fermato e non alimenta più alcunché e la reazione va avanti da sola, ormai inarrestabile. Ma poi rimane: è un ritmo che mi lega e mi ricorda che questo tempo scandito viene anch’esso preso, accettato e messo da parte: Aufhebung. Non si scorderà il Sole che sono pur sempre uomo, che ho vissuto e vivrò così come quel ramo di nocciolo che si staglia contro un cielo di un azzurro immenso e terrificante che forse sono io, ormai verdeggiante o forse no. A chi importa, a questo punto?

 

 

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