Di sicuro non basta il paragone con altre serie “dark” in voga, perché qui c’è un sentimento per la storia asburgica e la sua decadenza, e quindi la magnificazione del suo momento estetico, che non può essere confrontato con un prodotto statunitense. Tra le fotografie spiccano numerose le citazioni alle opere di pittori come Franz von Stuck e l’amicizia con Arthur Schnitzler, di cui sembra ritornare qualche frammento del suo “Doppio sogno”, trasposto al cinema da Kubrick.

Il senso della narrazione è quello di pensare l’inconscio non di una persona o di alcuni casi clinici, come si è portati a credere dallo studio convenzionale del dottor Freud, ma l’inconscio di una nazione-impero giunta al momento di culmine e decadenza, e delle sue contraddizioni sotto gli occhi di tutti. L’immagine della donna fatale, medium o occultista, è un elemento fondante dell’estetica del periodo, le melusina, le salambò, le circe, le donne fatali e ammaliatrici sono le protagoniste dell’arte e della letteratura del mondo fin de siecle, cui sono invece la triste contropartita reale il numero esorbitante di donne confinate nei manicomi in preda alle convulsioni isteriche. Freud lavora con l’isteria, come è noto, giustamente è da chiedersi, come poteva non essere anche immerso nella raffigurazione mondana e estetizzata dello stesso fenomeno? Perciò alle povere pazienti internate si sovrappone la figura affascinante della giovane medium ungherese, scampata a un eccidio e dotata di poteri naturali, sciamanici, provenienti dalle sue origini, e quindi, per usare un termine in voga nella psichiatria dell’epoca: atavistici. L’atavismo era la definizione di ciò che si era fortuitamente sottratto alla volontà regolatrice e razionale della “civiltà” e che si sarebbe ripresentato in forma di patologia e di delinquenza, specialmente in soggetti marginali e nelle donne, appunto. L’atavismo però, si sa, presenzia ai salotti buoni della migliore società in forma di occultismo e della moda che dilaga in tutta europa per le sedute spiritiche e l’egittomania. L’atavistico siede insomma, in catene, come un gentile intrattenimento, nelle riunioni della stessa società che lo condanna e lo reprime con i mezzi atroci della psichiatria manicomiale.

La ragazza di cui Freud si interessa, che rappresenta un sunto di queste visioni estetiche e cliniche, ha un nome ambiguo, fatto apposta per depistare uno spettatore frettoloso: Salomè. Salomè è il nome simbolo che il secolo sceglie a rappresentare la donna fatale, e che entrerà anche nel Libro Rosso di Jung da guida alla redenzione dell’inconscio del secolo. Ma che i frettolosi e superficiali critici, dove ho intercettato la loro opinione, hanno erroneamente scambiato per Lou Andrea Salomè, donna indipendente, studiosa e amica degli intellettuali del tempo. Ma non è quella Salomè, anche se il finale può far pensare che il suo percorso la porterà eventualmente a quella libertà intellettuale e sociale. Questa Salomè invece è ripresa dalla figura molto più tragica e ombrosa di Maria Vetsera, giovane amante di Rodolfo d’Asburgo e morta con lui nel castello di Mayerling. L’oscura e tragica faccenda fu uno scandalo e una ferita insanabile nella percezione morale che i sudditi di Francesco Giuseppe avevano di sé e della Casa Reale, acuendo il sentimento di pericolo e di catastrofe che stava per abbattersi su quell’impero “felice” e le sue certezze. E anche la celebre imperatrice Sissi (Elisabetta di Baviera), di cui si riportano sempre le immagini ipocrite e zuccherose che ne fece Hollywood, riprendendo comunque le sue stesse autocelebrazioni, è qui un fantasma. Non perché all’epoca dei fatti fosse morta, come alcuni hanno pensato di correggere della sintesi magistrale offerta dalla produzione, ma perché in realtà già auto-esiliata lontano dalla corte e lontana anche dal fragile figlio Rodolfo, rimasto con il padre ad attendere un’improbabile ascesa la trono.

Di queste storie ne so abbastanza, anche perché un mio antenato serviva la casa Asburgo proprio ai tempi di queste vicende, che furono perciò le fiabe che ascoltavo per un buon periodo della mia infanzia, trasmesse da bocca a orecchio per un breve giro di generazioni, e su cui perciò ho cercato poi di documentarmi più a fondo. Chi ha un po’ di spirito asburgico e ribelle insieme nelle vene, riconosce perciò i segni di queste vicende e dei sentimenti che suscitavano nel popolo, fino ad allora fedele e ordinato. O meglio, diviso a intercettare le ribellioni che ai vari confini spingevano verso l’irredentismo. Come l’intensa figura dell’ispettore Alfred Kiss, personaggio secondario, ma potentissimo, fu in questo periodo che molti abbandonarono la fedeltà alla corona imperiale, vedendo la crudeltà gratuita e la corruzione sotto la disciplina e i tacchi che scattavano al passo. Anche Kiss esisteva, anzi, ne esistevano molti.

Perciò se è vero che la serie sembra non rappresentare il dottor Freud come lo conoscevamo nei manuali universitari, che lo dipingono avulso dal contesto, applica mirabilmente le sue ipotesi ancora acerbe al mondo in cui indubbiamente si trovava immerso. Una psicanalisi nascente che si tempra sul mondo e la società, un ritratto interiore del corpo collettivo malato di un impero e dei suoi miti e sottoculture, che come l’inconscio stavano spargendo il contagio. E’ senza dubbio l'”allievo” Jung ad applicare alla massima potenza l’inconscio come patrimonio collettivo, ma certamente non è possibile scindere il singolo dalla sua dimensione allargata, culturale e storica. Così deve essere anche per il dott. Freud. E immergersi nella sua pervicace indagine dell’inconscio come la “casa” in cui ogni angolo è abitato dalle forme nascoste di sé stessi, è immergersi effettivamente in un “bagno di sangue”, come ricorre nelle immagini della serie, catartico e di buona memoria.

Il demone atavico che abita Salomè ha il potere di cancellare i confini di genere, abbattere il diktat della femminilità e della buona maniera, ritrovare una potenza magnetica e sovrannaturale dove imperano il perbenismo e l’oppressione. In maniera non molto diversa, in realtà, di nuovo, in questo inizio secolo, il nostro inizio secolo, abbiamo incatenato le tecnologie della spiritualità al salotto buono delle convenzioni positive, dei buoni sentimenti e dell’apparire, abusando dell’indagine superficiale delle forme dei miti e delle tradizioni a sostenere trite ambizioni piccolo borghesi di benessere e felicità, il nostro globale impero felice e belle epoque che similmente mostrano la loro nauseante ipocrisia e banalità. Allora c’è da chiedersi quando il demone dormiente che stiamo sfruttando per il nostro passatempo estetico e moraleggiante, si rivelerà nella sua potenza distruttiva e rivelatrice. Intanto, potremmo utilizzare queste giornate, sottratte dal virus alla produttività disciplinata dei consumi, per affrontare una tetra e sanguinosa visione della “casa” della psiche, dove si agitano fantasmi e demoni che abbiamo dimenticato. Di cui si sono persi perfino i riferimenti storici, come si vede.

Poiché se si diventa ciò che l’inconscio ha stabilito di essere, come conclude la serie, oggi che l’indagine della psiche sembra ritornata nelle mani del dott.Theodor Meynert, fautore dell’organicismo, il demone oscuro si prepara a battere gli zoccoli e ritentare l’assalto alla casa del Re.

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