L’Appeso è l’immagine del sacrificio incarnato, quello che si sublima nella morte, ma che nella sofferenza in vita ha conosciuto la sua narrazione privilegiata, il suo canto silenzioso. Le parole sono volgari e inefficaci a rappresentare la dignità dell’uomo appeso, perciò su di lui vige il silenzio, mentre i soffi lo abbandonano, distaccandosi, separati. Il controllo è l’enigma. Colui che massimamente sta controllando il flusso è altresì prigioniero della sua stessa posizione di controllo e non la esercita, ma la subisce. Dove si deve posizionare il bandha, chiederà quindi lo yogi avveduto? Nella mente, da cui ogni soffio prende inizio. Dalla mente discende il respiro, dal respiro proviene la parola e la parola nella mente si dissolve. Quindi la posizione capovolta che assume l’impiccato indica lo stato in cui la mente si riconosce radice dei soffi e del divenire, che perciò viene costretta nell’attenzione silenziosa a fermare il suo flusso naturale. Il Sole e la Luna, le polarità sessuate, sono svelate. L’ardore religioso del respiro, la palingenesi quotidiana, quanto il moltiplicarsi intimo dei sensi e delle generazioni nel tempo, abbandonano il conoscitore. Si mostrano nella loro radicale alterità, primitive, non sofisticate dal costume e dalla parola, selvagge e incompiute. Il Sole è la notte più oscura, la Luna si innalza su di esso. Non articolano una parola efficace, non completano un pensiero condivisibile, si espongono allo sguardo senza filtri e senza maschere. Che ne è stato dell’intelligenza, dove si nasconde? Nel controllo di sé, nella stretta del laccio, nel sigillo che è posto dalla volontà (o dall’evento) è l’intelligenza sublime e pura, che ha abbandonato il campo e si è raccolta nella percezione di sé. Da questa posizione si possono interrogare gli invisibili, i morti e gli immortali, che sono costretti a rispondere.

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