Se la mitologia è il racconto delle origini, l’epica descrive il cammino a ritroso verso le origini, che sono, a dispetto del tempo, l’eterno qui e ora del cosmo. Perciò si dice che il cammino spirituale sia un cammino a ritroso, verso l’origine, verso il cuore della realtà. In origine ci sono molti miti di creazione perché molti sono i mondi paralleli e concentrici. L’era/regione degli inizi è abitata da esseri non viventi: gli dei, i demoni, gli antenati, che sono i morti. Gli yogi abitano la creazione da prima dell’inizio, come testimoni di tutto e ne sono i narratori e in qualche modo i registi. Questi esseri lottando tra loro, creano ciò che a loro serve: gli uomini, gli animali, i mondi naturali. Le battaglie successive sono tra i demoni e gli eroi, per far prevalere una evoluzione, rispetto al caos, un cosmo ordinato. Dopo, dagli eroi, le dinastie, i popoli, il dharma.

Quando Rama attraversa il fiume Gange, sa di attraversare il luogo dove hanno trovato sepoltura i suoi antenati. Rappresenta come l’Acheronte, il confine tra il mondo dei vivi (o dello stato di veglia) e il mondo dei morti, il mondo Imaginale, dove abitano le figure e le forma archetipe che abitano il mito o che come gli asceti, hanno lasciato il mondo attraverso una morte simbolica e iniziatica. Questi esseri, non abitando il mondo dei vivi, lo determinano però spiritualmente. Questo è il piano causale. Il piano del sogno, che molto prima della psicanalisi, le dottrine spirituali avevano identificato come il luogo inconscio ai più dove abitano le forze oscure (perché non vedute) capaci di imprimere volontà e destino alle cose della mondo e della vita. Qui ci sono i demoni che tormentano con la paura, i desideri inaccettabili e l’incubo, come ci sono gli asceti, l’anelito spirituale e ideale, che con il loro yoga e tapasya tessono la trama del viaggio dell’eroe e quindi la vittoria del Dharma. Sono loro che hanno invocato gli Dei che facessero discendere l’uomo divino, capace di sconfiggere l’Adharma, Ravana.
Il mondo comune, diurno, sembra qui circondato da un luogo sconosciuto o nascosto, che si può chiamare anche cielo, secondo la definizione delle sfere celesti che circondano la terra, precludendo il passaggio da un livello all’altro ai comuni mortali. Infatti cielo ha la stessa radice di celare, nascondere, il cielo è il luogo delle cose nascoste. Degli esseri che popolano questi mondi o cieli paralleli e concentrici, noi vediamo alcune immagini nelle stelle e negli aspetti astrologici che ne mostrano alcune delle modalità peculiari e della loro influenza sui terrestri. Allo stesso modo, ci avverte Hillmann, attraversiamo ogni notte lo Stige/Gange per entrare nell’inconscio, nel piano causale interno, dove i confini dell’io si dissolvono. Sebbene abitiamo ancora una coscienza di esistere come separati, la separatezza è puramente formale, la nostra interiorità è abitata da tutto il cosmo, dai vivi, dai morti, da luoghi e circostanze completamente estranee alla razionalità. Dagli dei e dai demoni, i “morti”, che secondo la psicologia del profondo, reclamano la nostra attenzione e la guarigione.
Poiché la foresta , il luogo oscuro, l’aldilà, non è solo il luogo dei “morti”, ma proprio perché luogo dei morti è anche il luogo dei nascituri, degli antenati che ritorneranno a vivere sulla terra, ed è perciò il grembo seminale della vita, dove le anime si purificano e rientrano nel ciclo cosmico. La foresta è perciò cielo e grembo, è la forma della madre, la materia primordiale, Hyle, o pradhana, che deve essere attraversata dalla luce divina, lo spirito, perché dalla fantasmagoria delle ombre, dei sogni, degli archetipi e degli enti imaginali si produca di nuovo vita e coscienza.
Questo è il passaggio che deve compiere l’eroe, da vivo, e non da morto, e fare che ciò avvenga è compito dei saggi. Istruito dalla tapasya e dalla dottrina dei saggi asceti, Rama compie l’azione peculiare dell’eroe: la discesa nel mondo infero, o Katabasi e il ritorno da Re.
Mediante i mezzi del canto, delle immagini e dei simboli, l’iniziato ai misteri orfici partecipava alla morte e resurrezione di Zagreo. Zagreo è il nome orfico di Dioniso, di cui il la cosmologia orfica narra la nascita, la morte e la resurrezione. Zagreo era nato da Zeus e Kore. Nella versione olimpica, Kore è Semele, una donna mortale. La cosmologia orfica la chiama addirittura Persefone, per rimarcare in maniera inequivocabile la sua appartenenza alla morte, al regno sotterraneo, di cui l’essere mortale è la visione terrestre. Se nel mito olimpico – exoterico – Dioniso scenderà nell’Ade da adulto per riscattare la madre morta, il mito orfico, pone la madre direttamente come rappresentazione dell’aldilà.
La vita del neofita veniva modellata dalla comunione con Zagreo, con la sua passione morte e resurrezione, così che la teogonia diventava il libro che similmente al Vangelo, o al Ramayana, raccontava il mito con cui l’uomo, l’iniziato doveva realizzare la la propria identificazione e con il divino o la palingenesi, cioè il riconoscimento della propria rinascita nella persona divina; allo stesso modo, come il cristiano, secoli dopo, realizzando in sé stesso la passione di Cristo ottiene la vita eterna, l’orfico, diventando Bhacco, e l’indiano diventando Bhakta, devoto di Rama come lo fu Hanuman, ottiene la beatitudine.
Imitare il Dio era la via maestra dei misteri che consentiva, attraverso un processo di estasi e di trance, di diventare il Dio. Era credenza comune, nelle religioni che praticano l’estasi, che il dio si possa incarnare temporaneamente nell’uomo. Nell’aspetto sciamanico, come se ne trovano ancora in india o nel mondo afro-caraibico, la cerimonia inizia e finisce con la discesa del dio nell’uomo, mentre per i misteri più maturi, che incominciano con Rama e Orfeo, fino a quelli cristici, è la persona a venire trasformata interamente e per sempre in immagine del Divino. Dice una laminella orfica “da uomo, ora sei diventato dio.”
Katabasi è anche catarsi. La catarsi è una sorta di piccola morte o di morte simbolica che avviene sia nel rito iniziatico che in particolari esperienze della vita che fanno leggere un passaggio come una morte al mondo, alla persona che eravamo, in cui eravamo nati e vissuti, fino a un certo momento, e che ci permette di rinascere, di prendere una nuova coscienza di noi stessi, più indipendente – di solito dai legami relazionali e affettivi e dagli attaccamenti materiali, infine dall’ego. La vediamo e la vedevano come una morte simbolica essendo la morte fisica la definitiva e più perfetta catarsi. Per ciò il lenzuolo bianco in cui è avvolto talvolta l’iniziato, il sudario. Il lenzuolo funerario che diventa il velo del mistero stesso della resurrezione, come è tramandato anche dai cattolici. Nel pensiero filosofico antico morte e misteri (iniziazione) sono identici, il mistero è identificato completamente con la morte. Mediante la catarsi della morte l’anima si ricongiunge stabilmente alla divinità così come nel mistero, mediante l’estasi, essa esce temporaneamente dal corpo e si congiunge con la natura dionisiaca, di modo che l’uomo diventa Bacchos, diventa Dio. Così Rama muore al mondo, rinunciando al trono, e indossa le vesti di Shiva, dell’ asceta delle foreste, con i capelli intrecciati.
Così gli orfici si addormentavano nei loro tumuli, avvolti nel sudario bianco, stringendo in pugno una laminetta d’oro, che recava le frasi con cui l’iniziato veniva ammesso alla beatitudine eterna. Pronunciando le frasi che l’iniziato teneva nella mano, davanti a Persefone, sarebbe stato ammesso alla vita consapevole e beata degli iniziati, ai campi elisi. Così, potrà presentarsi alla Madre dell’Oltretomba consapevole della propria vera natura, di aver compiuto i riti e le catarsi purificatorie: puro tra i puri. Sebbene nato sotto il peso del destino, riuscirà a sollevarsi e ad uscire dalla tomba del corpo e si immergersi nel grembo della Madre: la foresta primordiale, il mondo ctonio e onirico degli esseri invisibili. Lì lo attende la beatitudine, la visione della salvezza: Dio sarai anziché mortale! E come un capretto, rinato, si getta nel latte, nel nettare dell’immortalità.

[Tratto dal seminario “Ramayana. Il viaggio celeste dell’Eroe” di Udai Nath – Immagine: Beato Angelico: Discesa agli inferi, il mistero del Sabato Santo]

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