Dal profondo sottosuolo del mondo sale la nube della morte per pandemia. Tutte le città e le aggregazioni umane sono pervase dal panico, lo spirito incontrollabile del dio Pan.
Il momento Panico, di Pan, della frenesia incontrollabile, del parossismo. Tutti obbediscono al signore che guida il corteo degli Dei. Non solo la paura, che è al suo momento culmine detta appunto panico, ma al suo seguito il grande teatro dell’inconscio, di cui godiamo finalmente lo spettacolo liberatorio, ma pericoloso. Difficilmente scendono gli dei al mondo visibile senza chiedere un tributo di vittime. Il loro apparire è proprio nell’appropriarsi del corpo che prima ne lamentava l’assenza, ma che momentaneamente, o definitivamente, viene risucchiato nella nube dell’oltremondo, che abitava sempre a lato del nostro pensiero ordinario, in attesa del suo momento, guidando però in segreto le questioni che apparivano casuali e fatalmente predestinate. Scritti nell’ombra salmodiante stanno anche i comportamenti ingenuamente eroici, l’immolazione e il sacrificio, così come la furia dell’autoconservazione, la violenza, l’esplosione emozionale, i sintomi incurabili. A cui fanno eco il criticismo e il giudizio che non servono a placare quella potenza, ma se mai ne rappresentano l’aspetto senescente e straparlante, irrefrenabile movimento fonatorio di ecolalie e motti di spirito di fronte al disastro, la dissonanza cognitiva. Nessuno ha mai obbedito ai maestri e ai genitori, se non inconsciamente, piuttosto inconsciamente ne ricalchiamo senza scampo le orme che conducono a placare la loro sete sotterranea. Sangue vivo a nutrire i morti, gli eroi che fondarono queste mura che ci barricano fuori e dentro il morbo. Dicono i testi sacri, che è l’interno invisibile Regolatore, il Signore non visto, a preservare i tre mondi separati, perché non precipitino l’uno nell’altro. Solo l’Atman, la sua conoscenza e potenza, è quel punto intorno a cui tutti i mondi, visibili invisibili, si disporrebbero ordinati e integrati. Negletta quella fedeltà a se stessi, siccome non c’è cosmo senza ordinatore, ritorna il regno di Pan, la pandemia. Che è comunque la maschera tragica e festosa dell’alterità magnifica dello stesso Signore.
Per gli yogi, questo è un grande varco. Chi attendeva romanticamente la sepoltura nella grotta, il campo di cremazione di notte, e altre visioni fantastiche, ci si trova esattamente dentro. La quotidianità, prima prerogativa della legge dell’acquisizione e dell’accumulo, è diventata il luogo in cui la potenza invisibile si sta spiegando in gran spolvero davanti ai nostri occhi e tutti siamo dentro lo scenario numinoso. Lo yogi dovrebbe ambire ad abitare quel varco ogni giorno della sua vita, diventare quel varco, perché i tre mondi non collassino uno dentro l’altro, fare di sé la cuna del mondo, dove arde il fuoco sacrificale perenne, il campo di cremazione di un solo corpo, il corpo universale, su cui la Grande Dea può essere adorata da tutti.
Distolta la mente dal rumore che si produce per il mondo, agitazione a-perdi-fiato, che infiamma le vie respiratorie e disperde la vitalità, la materia fatta di respiro si apre davanti agli occhi, come un manto nero e invisibile, respirando il respiro di tutti. Un solo respiro, che arde, che brucia, che sconfina in una zona nera, un luogo interno e immobile verso cui l’anima è attratta insieme al fiato che la sostiene, ritmicamente, inesorabilmente, cantando o piangendo. Abitare quel luogo di sconfinamento del soffio vitale, è il campo di cremazione, è la selva, il luogo oscuro, l’aldilà in cui si dispone il conoscitore dei mondi, sempre desto, dove le altre creature giungono solo in sonno o nella morte, a sorvegliare invisibile il palpito dell’Essere, la sua potenza a dismisura, che cresce, a misura del Brahman, e riassorbe il creato, il modesto pasto della morte, il resto del sacrificio del re…
[…segue]

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