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Preghiera di Udai Nath

Questo corpo è il Sacrificio, questo corpo è la Coppa. Qui si riversano gli spiriti e le offerte, pure e impure, integre e spezzate, poiché nulla si è preso e tutto si dà. Qui si trasformano, bruciando, l’essere e il non essere. La coppa è l’Amore, la Coppa è il sacrificio. L’Amore è il fuoco purificatore, la sostanza del sacrificio.

Qui convergono i mondi, qui si danno convegno i demoni e i celesti, in attesa festosa e vibrante. Si intossicano beati del sangue che zampilla dal petto aperto del Cavallo che, morendo dissanguato in fiotti, canta le parole sacre, sul tema che solo lui può udire.

Il fuoco del sacrificio, attizzato dal liquore del sangue vivo, eccita i demoni a danzare e gli dei si nascondono in preda alla fornicazione. Il petto del sacerdote arde come nucleo spezzato e si leva la colonna di fuoco tra lo sterno e la corona a stabilire lo spazio sacro verticale, inattingibile – su cui la maschera ridente e spalancata del Bhairava si fissa con gli occhi sgranati, la bocca aperta, a sigillo. Tu che stabilisci il limite originario, l’incommensurabile e il sacro.

Se tutto ciò non fosse umano, sensibile e vivente, sarebbe il trucco di un mago da fiera, con le cantilene e i giocattoli per ammonire gli stolti, poiché il timore di Dio è il primo passo. Accade invece dove il cuore è svuotato e indifeso, fanciullo dalla pelle trasparente di conchiglia, vulnerabile, quello che chiamava gli inferi a risalire in terra nell’infanzia del mondo, dei corridoi e delle stanze buie del labirinto, la prima sepoltura.

Quel suono muto che riempiva le orecchie a distanza dalle voci del mondo. Che restava in preghiera, in attesa di un segno: lui che è segno. L’infinita solitudine del Creatore. Lui che nel farsi corpo si è fatto Sacrificio e si è fatto scandalo, pietra di scarto, gettata nel mondo, rotta e esecrata dagli uomini.

Coperto, come lo Yogi primigenio, sotto un mucchio di sterco, il fuoco si è innalzato e riscaldato, si è fatto coscienza, si è fatto sadhana. Quel fuoco è la sadhana del Guru.
L’amore che erompe da sotto la più sozza terra nera, silenzioso, trascinante galassie di pianeti, animali, uomini e dei. Vulnerabile fanciullo, padrone della folgore e del serpente, figlio e discepolo del suo discepolo imperfetto.

A quello Yogi, che abita questo vuoto dall’inizio, che guida ogni passo e trasforma ogni veleno in Nettare, che dal cuore di questo corpo si è aperto un varco potente e generoso, che consuma, che fuoriesce con il mio stesso sentimento e che forte come fiamma bruciante di calore, immobile e immutabile, mai sopito, mai desto, converge nella gola in ciò che chiamiamo con nome e logos, e nella fronte come luminosa coscienza, che si apre nel cielo sovrastante come destino, costellazioni e infinito silenzio e Madre.

Rivolgo la mia preghiera ininterrotta con la mente e con la dismissione di questa casa mortale, da pellegrina, lenta, zoppa e straniera.
Possa Egli ricevere il mio saluto e l’inchino che piega il soffio e lo solleva tre volte. Adesh Adesh Adesh.

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