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La via dell’Amore

Se poi qualcuno è benedetto da una folgorante devozione, la deve custodire nel cuore, dove ha preso ad abitare, e mai distogliersi da quella luminosità e da quel calore. Attenda di vederla sorgere quando si ritira e sembra tacere, come l’insonne attende che il sole ritorni a scaldare la terra al mattino, quando ancora è notte e freddo. Quindi resti tutto il giorno in ascolto di quella dolcezza e di quella mestizia, si immerga nell’onda di bellezza e di beatitudine e di nostalgia. Nulla è più potente e generoso dell’amore. Nulla sa trattenere e riscaldare il soffio come l’amore. Perché niente interessa all’amante oltre l’Amato, nulla lo distoglie.

Allora, mosso dalla dolcezza interna, incomincerà a raccogliere ciò che desidera offrire. Apprenderà quello che è stato detto e fatto per onorare la figura amata dagli antichi e dai moderni, comprenderà quali siano l’immagine e i numerosi riti che hanno rappresentato nei secoli quella figura e ne incomincerà uno suo, che proviene dalla sintesi di ciò che è già stato detto e fatto, ne rispecchierà il gusto e i canoni, ma racconterà il proprio cuore, non la prassi ordinaria, ma la sua personale e vivida rappresentazione, il suo desiderio, la sua vera ispirazione e il suo scopo.

Nessuno, nemmeno il guru, conosce più cose del cuore devoto, che per tutta la vita cerca come soddisfare il suo più prepotente desiderio. Nessuno può consigliare, imporre o istruire chi meticolosamente ha deciso di arrivare al suo scopo senza risparmiarsi, raccogliendo la conoscenza e curando ogni dettaglio di sé.
Non c’è prezzo e non c’è scambio, non è l’offerta mercantile dell’uomo di mondo, non la grossolana presenza del valore materiale. I sensi che si affamano, si affinano giorno per giorno, non si dona il consumo ma la sensibilità e la cura, l’attenzione e la generosità di sé, il dono incondizionato. Non servono oggetti costosi e chiassosi, non servono aspettative. Tutto questo appartiene alla miseria del mondo, è lontano dalla visione del cuore.

Il devoto vuole arrivare all’Amato offrendo se stesso, sapendo di essere atteso. Non può andare dall’Amato così com’è, vuole arrivare lì dove si trova la luce che lo scalda e lo consuma, e vederlo direttamente, contemplarlo nel suo intimo, conoscerlo come conosce se stesso, condividerne il respiro, e non restare più solo, non più separato. Perciò sa che deve attendere e coltivarsi, maturare il suo cuore, vincere presunzione, pigrizia, orgoglio, avarizia e resistenza, vincere l’egoismo e trasformare tutto il veleno e le impurità che lo terrebbero a distanza o lo renderebbero ripugnante, vile, non padrone di sé. Di ogni veleno si faccia Nettare, del Nettare, offerta.

Tutto ciò che fa risuonare il “bello” e il “terribile”, la tensione perfetta e inesausta, che solleva e mantiene alto, ecc, appartiene al campo di questo lavoro. Faticoso e estatico è il sentiero dello yoga. Questo è il vero Pranayama, respirare l’energia che si solleva, trattenerla, purificarla.

Mano a mano che la domanda si farà più acuta, più sensibile, dall’altra parte si aprono cancelli di livello superiore, accessi, stati… Ma deve risuonare il chiaro suono di una domanda che attende quella risposta, e non fugge, non si tradisce con mezzi minori, non si sottrae. La maturazione del seme cade nel terreno appropriato. Non c’è terreno appropriato finché il seme non è maturo, finché resta attaccato all’albero.

Non deve odiare se stesso, ma farsi simile e all’amore che lo abita, simile all’amato, sapendo di trovare così la sua beatitudine e intima natura spirituale. Non perfezione, ma verità. Non regole e principi, ma piena libertà di essere ciò che l’amore comanda di offrire. Non oggetto, ma cura e presenza. Liberamente, si attende alla Liberazione.
Così il suo desiderio diventa libero e sincero. Non è fatto di conflitti, di attrazione e di repulsione, non c’è scambio possibile, il dono è la realizzazione, l’incontro che si prepara con la piena e continua Realtà.

Dove farò cadere l’acqua, come colorerò le sue membra di segni e lettere rosse, dove poserò un fiore, e come avvicinerò la luce, come lo chiamerò a me, con quali nomi e con quali canti, come tratterrò la sua benevolenza – chi sarò, questa volta, chi voglio portare al cospetto del mio Amato, con quale libertà dal giudizio e dall’io, con quale abbandono e con che intelligenza, e come rispecchierò in me quello stato dell’essere: quello sono io. Così donerà se stesso, in carne, mente e spirito, e se respinto chiederà ancora e poi ancora, finché avverrà l’unione, e sarà con l’Amato stesso, il suo stesso corpo e la sua stessa coscienza.

Udai Nath, 6.1.2019

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