Santi e Maestri

La lezione di Gandhi che cambiò la storia del Novecento – di Michelguglielmo Torri

«Corriere della Sera», 12 gennaio 2011, p. 42

A oltre sessant’anni dalla sua morte violenta per mano di un fanatico indù, Mohandas Karamchand Gandhi, detto il Mahatma («grande anima»), rimane il più noto fra i figli dell’India. È una fama che deriva dall’idea che il Mahatma abbia inventato – e, soprattutto, abbia applicato con successo – un metodo di lotta, la non violenza, che è, al contempo, eticamente alto e politicamente efficace. Sarebbe infatti stata la non violenza a rendere possibile quella grandiosa rivoluzione che, alla metà del secolo scorso, portò alla trasformazione dell’India da colonia a stato indipendente e al passaggio di quel paese da un regime autoritario ad un sistema democratico.

In cosa consiste la non violenza gandhiana, definita dal suo inventore satyagraha: «fermezza nella verità»? L’elemento primario è che, lungi dall’essere una forma di «non resistenza», la non violenza è un metodo di lotta. Esso parte dalla convinzione che vi sia un imperativo etico assoluto di combattere il male. In tale lotta, bisogna usare strumenti non violenti, dato che vi è un rapporto diretto tra i mezzi ed i fini. Un fine nobile, quindi, non giustifica un mezzo indegno, quale la violenza, perché tra il mezzo e il fine c’è lo stesso rapporto di continuità che c’è tra il seme e la pianta: da un seme velenoso non può che nascere una pianta velenosa. Ciò detto, vale la pena di sottolineare che, in tempi diversi della sua vita, Gandhi espresse chiaramente la propria convinzione che, fatta salva la superiorità della non violenza, la resistenza al male, anche se con metodi violenti, è da preferirsi alla non resistenza.

Concretamente, la non violenza gandhiana si articolava in tre strategie: il rifiuto di collaborare con istituzioni inique; la costruzione di istituzioni alternative a quelle inique; l’attiva disobbedienza alle leggi ingiuste. L’attuazione di queste strategie doveva poi essere accompagnata dalla volontaria accettazione delle pene e delle sofferenze che ciò comportava. Secondo Gandhi, lo spettacolo di una sofferenza ingiustamente subìta è destinato a portare ad una presa di coscienza, da parte dei responsabili della violenza, dell’iniquità del loro comportamento. La non violenza, cioè, alla fine causa un «cambiamento del cuore» nei rei di sofferenze inferte ingiustamente, portandoli ad accettare la giustizia della causa di chi applica la non violenza.

Questo è l’aspetto teorico, apparentemente ingenuo, del satyagraha. La non violenza, però, si basa sull’acuta percezione che un sistema di potere, per essere in grado di funzionare, deve avere la collaborazione passiva o attiva delle persone ad esso sottoposte. Nel momento in cui questa collaborazione si interrompe, il sistema è inevitabilmente destinato ad entrare in crisi.

Questo sarebbe appunto ciò che accadde in India: le successive campagne non violente condotte da Gandhi (nel 1919, nel 1920-22, nel 1930-33, nel 1940 e nel 1942) ridussero ad un guscio vuoto il sistema di potere coloniale. Quindi, quando, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, gli inglesi decisero di andarsene, non fecero che accettare l’inevitabile.

In realtà, le ragioni di questa decisione non sono riconducibili solo alla «forza irresistibile» della non violenza: economicamente, il dominio dell’India non era più di nessuna utilità; gli USA e l’URSS, emersi come i veri vincitori della seconda guerra mondiale, erano entrambi ostili alla continuazione degli imperi coloniali europei; l’economia inglese era uscita a pezzi dalla guerra e non era in grado di farsi carico dei costi economici di un’azione militare in India; il pubblico inglese voleva concentrarsi sulla ricostruzione in patria. Rimane però il fatto che i movimenti gandhiani svolsero due ruoli cruciali: il primo consistette nel delegittimare il dominio inglese in India (ma anche fuori dall’India, USA e Inghilterra compresi); il secondo fu di creare, forgiata in circa trent’anni di lotta, una nuova classe dirigente, che si dimostrò all’altezza della sfida rappresentata dal governo di una nazione che 150 anni di colonialismo avevano lasciato povera e arretrata.
Che il satyagraha fosse un modello da seguire nella lotta non solo per l’indipendenza ma anche per la costruzione di uno stato democratico è una percezione che incominciò a diffondersi fuori dall’India già al tempo della lotta per l’indipendenza. Giorgio Borsa, l’autore del primo studio italiano su Gandhi (originariamente comparso nel 1942), amava ricordare come il suo interesse per il Mahatma fosse nato, negli anni Trenta, dal desiderio di capire come fosse stato possibile, in India, mobilitare centinaia di migliaia di persone in una lotta non violenta, quando nel medesimo periodo, in Italia, gli sforzi di «Giustizia e Libertà», di cui Borsa faceva parte, si erano rivelati incapaci di mobilitare manifestazioni di dissenso antifascista invero modeste.
Da allora, la non violenza gandhiana ha trovato applicazione fuori dall’India in una serie di casi, a volte con successo, a volte no. Fra quelli di maggior successo vi sono stati, negli anni Sessanta del secolo scorso, il movimento per i diritti civili degli afro-americani guidato da Martin Luther King; quello – meno noto ma ugualmente importante – per i diritti civili dei messico-americani, guidato da César Chávez; e, infine, quello che, negli anni Ottanta, portò all’abbattimento della dittatura di Ferdinand Marcos nelle Filippine. Ma, in definitiva, la non violenza non è uno strumento irresistibile, utilizzabile in qualsiasi contesto (anche se questo si può dire di qualsiasi altro strumento di lotta politica). Riflettere sull’insegnamento gandhiano, senza aspettarsi di aver finalmente trovato la chiave universale per risolvere in modo equo, rapido e indolore qualsiasi conflitto, è tuttavia un modo di porsi il problema di come sconfiggere il male, senza usare strumenti che rendano a priori impossibile il raggiungimento di tale obiettivo. Si tratta, cioè, di uno sforzo – intellettuale e a volte pratico – che vale ancora e sempre la pena di fare.


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