“Haiti ha un passato glorioso, ma un presente drammatico e un futuro fosco” Joel Dreyfuss, oggi.

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Il brano che segue è l’incipit di un romanzo importante e di eccezionale efficacia su quel passato glorioso e poco conosciuto dell’isola di Haiti, libro che ha il pregio di riportare, al lettore sensibile, tracce vivissime e sottili della spiritualità e della gnosi afrocaraibica, accennate anche nella frase enigmatica sull’Africa “in fondo al mare” che chiude il brano, metafora del sentimento del “ritorno a casa”, cara a ogni anima che abbia sofferto il senso della schiavitù terrena e l’anelito alla liberazione. Un libro che parla soprattutto di una strana rivoluzione, di passioni furiose, di magia e di Dei ancestrali.

Questa citazione è un modestissimo omaggio alla terra di Haiti, che oggi è devastata da un terremoto di proporzioni apocalittiche; una terra a cui riconosco di custodire una Tradizione, cioè la narrazione vivente, per figure e riti, della possibilità di Unione con il divino e la nostalgia per il Ritorno.

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Dal romanzo: Quando le anime si sollevano
di Madison Smartt Bell

PROLOGO
Avere levato l’àncora con la marea del mattino è stato un sollievo. Le voci di nuovi disordini hanno reso gli ultimi giorni in porto terribilmente inquieti: forse si prepara una rivolta ben più grave, scatenata dalla deportazione del capo brigante Toussaint, nostro passeggero e prigioniero. Tutte le fazioni della città di Le Cap, o meglio di quel che ne rimane, sono insorte l’una contro l’altra. Quanto al porto stesso, pullula di squali voraci pronti a divorare le carni di chi ha la peggio nelle battaglie sulla costa.
Ecco perché mi rinfranca trovarmi ormai così distante, qui sulla poppa, la brezza in volto, a osservare le rovine fuligginose che s’inabissano velocemente all’orizzonte. In dieci anni Le Cap è stata rasa al suolo per ben due volte, ma anche all’apice del suo splendore, se ammirata da lontano, non poteva sembrare che una precaria roccaforte su queste rive selvagge. Mentre doppiamo il capo vedo la città cedere il passo a scarpate rocciose che scendono a strapiombo tra le onde; più in alto si staglia la tenebra impenetrabile delle foreste o, dove gli alberi sono stati abbattuti, picchi spogli e affilati come aghi. Il mio soggiorno è stato breve, ma per quanto mi riguarda è durato anche troppo. Nulla è andato a buon fine da queste parti: la mano dell’uomo civilizzato è riuscita soltanto a trasformare in deserto la natura selvaggia. Forse, prima di Colombo, l’isola era una specie di Eden. Credo sarebbe stato meglio per tutti se non vi fosse mai sbarcato.
Quando siamo salpati, accanto a me e agli altri ufficiali di bordo c’erano alcuni membri della cerchia di Toussaint, lo schiavo ribelle; da par suo, il gentiluomo se ne rimaneva strettamente sorvegliato sottocoperta. Finora ai suoi amici è stato concesso di muoversi a loro piacimento per la nave, e io ho cercato di studiarli da vicino per poterne un giorno affidare alla carta una descrizione, destinata a chi, non lo so.
La più vecchia (e decisamente la più nera) delle donne è Suzanne, moglie di Toussaint. Si dice abbia qualche anno più del marito, e si nota: talvolta sembra confusa, quasi non capisse dove si trova e perché. Non fosse per l’abito, comunque modesto, la si scambierebbe per una qualsiasi serva della colonia. Le tre giovani mulatte al suo seguito (una nipote, una nuora e un’amica, da quel che ho capito) mi sono parse più soignées, avvolte da quel sottile alone di raffinatezza acquisita troppo in fretta tipico di simili donne.
Tra gli uomini il più chiaro d’incarnato è il figlio maggiore di Toussaint, Placide, per quanto – a sentire il Capitano Savary – sarebbe un illegittimo, avuto da Suzanne prima del matrimonio (in ogni caso Toussaint lo ha riconosciuto, e anzi ha tutta l’aria di favorirlo). Forse è stata la pelle color caffellatte a far sorgere la diceria, quantunque gli arada, la tribù d’origine di Toussaint, siano spesso di quella tonalità, se non addirittura rossicci.
Per quanto riguarda i due figli minori, Isaac e Jean, è evidente fin dalla prima occhiata che sono negri in tutto e per tutto. Il primo indossa un’uniforme alquanto bizzarra, ogni centimetro fastidiosamente ornato da passamani dorati e nastrini, completata da un’enorme spada con la punta che striscia sulle assi del ponte; della sua funzione il proprietario pare non avere la minima idea. Sembra lì solo per impedire il movimento delle braccia lungo i fianchi. Nonostante l’inutile pompa il vestito è consunto, e Isaac vi si agita dentro imbronciato, come un pavone sotto la tempesta.
Ho sentito dire, dal Capitano Savary e da altri, che quell’uniforme è un dono personale di Bonaparte al secondo figlio di Toussaint. Placide ne aveva ricevuta una uguale nella stessa occasione, ma non la indossa più.
L’ottavo e ultimo membro della compagnia sembra un misto di parti mal scelte e messe insieme alla meglio: è troppo alto, allampanato, sproporzionato, goffo e malaccorto sotto ogni aspetto. Il suo pomo d’Adamo, grosso come una vanga, si muove in continuazione su e giù per il lungo collo; più sopra, la testa appare ridicolmente piccola. Quando parla rotea gli occhi e balbetta, mentre le mani smisurate, dalle lunghe dita, si arrampicano per tutta la sua persona come enormi ragni impazziti. Questa singolare creatura è il valletto di Toussaint, e risponde al fantasioso nome di Mars Plaisir. Al momento non può praticare la sua vocazione, perché Toussaint è tenuto in stretto isolamento dal resto del seguito e non gli è permesso vedere né famigliari né amici. Una severità inutile, credo, ma io non mi lamenterei di essere privato delle attenzioni di Mars Plaisir. In buona parte dei villaggi europei una creatura del genere sarebbe perseguitata e lapidata.
Il pensiero dell’Europa mi fa riflettere sulla mia iniziativa, dal momento che questi appunti non hanno un destinatario, né del resto avrei occasione di spedirli durante le prossime sei settimane di traversata. Tuttavia procedo, perché oggi ho assistito ad altri eventi curiosi. Al crepuscolo, mentre i suoi seguaci e la sua famiglia sedevano a tavola in coperta, Toussaint è stato scortato sul ponte a prendere aria, sorvegliato da due dragoni distaccati dall’armata del generale Leclerc. I soldati svettavano al di sopra del ribelle; Toussaint è infatti un piccolo negro a prima vista trascurabile, degno di nota più per l’incongruità dell’abito che per le caratteristiche fisiche. Indossava un’ampia camicia bianca di tessuto grezzo aperta sul collo, dei pantaloni militari troppo stretti e un paio di alti stivali da cavalleria. Il capo era avvolto in un fazzoletto; ricordo di avere udito che ostentava questo copricapo anche durante le cerimonie pubbliche.
Montavo di guardia, ma il mare era calmo e nel cielo sgombro di nubi cominciavano a spuntare le stelle, così mi sono avvicinato. Toussaint non sembrava essersi accorto di me; in piedi presso il cassero di poppa scrutava le onde (anche perché non vi era terra all’orizzonte). Non sapendo come rivolgermi a lui, né se mi fosse permesso, prima di domandargli che cosa osservasse tanto pensieroso l’ho guardato in silenzio per qualche minuto.
Subito la sentinella è intervenuta a far rispettare le consegne, interponendosi fra me e il prigioniero così da impedirci ogni conversazione, ma io ho ripetuto le mie parole, e gli ho anche domandato se guardasse verso l’isola che fino a poco tempo prima era stata sua e se avesse dei rimpianti.
Toussaint ha accennato a girarsi verso di me con l’ombra di un sorriso nello sguardo. Lì per lì non ha risposto subito, forse perché da molto tempo non provava il piacere di parlare con qualcuno. Tuttavia in quel sorriso ho potuto notare un ché di furbesco. Ha labbra carnose e denti gialli; gli manca un canino dal lato sinistro. La mandibola pronunciata allunga l’ovale del volto. Il naso è tipicamente piatto, ma la fronte è alta; gli occhi, grandi ed espressivi, con il bianco che tende al giallo, costituiscono il suo tratto migliore. Nell’insieme risulta di una bruttezza disarmante.
È più basso di quanto credessi; mi arriva più o meno al petto. Il torso, sproporzionatamente lungo, poggia su gambe corte e arcuate: a cavallo doveva fare senza dubbio un altro effetto. Dal collo della camicia spuntavano peli brizzolati; il codino grigio che sporgeva da sotto il fazzoletto era legato con un consunto nastrino rosso. Gli avrei dato 55 anni. I suoi fianchi sono stretti e singolarmente magri, ma non fragili, mentre le braccia sono grosse e muscolose.
Ha ricambiato il mio sguardo, forse soppesandomi a sua volta, poi è tornato a scrutare le onde.
“Guinée” ha detto, così piano che quasi non ho afferrato la parola.
“Africa?” ho replicato un po’ sorpreso.
Naturalmente non guardava nella direzione giusta, ma non ci si poteva aspettare che si orientasse fuori della colonia. È creolo, e credo si trovasse in mare aperto per la prima volta. Mi accorsi che i miei occhi andavano dietro ai suoi, mentre scrutava in silenzio la superficie dell’Oceano. L’acqua, assorbendo la luce del tramonto, aveva assunto un luccichio rugginoso.
“Guinée, on dit, se trouve en bas de l’eau.” Continuava a fissare le onde. Dicono che l’Africa si trovi sul fondo dell’Oceano.
“Ma voi siete cristiano” ho obiettato sorpreso, sebbene non fosse la prima volta che udivo questa credenza. Avevo sentito alcuni negrieri lamentarsi che gli schiavi appena comprati si gettano dalla nave in massa, credendo di poter passare sotto l’Oceano e fare ritorno a casa. Toussaint mi ha lanciato di nuovo quella sua occhiata furbesca. “Certo, sono cristiano, ma mi piacerebbe lo stesso vedere l’Africa.”

Da: “Quando le anime si sollevano” di Madison Smartt Bell

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“Papa Damballah” è il titolo di un brano di musica popolare Haitiana, da ascoltare nella versione di Toto Bissainthe: http://www.totobissainthe.com/

3 commenti

  1. Seppure da un punto di vista della saggistica, consiglio un libro interessante e molto aggiornato sull’argomento: “Haiti. Un terremoto che persiste da due secoli, di Eriona Culaj, Seneca Ed. Torina 2010

  2. Il libro è un viaggio nel tempo, nella cultura e nella storia di un paese singolare. Vi si scopre come Haiti stia soffrendo di una grave crisi economico-sociale dalle remote origini: terremoti e uragani; schiavitù e catene rotte; vita e morte; vudù e massoneria; animismo e cristianesimo; ignoranza e cultura; fango e umanità calpestata che si rissoleva. Irrimediabile fame e malattie che persistono. Donne e uomini che non hanno rivelato segno mate-riale del loro vissuto e altri uomini e donne che, per contro, hanno lasciato un’impronta che ha influenzato non solo le vicende di quella nazione, ma anche di diverse grandi potenze come gli Stati Uniti e il pensiero di molti intellettuali e uomini politici mondiali. Gli haitiani hanno acceso la miccia della bomba della libertà dei neri schiavi; hanno creato il primo stato nero indipendente al mondo, ma sono, spesso, ancora schiavi.
    Il tutto in un contesto in cui anche le informazioni sembrano velate quasi da mistero o da un’ombra di oblio e il materiale reperibile per conoscere più a fondo il paese caraibico, è assai scarso.

  3. Author

    Grazie mille Riccardo, hai fatto l’intervento che avrei voluto fare io.

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