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Adi Shankaracharya di G.V. Iyer, o la verità poetica del filosofo dell’India.

“L’Advaita di Shankara è un sistema di arditissima speculazione e sottigliezza retorica. E’ austero intellettualismo, logica senza rimorsi, che procede indifferente alle speranze e alle credenze umane, e la cui precipua libertà da ossessioni teologiche ne fa uno schema puramente filosofico” (Dr.S.Radhakrishnan)

Solo con la poesia e con la purezza si può ridare vita alla figura di un santo, ormai cancellata dalle immagini retoriche che ne dichiarano l’appartenenza al cielo dei filosofi “puri” e “senza rimorsi”, oppure alle leggende popolari infarcite di folklore. Ci vuole perciò un atto di amore, questo sì senza rimorsi, senza riguardi per le tesi che periodicamente in voga affliggono la possibilità di incontrare il Maestro e immergersi nella sua visione liberatrice. Iyer non ha rimorsi a rischiare un film solo apparentemente naive, solo apparentemente scritto sulla base della vita leggendaria, per descrivere l’unità, l’indissolubilità di filosofia, devozione, poesia e natura che l’intuizione del Maestro trasforma in verità liberatrice. Uno Shankara noto, ma diverso, indiano ma francescano, immerso nella natura severa e generosa dell’India, in cui scelse di vivere, ancora bambino, per seguire la sua vocazione monastica, la sua amicizia indissolubile con la Verità. Il discorso di Iyer insegue la Vocazione di Shankara, dall’abbandono del mondo perfetto dell’infanzia e le cure dell’amatissima madre, alle grotte oscure e austere dove attende l’istruzione dei più celebri maestri del suo tempo, fino alla decisione, circondato dall’amore e dalla partecipazione dei fratelli, di riprendere la strada, sotto il sole cocente, e incontrare il Divino là dove prende dimora, e lì adorarlo, indicarlo, cantarlo, stabilire dimore per i suoi fratelli. Il divino che è la donna che lo serve con semplicità, il giovane che ricerca la sua istruzione, il cuore che canta l’unità del tutto o che pena per la transitorietà di tutto. Il divino è l’Atman, la vera ispirazione del canto, dell’amore, della filosofia, della devozione.

Il film di Iyer è perciò figlio della lezione dei grandi maestri moderni, di Ramakrishna, di Vivekananda, della volontà di ristabilire il sentimento mistico della tradizione indiana nella sua purezza e imprendibilità alle logiche occidentali, pur nella possibilità di confronto per mezzo dello spirito. Shankara non è mera materia di astrazione e di contrapposizione intellettuale, è il Guru, l’Acharya, colui che ebbe la volontà e la lucidità di compiere la sintesi perfetta – e perciò universale – della dottrina dei Veda. Egli stesso è quella unità, di spirito, logica, sentimento, fratellanza.

Se lo sguardo smaliziato dell’uomo comune vede in questo ritratto coraggioso un segno diverso dalle elaborazioni più celebri della dottrina Shankariana, si ritroverà nella zona d’ombra in cui astutamente Iyer immerge la fase scolastica di Shankara: nelle grotte dei saggi, impegnati in bizzarre penitenze e nella discussione delle tesi teologiche. Abita per sempre in questa grotta, si potrebbe dire, lo Shankara “grottesco” tanto caro alla tradizione degli studiosi occidentali. Ma il Maestro anela la luce, gli spazi e il contatto con chiunque lo cerchi, e così, attraversandoli, per tutta la lunghezza del perimetro dell’India, Shankara compirà la sua missione, incarnando per sempre la Verità dei Veda e il vero simbolo della spiritualità indiana. Fino a scomparire nell’invisibile, ancora in giovane età, tra le nevi dell’Himalaya perenne.

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