L’accensione del Dhuni al Borgo dei Semplici. Solstizio d’Estate 2017.

Om Shiva Goraksh Yogi. Adesh Adesh. Prologo. La notte della luna piena di Holi avevo fatto un sogno, in cui Guruji mi diceva che era arrivato per me il momento di accendere il fuoco. Ma io vivevo in un appartamento in città e credevo che sarei stata costretta a leggere l’invito come una metafora. Poche settimane fa sono salita su queste colline che affacciano le valli “tra Feltro e Feltro”, che Dante profetizzava avrebbero visto nascere un avatar. Sulla collina, a quasi 600metri, vivono dei Fratelli che hanno dedicato la loro vita, le energie e i propri beni a ricostruire un borgo antico, per farne un luogo di meditazione e di conoscenza spirituale. E loro, che mi conoscevano da molto tempo, avevano costruito il cerchio con le pietre dove il fuoco attendeva invisibile di essere acceso. Sono seguiti giorni di lavoro titanico. La mattina del Solstizio eravamo pronti, e avremmo acceso il fuoco del Dhuni poco prima di mezzogiorno, quando il sole è al massimo dello splendore annuale. Attorno al fuoco che doveva nascere si sono sedute quasi quaranta persone, di mercoledì mattina, sotto un calore accecante. E allora li ho avvertiti: andrà molto peggio. E abbiamo cominciato. Chi siamo e cosa stiamo facendo, mi chiedevano quelle belle, solide matrone romane che ritornavano da un mondo antico e i ragazzi sottili e svettanti con grandi occhi luminosi. Niente, siamo all’inizio del mondo. Siamo dove tutto è incominciato, qualsiasi religione, spiritualità, ogni forma di scienza e tutto quello che riconosciamo umano, Continua a Leggere →

Pontormo, Deposizione: il corpo alchemico.

Il 24 maggio 1494 nasceva Jacopo Carucci conosciuto come Jacopo da Pontormo, o il Pontormo. Malinconico, temperamento lunatico, saturnino, lo definisce il Vasari, “un uomo fantastico e solitario”. Se Marsilio Ficino aveva definito Saturno il pianeta la cui disposizione alla nascita reca la malinconia creatrice, questo modello è incarnato da Pontormo (“Raramente caratteri e destini comuni, ma uomini diversi dagli altri, divini o bestiali, felici oppure oppressi dalla miseria più grande”). Con la benedizione di Aristotele, Saturno torna a essere il simbolo della genialità, dell’oscurità e, al limite, della follia. Si accende, per questa grazia, una nuova scala cromatica e si rivela una geometria priva di gravità, che si chiamerà Maniera, portata a spingersi oltre le caratteristiche naturali, verso una visione completamente trasformata, innaturale e labirintica, come una Gnosi. La via è quella delle trasformazioni alchemiche e del moto serpentino: lo spirito esoterico si impadronisce dell’arte religiosa. Ognuno dei colori che ci colpiscono in questo quadro era un procedimento oltre il colore naturale, verso la luce. La trasformazione della materia in luce era la pratica spirituale, o alchimistica. La cosiddetta “Maniera” sta per il procedimento, l’arte dello yoga, della fusione della materia con la luce. Le figure non indossano abiti attillati, come vuole la vulgata della storia dell’arte, sono corpi che hanno cambiato colore. La trasformazione del corpo yogico o corpo alchemico in pietra dura (perciò il colore traslucente) si manifesta in relazione alla posizione del moto serpentino. Al centro c’è il Vuoto. Accanto al vuoto, o al limite del vuoto, Continua a Leggere →

Alcuni aspetti degli insegnamenti dei Nath

[Da Gopinath Kaviraj, “Princess of Wales Sarasvati Bhavan Series, Vol VI”, 1927] La posizione metafisica dei Nath non è monista né dualista. E’ trascendente nel più vero senso della parola. Essi parlano dell’Assoluto (Nath), al di là delle opposizioni implicite nei concetti di Saguna e Nirguna, o di Sakara e Nirakara. Perciò, per essi il fine supremo della vita è realizzare se stessi come Nath e restare eternamente radicati al di là del mondo delle relazioni. La via per conquistare tale realizzazione è detta essere lo yoga, su cui investono molta energia. Sostengono che la Perfezione non si posa raggiungere con altri mezzi, se non con il sostegno della disciplina dello yoga. Ma che cos’è lo yoga? E’ spiegato in realtà in termini differenti, a seconda dei testi. Ma in qualsiasi forma lo si voglia spiegare, il concetto centrale rimane lo stesso. Secondo Brahmananda il sole e la luna sono come Prana e Apana, la cui unione è Pranayama, che è dunque il significato di Hata Yoga. La conquista di Vayu è dunque l’essenza dell’Hata yoga. Si ritiene che questo tipo di yoga sia stato introdotto in India dai Nath. Lo Hata yoga Pradipika afferma che il mistero di questo yoga è noto solo a Matsyendra Nath e Goraksa Nath. Brahmananda aggiunge il nome di Jalandhara, Bhartrhari e Gopichand, tutti appartenuti all’ordine dei Nath. Sembra quindi che Goraksa, o forse prima ancora Matsyendra, furono i primi precettori dello Hata Yoga. E questo si può collegare al detto: “poiché tutta la Continua a Leggere →

Ahimsa, non violenza, e gli altri grandi principi dello Yoga

«Quindi la divinità, essendo buona, non sarà la causa di tutto, come dice la gente, ma sarà responsabile di poche vicende umane, non di molte, perché i beni che noi possediamo sono molto minori dei mali; e mentre la causa dei beni non va ricondotta ad altri che alla divinità, per i mali si deve ricercare una causa diversa». Platone, La Repubblica C’è un ordine deliberato nelle cinque parti o arti della pratica dello yama (autocontrollo). Ahimsa (non-violenza) è la prima, perché l’uomo deve rimuovere la sua natura brutale per prima. Per prima cosa deve diventare non violento, e deve sviluppare amore per tutti gli esseri. Solo allora sarà idoneo per la pratica dello yoga. Poi viene Satyam, veridicità. Perché l’intero fenomeno di maya (illusione) è Asat, irreale, l’aspirante deve esserne consapevole. Egli dovrebbe ricordare sempre la verità, Brahman. Poi viene asteya, non rubare. Poiché per sviluppare la coscienza morale, si deve discernere il bene dal male, la giustizia dall’ingiustizia, e si deve sapere che tutti gli esseri sono uno solo. Brahmacarya è un attributo divino. L’aspirante diventi un essere superiore con la pratica di brahmacarya o celibato. Il quinto è aparigraha. Lo studente yoga si liberi da attrazione, voglie, desideri superflui, lussi, impulso di possedere e godere. Allora il suo cuore diventerà davvero grande. Yama è “fare voto”. Niyama è “osservanza religiosa”. Yama non è una regola di buone maniere , di società e cortesia, è attenersi a ideali e principi, è lo sviluppo di tratti divini in grado Continua a Leggere →

Pensieri e insegnamenti di Swami Sivananda

Meditate sul Signore, il sovrano interiore, l’abitatore del cuore. Meditate sull’eterno che è libero dal dolore, dalla malattia, dalla paura e dalla follia, che è perfettamente pieno, puro, lontano eppure vicino, che l’origine dei cinque elementi, l’obiettivo finale di yogin e saggi, la sorgente della mente , dei sensi e dei Veda, il luogo dove il silenzio regna sovrano, dove si trova la beatitudine immortale, di là del pensiero, il supremo, glorioso splendore dove il pensiero termina, dove non c’è più alcun rumore, né lotta. Quando hai realizzato l’unità, quando trovi il Brahman ovunque, ci può essere qui e lì? Ci può essere questo e quello? Ci può essere io, tu e lui? Ci può essere uno, due o tre? Una omogenea essenza beata è tutto ciò che esisite. Vi è un solo Brahman – l’infinito. Tutte le differenze e le distinzioni o dualità si dissolvono. Il veggente e il veduto diventano uno. Il meditatore e l’oggetto meditato si fondono. Il pensatore e il pensiero si fondono. Conoscente e conoscibile sono uniti. E’ l’esperienza trascendentale di interezza, perfezione, pienezza, libertà e gioia perenne. Si può scalare la vetta della perfezione attraverso volontà risoluta, intenso distacco, rinuncia e meditazione rigorosa. Il pensiero del Sublime è molto potente, è una forza di trasmutazione dinamica. Diligentemente cercate la via della verità, percorretela con attenzione e vigilanza, per evitare di scivolare e cadere. L’amore è innocenza, gentilezza, compassione. Nulla può tentare se si è regolari nella meditazione. Colui che è puro di cuore ha Continua a Leggere →

Sul fuoco sacro, Sombari Baba

Un pomeriggio Bhole (Swami Rama) espresse il proprio stupore a Sombari Baba e gli chiese come fosse che il fuoco non lo bruciava.  “Come potrebbe il fuoco bruciare se stesso?” rispose Sombari Baba “Il fuoco è me e io sono il fuoco. Tutto l’universo è pervaso dal fuoco, e qualcosa va forse distrutto dal fuoco? Il fuoco è ciò che sostiene la vita. Solo quelli che ignorano la natura divina del fuoco ne sono impauriti.” Bhole non capiva tutte le implicazioni del discorso di Sombari Baba, ma comprese che il fuoco è energia divina e incarna intelligenza, come noi. E riconobbe, almeno intellettualmente, che l’universo è interamente pervaso di fuoco, in forma di calore e luce, ma aveva difficoltà ad accettare l’affermazione di Sombari Baba “Il fuoco è me e io sono il fuoco”. Sperando di capire in un secondo momento, Bhole pose un’altra domanda: “Perché i colori delle fiamme cambiano nel tempo?”