Pontormo, Deposizione: il corpo alchemico.

Il 24 maggio 1494 nasceva Jacopo Carucci conosciuto come Jacopo da Pontormo, o il Pontormo. Malinconico, temperamento lunatico, saturnino, lo definisce il Vasari, “un uomo fantastico e solitario”. Se Marsilio Ficino aveva definito Saturno il pianeta la cui disposizione alla nascita reca la malinconia creatrice, questo modello è incarnato da Pontormo (“Raramente caratteri e destini comuni, ma uomini diversi dagli altri, divini o bestiali, felici oppure oppressi dalla miseria più grande”). Con la benedizione di Aristotele, Saturno torna a essere il simbolo della genialità, dell’oscurità e, al limite, della follia.

Si accende, per questa grazia, una nuova scala cromatica e si rivela una geometria priva di gravità, che si chiamerà Maniera, portata a spingersi oltre le caratteristiche naturali, verso una visione completamente trasformata, innaturale e labirintica, come una Gnosi. La via è quella delle trasformazioni alchemiche e del moto serpentino: lo spirito esoterico si impadronisce dell’arte religiosa.
Ognuno dei colori che ci colpiscono in questo quadro era un procedimento oltre il colore naturale, verso la luce. La trasformazione della materia in luce era la pratica spirituale, o alchimistica. La cosiddetta “Maniera” sta per il procedimento, l’arte dello yoga, della fusione della materia con la luce.

Pontormo Deposizione

Le figure non indossano abiti attillati, come vuole la vulgata della storia dell’arte, sono corpi che hanno cambiato colore. La trasformazione del corpo yogico o corpo alchemico in pietra dura (perciò il colore traslucente) si manifesta in relazione alla posizione del moto serpentino. Al centro c’è il Vuoto. Accanto al vuoto, o al limite del vuoto, un fazzoletto di accettabile retorica per detergere le lacrime della Madonna, o per asciugare la materia umida che sale dal livello naturale al piano spirituale. O, come avrebbe voluto il Buddha, a significare la compassione per cui si accede al Vuoto. Forse così l’Alchimista raccoglie al mattino la rugiada, per restare tra le retoriche.

Il moto dei tre serpenti è dipinto in sezione circolare. Il blu, centrale, la Grande Madre in gran manto notturno che attorciglia e dipana tutte le potenze, si accende di luce celeste, “il cielo attira il desiderio” scriveva agli yogi Gorakhnath [Gorakh bodh], mentre il rosso e il verde minerali, cingono la mater/ia trasformata/nte, arrotolandosi intorno alla sua spirale che racchiude e fa consistere il vuoto. Susumna, Ida e Pingala, che si unificano in un vortice centrale.

A proposito del colore usato per il verde, forse è Bistro, o fuliggine stemperata, che ha anche altri nomi e procedimenti segreti e pericolosi. Che non è verde, è cromaticamente giallo e nero, residuo di bruciatura, fuoco e purificazione, a cui l’occhio umano può attribuire il colore verde per effetto ottico.
Il Cristo giace imbiancato di cenere, come l’asceta, che veste di cenere o di panni gialli o neri, nell’ascesi/a della morte. E’ il Samadhi dello yogi, è Shiva che giace immobile, come morto, sotto la spira di potenza della Madre Kali, il cui nero di Lapis Niger si sublima nella traslucenza del celeste violetto, che si innalza in preda all’estasi e in compassione.

Scuro di Bistro è il cielo di sfondo e l’autoritratto del pittore, a destra, che si ammanta di fuliggine per umiltà, segno del figlio di Saturno, della macerazione che produce nuova vita,  della conoscenza negativa, del segreto e dell’esilio. Il cielo si vela della stessa Melanconia saturnina, precondizione della salita, non fine, ma luogo della trasformazione, verde come Tara, la prima Kali, che presiede alla Natura Naturans e alla sua felice crudeltà, traslucenza seminale del nero di bistro della Maha Kali, le cui sorelle e controparti sono il bianco della virtù/conoscenza e il rosso del desiderio/volontà, poste a Corona finale attorno alla Fonte da cui si sale affinché il Nettare discenda. Tre colori che lo Yogi intona come suoni per chiamare la risalita della sua potenza, qui dipinte nel loro dinamismo glorioso.

(Eccole infine, le Dame della luce spirituale, le Shakti illuminate, danzanti sulla corona del cranio, accogliere la Madre celeste, nella celebre Visitazione:)

Pontormo-Visitazione1

Un qualche studioso accademico, che non ricordo e non mi sforzo di ricordare, ha detto che la melanconia dell’alchimista dipendeva dal fatto che la Grande Opera falliva. Ecco, fallire come fallì Pontormo.

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Alcuni aspetti degli insegnamenti dei Nath

Gorakshnath

[Da Gopinath Kaviraj, “Princess of Wales Sarasvati Bhavan Series, Vol VI”, 1927]

La posizione metafisica dei Nath non è monista né dualista. E’ trascendente nel più vero senso della parola. Essi parlano dell’Assoluto (Nath), al di là delle opposizioni implicite nei concetti di Saguna e Nirguna, o di Sakara e Nirakara. Perciò, per essi il fine supremo della vita è realizzare se stessi come Nath e restare eternamente radicati al di là del mondo delle relazioni. La via per conquistare tale realizzazione è detta essere lo yoga, su cui investono molta energia. Sostengono che la Perfezione non si posa raggiungere con altri mezzi, se non con il sostegno della disciplina dello yoga.

Ma che cos’è lo yoga? E’ spiegato in realtà in termini differenti, a seconda dei testi. Ma in qualsiasi forma lo si voglia spiegare, il concetto centrale rimane lo stesso. Secondo Brahmananda il sole e la luna sono come Prana e Apana, la cui unione è Pranayama, che è dunque il significato di Hata Yoga. La conquista di Vayu è dunque l’essenza dell’Hata yoga.

Si ritiene che questo tipo di yoga sia stato introdotto in India dai Nath. Lo Hata yoga Pradipika afferma che il mistero di questo yoga è noto solo a Matsyendra Nath e Goraksa Nath. Brahmananda aggiunge il nome di Jalandhara, Bhartrhari e Gopichand, tutti appartenuti all’ordine dei Nath. Sembra quindi che Goraksa, o forse prima ancora Matsyendra, furono i primi precettori dello Hata Yoga. E questo si può collegare al detto: “poiché tutta la conoscenza si deve dire che proviene dal Supremo Signore” (HataYoga Pr.1-1)

Il principio generale da cui procedono pare essere la ricognizione delle diverse gradazioni di Materia, partendo dalla più densa, che si mostra ai nostri sensi nella condizione di veglia, fino alla più rarefatta e sottile, a cui si giunge eventualmente al termine dello stato di Samprajnata Samadhi, con il cosiddetto Sasmita Samadhi. Questo in lessico Sankhya.

La coscienza del sé individuale, invischiata nella materia più densa, è in realtà identica alla Coscienza Universale del Mondo – anzi – alla Coscienza Assoluta stessa. Dunque le limitazioni devono essere accuratamente rimosse. Gli Hatha Yogi insegnano che l’unico modo sicuro e veloce di trascendere le limitazioni è quello di risalire, controllando il Vayu, da un piano ad un altro fino a raggiunge l’unione Spirito-Materia del piano più elevato, che si manifesta nella cosiddetta corona del Loto dai Mille Petali (Sahastradalakamala). Le limitazioni sovrapposte sono prodotte dall’impulso creativo del Signore Supremo nella Materia.

Per parlare più chiaramente. L’anima pura, che è modo dell’Assoluto e, in ultima analisi, consustanziale con esso, nella sua fase mondana si avvolge in un doppio rivestimento di Manas e Bhùta, che rappresentano due aspetti della materia sottile. Manas (mente) è inteso in un senso molto ampio, come buddhi, anhankara, ecc. I sensi, che si sviluppano più tardi, sono le variazioni funzionali di Manas e sono contenuti in esso. Bhuta sta per gli aspetti materiali concreti, in uno stato di relativo equilibrio. Questo contiene al suo interno i cosiddetti tanmatra (elementi e sensazioni), viz. sabda, Sparsa, Rupa, rasa e gandha, che non sono ancora riconoscibili come tali. Ognuno dei cinque matras ha un proprio centro, in cui può espandersi o contrarsi. L’anima nel suo corso discendente si riveste di questi strati di materia sottile. Anche se la sua purezza innata è oscurata, mantiene ancora un certo grado di coscienza di sé e dei suoi poteri. Il totale oblio avviene solo quando emerge nel mondo esterno, nella materia grossolana. La discesa nella Materia sottile era, per così dire, in linea retta, ma la nascita nel mondo esterno è il prodotto di un movimento obliquo di Vayu. Non appena la coscienza si ritrova racchiusa nella materia sensibile o grossolana, il Manas sviluppa i sensi che iniziano ad operare ciascuno in una propria direzione, in riferimento ad un corrispondente aspetto della materia. E’ per questo motivo che i sensi non possono apprendere nulla al di là della materia densa. Il Manas, quando è astratto dai sensi, è infatti in grado di rivolgersi alla conoscenza soprasensibile. Maggiore è l’astrazione, più pura sarà la qualità della conoscenza. L’astrazione di Manas è dunque sinonimo della sua concentrazione e purificazione conseguente. Il Divyachaksu, il Terzo Occhio o il Terzo Occhio di Shiva non è altro che mente purificata e concentrata. Il Manas quando è rivestito di materia densa può essere descritto come grossolano o legato ai sensi. E in questo stato il Vayu non si muove più in senso rettilineo. Ogni forma di Vayu conosciuta nella nostra esperienza sensibile è di questo tipo secondario, obliquo.

Il movimento obliquo di Vayu nel nostro corpo fisico richiede l’esistenza di canali obliqui, Nadichakra, costituiti da numerose Nadi ramificate in diverse direzioni. Tranne Susumna che è il canale centrale del moto rettilineo del Vayu rettificato, le altre Nadi possono essere classificate sotto due tipi, destra e sinistra, dalla loro posizione rispetto Susumna. Il Manas e Vayu di un uomo comune si muovono lungo questi percorsi tortuosi, collegando tra loro i suoi sensi. Questo movimento è il Samsara, o Vyutthana.

I Nath insistono sul fatto che, se l’Assoluto è da raggiungere, la via centrale che conduce direttamente ad esso, come un fiume che si getta nel mare, deve essere scoperta e seguita. Tutti gli altri percorsi portano fuori strada, verso diversi piani di esistenza materiale, perché contengono sedimenti di materia grossolana. Appena le diverse correnti di Manas, le vrtti dei sensi e Vayu – cioè le funzioni del principio vitale, sono concentrate in un punto con una certa intensità, si osserva la visione di una luce che rappresenta l’espressione della Sakti. E’ il risveglio della Kundalini e la sua liberazione parziale dall’oscuramento della Materia. La Sakti così liberata, per quanto parziale possa essere, si solleva e scompare spontaneamente nell’Assoluto. Questa sparizione non rappresenta un annientamento, ma si verifica per assorbimento e unificazione. L’Assoluto, come concepito in termini di Sakti, è l’infinità di Sakti realizzata. Sakti è un’Unità, sia manifesta o meno. Brahman non è altro che la Shakti eternamente manifesta, che in quanto tale è solo un sinonimo di Siva, privo di azione e delle gradazioni della Materia. Ma una parte di Sakti è inghiottita dalla Materia e sembra perdere la sua identità sotto la pressione di quest’ultima. I Nath sostengono che il Sad-guru, il vero Maestro Spirituale, in virtù della sua Sakti, e poiché il Guru non è altri che Siva al lavoro, da solo è in grado di suscitare la Shakti addormentata del discepolo. La differenza tra Siva e Sakti è davvero una differenza senza alcuna distinzione.

Si tratta di un mistero imperscrutabile come Sakti possa essere oscurata nella Materia. E’ tuttavia vero che una volta che viene risvegliata fa ritorno alla fonte infinita e universale che, in realtà, è libera. La materia sembra dividere Shiva e Shakti, ma non appena la Materia è trascesa questa divisione apparente svanisce. E quindi che cos’è la materia? Si tratta di un fantasma che appare dall’inconsapevolezza dell’unità dell’Assoluto, come Shiva e Shakti. Naturalmente, quindi, quando Shiva e Shakti si realizzano uniti questo fantasma svanisce nel nulla. Lo scopo dello Yoga è la realizzazione di questa Unione. Ciò spiega anche l’immaginario erotico in relazione a questo tema, nel tantrismo e nella letteratura Nath, Hindu e Buddista, utilizzato già dal medioevo. Continua a Leggere →

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Ahimsa, non violenza, e gli altri grandi principi dello Yoga

«Quindi la divinità, essendo buona, non sarà la causa di tutto, come dice la gente, ma sarà responsabile di poche vicende umane, non di molte, perché i beni che noi possediamo sono molto minori dei mali; e mentre la causa dei beni non va ricondotta ad altri che alla divinità, per i mali si deve ricercare una causa diversa». Platone, La Repubblica

C’è un ordine deliberato nelle cinque parti o arti della pratica dello yama (autocontrollo). Ahimsa (non-violenza) è la prima, perché l’uomo deve rimuovere la sua natura brutale per prima. Per prima cosa deve diventare non violento, e deve sviluppare amore per tutti gli esseri. Solo allora sarà idoneo per la pratica dello yoga. Poi viene Satyam, veridicità. Perché l’intero fenomeno di maya (illusione) è Asat, irreale, l’aspirante deve esserne consapevole. Egli dovrebbe ricordare sempre la verità, Brahman. Poi viene asteya, non rubare. Poiché per sviluppare la coscienza morale, si deve discernere il bene dal male, la giustizia dall’ingiustizia, e si deve sapere che tutti gli esseri sono uno solo.

Brahmacarya è un attributo divino. L’aspirante diventi un essere superiore con la pratica di brahmacarya o celibato. Il quinto è aparigraha. Lo studente yoga si liberi da attrazione, voglie, desideri superflui, lussi, impulso di possedere e godere. Allora il suo cuore diventerà davvero grande.

Yama è “fare voto”. Niyama è “osservanza religiosa”. Yama non è una regola di buone maniere , di società e cortesia, è attenersi a ideali e principi, è lo sviluppo di tratti divini in grado di trasformare la natura umana in natura divina; annientare desideri, le voglie, le cattive qualità, sradicare l’istinto brutale e la natura inferiore; rimuovere asprezza, violenza, crudeltà e cupidigia, riempire il cuore di amore cosmico, di bontà, di misericordia, purezza e luce divina. E’ il fondamento della vita divina o yoga, su cui la casa del samadhi è costruita. E’ la pietra angolare dello yoga, su cui è costruito l’edificio della super-coscienza.

Niyama è canone o osservanza religiosa. Si compone di cinque arti, cioè, sauca, santosa, tapas, svadhyaya e Isvara pranidhana. Sauca è la purezza, interna ed esterna. Santosa è appagamento. Tapas è l’austerità o il controllo dei sensi o la meditazione. Svadhyaya è lo studio delle Scritture. Significa anche canto dei mantra (nome di Dio) o ricerca. Isvara pranidhana è dedizione al Signore. E’ la consacrazione del proprio lavoro come offerta al Signore.

C’è un rapporto intimo tra yama e niyama. La purezza interna è fondata nel brahmacarya. La contentezza induce a non rubare o danneggiare gli altri o dire bugie. Sarà facile quindi praticare aparigraha.

Ahimsa (non-violenza) è uno dei più importanti voti per una buona vita. E’ dovere supremo dell’uomo – ahimsa paramo dharmah – così dichiara Scrittura. Per la rigenerazione e la divinizzazione dell’uomo, il primo passo è quello di eliminare la natura bestiale. Il tratto predominante nelle bestie è la crudeltà, quindi i saggi hanno prescritto l’ahimsa. Questo è il metodo più efficace per contrastare e sradicare completamente la brutale, crudele natura nell’uomo.

Ahimsa non è solo non uccidere, come alcuni pensano. Ahimsa è perfetta innocuità e amore positivo. E’ astenersi anche dal minimo pensiero di arrecare danno a un altro essere vivente – mentalmente, verbalmente o con i fatti. Non ci sono scuse né eccezioni alla regola. Parole dure ai mendicanti, ai servi o agli inferiori sono himsa (crudeltà). Non alleviare il dolore o i problemi di un altro è himsa negativo. Approvare le azioni violente di altri è contrario all’ahimsa. Si eviti rigorosamente ogni forma di durezza, diretta o indiretta, positiva o negativa, immediata o differita. Chi pratica ahimsa nella sua forma più pura, o Saumya, diventa divino. Ahimsa e divinità sono la stessa cosa. [S. Sivananda]

I risultati della perfezione (siddhi) in yama e niyama.

Shankara dichiara felicemente: “Il successo nello yoga è determinato dal solo risultato osservabile con la percezione diretta.” Come il Dr. Bronner diceva: “Si giudichi solo dai risultati sorprendenti”.
Patanjali elenca le siddhi, o poteri psichici o effetti, che discendono dalla perfetta osservanza di yama e niyama. Se yama e niyama si associano con i poteri innati dell’essere umano, oppure con l’astinenza e il rispetto che si sviluppano con l’esercizio, automaticamente si osserveranno gli effetti dei progressi e della maggiore competenza acquisita.
Prima di considerare le siddhi specifiche derivanti dalla perfezione in yama e niyama, va spiegato che la perfezione in queste virtù significa che l’ignoranza che normalmente si oppone ad esse, fatta di violenza, menzogna e furto, è stata completamente eliminata dallo yogi, e anche che la sua ricomparsa nel pensiero, nella parola o nel comportamento è diventata assolutamente impossibile. Quindi la perfezione (siddhi) in yama e niyama non è una questione di azione o inazione ma di uno stato di coscienza perfezionato.

Sutra 02:35. Di fronte a colui che è fermamente stabilito nella non-violenza [ahimsa] spontaneamente tutti abbandonano l’ostilità e la violenza.

La natura desiderabile di questa siddhi è evidente. Ovunque uno yogi perfetto nell’ahimsa si trovi, non può sorgere nessuna ostilità, e se è già presente in qualche forma, alla comparsa dello yogi cesserà spontaneamente. La perfezione nell’ahimsa è la realizzazione vivente della preghiera di San Francesco, ed è veramente uno strumento di pace divina. Questo è lo stato vero di Buddha alla cui presenza i sicari e persino un elefante si fecero pacifici e incapaci di nuocere. “Questo succede con tutti gli esseri viventi”, dice Vyasa.
Molte volte è stato osservato che in presenza di saggi perfetti, gli animali selvatici diventano docili, anche amichevoli, non solo verso gli esseri umani ma anche verso i loro nemici abituali e le prede. “In presenza di colui che segue l’ahimsa, anche nemici naturali come il serpente e la mangusta rinunciarno al loro antagonismo”, dice Shankara. Molti esseri umani dall’indole violenta sono diventati pacifici e gentili dopo il contatto con un santo che fosse perfettamente realizzato nell’ahimsa.

Sutra 02:36. Chi è radicate nella veridicità [satya] vede il risultato dell’azione nell’azione (dello Yogi) stessa.

Fortunatamente abbiamo un paio di commenti autorevoli per chiarire questo passaggio. Tutti sono unanimi nel dire che quando lo yogin è fermamente stabilito nella verità in tutti i suoi aspetti, allora qualunque cosa egli dica o voglia accade senza che sia necessario alcun intervento attivo.
Come Vyasa spiega: “Quando dice: ‘Sii giusto’ l’uomo a cui si rivolge diventa giusto, se dice: ‘Devi raggiungere il cielo,’ quello raggiunge il cielo. La sua parola è infallibile.” “Quando la verità è stabile in lui, gli eventi confermano le sue parole”, aggiunge Shankara. Yogananda dà un esempio di questo nel primo capitolo della sua autobiografia.
Con la potenza della sua parola Sri Ramakrishna fece sbocciare i fiori di ibisco di due colori diversi sulla stessa pianta. Alla fine della sua vita terrena, chiunque avesse sentito parlare Sri Ramakrishna di risveglio spirituale diventava spiritualmente risvegliato.

Sutra 02:37. Radicato stabilmente nel non rubare [asteya], ogni ricchezza si offre a lui.

Un’altra traduzione della seconda metà del sutra può essere: “Tutti gli oggetti preziosi si presentano a lui”. Tutti i tesori della terra non solo sono disponibili a chi ha perfezionato l’asteya, ma attivamente lo cercano. Ma uno così perfetto non desidera o cerca loro. Se lo facesse, non si offrirebbero a lui. Cose preziose possono essere offerte da altri a coloro che sono perfezionati nell’asteya, o semplicemente apparire dalle mani della Provvidenza divina.
Uno Shankaracharya dello Joshi Matt, Jagadguru Brahmananda Saraswati, impediva a chiunque di donare soldi a lui o al monastero, le cui spese erano però ingenti. Eppure, una scatola era sempre piena di denaro che bastavano per tutte le esigenze del monastero. Yogananda aveva una piccola scatola con una fessura nella parte superiore dove metteva o toglieva soldi senza contare o mantenere il conto. Eppure era sempre piena.
Sri Brahma Chaitanya, un santo Maharashtra vissuto nel ventesimo secolo, era noto per essere privo di risorse e aver vissuto nella frugalità radicale. Una volta fece un pellegrinaggio a Benares, dove donò una quantità enorme di denaro ai poveri e ai monaci. Mentre era seduto su una stuoia, continuava a mettere la mano sotto di essa e ne scaturiva del denaro come da una fonte inesauribile. Paramhansa Nityananda letteralmente prelevava fortune in rupie dal suo abito per pagare progetti di cui era supervisore. Alcuni yogi possono facilmente arrivare a levarsi in aria e far cadere tutto ciò che desiderano.

Sutra 2:38. Radicandosi nel brahmacharya, si acquisisce vigore [virya].

Virya non è normale forza fisica, ma un potere quasi soprannaturale che si manifesta come forza di corpo, mente e spirito. Quando attraverso il brahmacharya è mantenuta la potenza naturale del corpo dello yogi , si ha un meraviglioso cambiamento alchemico, dove si assiste all’aumento e alla trasmutazione delle sue energie ad un livello sconosciuto agli altri. Coloro che mantengono le loro energie corporee intatte possono realizzare tutto ciò che vogliono, come è stato dimostrato per migliaia di anni da celibi di tutte le terre e tradizioni spirituali.
Per quanto riguarda il possesso di brahmachari virya, Shankara dice: “Egli riesce a esprimere da se stesso grandi qualità illimitate. Ha energia invincibile per tutte le imprese volte al bene. Non può essere fermato da nessun ostacolo. ”
Su questo sutra chiosa Vyasa: “Dal raggiungimento del virya, si esprimono invincibili buone qualità. E quando è si perfezionati in esso, si diventa in grado di impartire le stesse conoscenze ai discepoli”.

Sutra 02:39. La non possessività, aparigraha, radicale permette la conoscenza del ‘come’ e del ‘perché’ dell’esistenza.

A questo proposito Vyasa dice: “‘Che cosa è questa nascita? Come si svolgerà? Che cosa [in questa vita e dopo la morte] saremo e in quali circostanze saremo? Qualsiasi desiderio di conoscenza sulla sua origine,  sulla vita successiva, e degli stati intermedi è spontaneamente esaudito.” Niente è più sconcertante per l’essere umano che la sua esistenza in questo mondo, soprattutto il come e il perché del suo essere, non importa quanto la filosofia mondana, i libri o gli  insegnanti possano tentare di rispondere alle domande previste da Vyasa.
Dal momento che lo yogi cerca di districarsi dai vincoli di nascita e morte, è imperativo per lui sapere il perché e il come dell’incarnazione umana in tutti i suoi aspetti. Non ha bisogno di altra teoria, benché plausibile e accattivante, ha bisogno di sapere. E’ una conoscenza autentica che deve provenire da dentro, quando tutti i blocchi di comunicazione con la coscienza più profonda vengono rimossi. Questa nascita è stata determinata esclusivamente da lui stesso, come spirito potenzialmente onnisciente e onnipotente. La perfezione data dal non possesso conferisce la visione necessaria. “Dal momento che non ha attaccamento ai beni esterni, l’illuminazione del campo di sé gli appare senza sforzo” spiega Shankara. [Commento alla Yoga Sutra di Patanjali, da Swami Nirmalananda Giri]

[Foto: la mano destra del Mahatma Gandhi]

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Pensieri e insegnamenti di Swami Sivananda

Meditate sul Signore, il sovrano interiore, l’abitatore del cuore. Meditate sull’eterno che è libero dal dolore, dalla malattia, dalla paura e dalla follia, che è perfettamente pieno, puro, lontano eppure vicino, che l’origine dei cinque elementi, l’obiettivo finale di yogin e saggi, la sorgente della mente , dei sensi e dei Veda, il luogo dove il silenzio regna sovrano, dove si trova la beatitudine immortale, di là del pensiero, il supremo, glorioso splendore dove il pensiero termina, dove non c’è più alcun rumore, né lotta.
Quando hai realizzato l’unità, quando trovi il Brahman ovunque, ci può essere qui e lì? Ci può essere questo e quello? Ci può essere io, tu e lui? Ci può essere uno, due o tre? Una omogenea essenza beata è tutto ciò che esisite. Vi è un solo Brahman – l’infinito. Tutte le differenze e le distinzioni o dualità si dissolvono. Il veggente e il veduto diventano uno. Il meditatore e l’oggetto meditato si fondono. Il pensatore e il pensiero si fondono. Conoscente e conoscibile sono uniti. E’ l’esperienza trascendentale di interezza, perfezione, pienezza, libertà e gioia perenne.

Si può scalare la vetta della perfezione attraverso volontà risoluta, intenso distacco, rinuncia e meditazione rigorosa. Il pensiero del Sublime è molto potente, è una forza di trasmutazione dinamica.
Diligentemente cercate la via della verità, percorretela con attenzione e vigilanza, per evitare di scivolare e cadere. L’amore è innocenza, gentilezza, compassione. Nulla può tentare se si è regolari nella meditazione. Colui che è puro di cuore ha già trovato il divino. La rinuncia all’egoismo è il sentiero diretto per l’eterno.
La conoscenza dell’imperituro conferisce perfetta libertà e indipendenza. Dove c’è egoismo non c’è immortalità, dove c’è immortalità non c’è egoismo. La concentrazione vi conferirà grande potere. Raccogliere i raggi dispersi della mente. Lussuria e avidità portano al fallimento spirituale. La purezza e la meditazione conferiscono l’inesauribile ricchezza divina.
Lo Yogi diventa il maestro costruttore del tempio della verità. Passando per la porta della saggezza – si raggiunge l’illimitato regno della beatitudine eterna. Colui che è dotato di discriminazione, potenza e concentrazione sale rapidamente alla vetta dell’illuminazione. Il tuo vero guru (maestro) è il tuo cuore – è l’abitante, il sovrano interiore. Continua a Leggere →

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Sul fuoco sacro, Sombari Baba

Un pomeriggio Bhole (Swami Rama) espresse il proprio stupore a Sombari Baba e gli chiese come fosse che il fuoco non lo bruciava.  “Come potrebbe il fuoco bruciare se stesso?” rispose Sombari Baba “Il fuoco è me e io sono il fuoco.
Tutto l’universo è pervaso dal fuoco, e qualcosa va forse distrutto dal fuoco? Il fuoco è ciò che sostiene la vita. Solo quelli che ignorano la natura divina del fuoco ne sono impauriti.”

Bhole non capiva tutte le implicazioni del discorso di Sombari Baba, ma comprese che il fuoco è energia divina e incarna intelligenza, come noi. E riconobbe, almeno intellettualmente, che l’universo è interamente pervaso di fuoco, in forma di calore e luce, ma aveva difficoltà ad accettare l’affermazione di Sombari Baba “Il fuoco è me e io sono il fuoco”.
Sperando di capire in un secondo momento, Bhole pose un’altra domanda: “Perché i colori delle fiamme cambiano nel tempo?” Continua a Leggere →

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