Mandukya Upanishad, Invocazione

Mi inchino al Brahman che pervade l’universo con l’effusione della coscienza, che pervade ciò che è mobile e ciò che è immobile, Quello per cui si gode di tutto quello che può essere conosciuto nel mondo grossolano [durante lo stato di veglia], Quello per cui si sperimenta tutto ciò che nasce dal desiderio ed è illuminato dall’intelletto [durante lo stato di sogno], Quello che riposa nella Sua beatitudine e fa che tutti noi godiamo attraverso la Sua Maya, Quello che è detto il Quarto [Turiya] e il supremo, immortale e non nato. Che Turiya, il Sè dell’universo […] ci accordi la Sua protezione. – Mandukya Upanishad, Invocazione –

Pensieri e insegnamenti di Swami Sivananda

Meditate sul Signore, il sovrano interiore, l’abitatore del cuore. Meditate sull’eterno che è libero dal dolore, dalla malattia, dalla paura e dalla follia, che è perfettamente pieno, puro, lontano eppure vicino, che l’origine dei cinque elementi, l’obiettivo finale di yogin e saggi, la sorgente della mente , dei sensi e dei Veda, il luogo dove il silenzio regna sovrano, dove si trova la beatitudine immortale, di là del pensiero, il supremo, glorioso splendore dove il pensiero termina, dove non c’è più alcun rumore, né lotta. Quando hai realizzato l’unità, quando trovi il Brahman ovunque, ci può essere qui e lì? Ci può essere questo e quello? Ci può essere io, tu e lui? Ci può essere uno, due o tre? Una omogenea essenza beata è tutto ciò che esisite. Vi è un solo Brahman – l’infinito. Tutte le differenze e le distinzioni o dualità si dissolvono. Il veggente e il veduto diventano uno. Il meditatore e l’oggetto meditato si fondono. Il pensatore e il pensiero si fondono. Conoscente e conoscibile sono uniti. E’ l’esperienza trascendentale di interezza, perfezione, pienezza, libertà e gioia perenne. Si può scalare la vetta della perfezione attraverso volontà risoluta, intenso distacco, rinuncia e meditazione rigorosa. Il pensiero del Sublime è molto potente, è una forza di trasmutazione dinamica. Diligentemente cercate la via della verità, percorretela con attenzione e vigilanza, per evitare di scivolare e cadere. L’amore è innocenza, gentilezza, compassione. Nulla può tentare se si è regolari nella meditazione. Colui che è puro di cuore ha Continua a Leggere →

Giuseppe Tucci: Umanesimo Indiano (1936)

Giuseppe Tucci Umanesimo Indiano (Asiatica, III [1937], pp. 416-420) Nel 1936 cadde l’anniversario della nascita di Ramakrishna, di una cioè delle più grandi figure della mistica indiana. Ramakrishna, come dissi nella commemorazione che ne feci, è ancora vivo e presente nell’India moderna, la quale traverso l’interpretazione che ne diede Vivekanada, ha visto in lui il rinnovatore dell’anima indiana: colui cioè che ha riportato gli spiriti a una spontaneità e immediatezza di sentire; che non solo purifica la religione, ma fortifica e nobilita le qualità morali. Tutta l’India si è ancora raccolta intorno a lui e ne ha ricordato la grande personalità che il tempo sembra piuttosto accrescere che diminuire, e l’ha commemorato in diverse guise: sia cominciando la costruzione di un gran tempio a Belur ove meditò e si spense il discepolo ed allievo principale di Ramakrishna, voglio dire Vivekanada, sia tenendo a Calcutta un congresso mondiale di problemi religiosi, sia infine pubblicando in suo onore tre grossi volumi che espongono, in sintesi, i caratteri della civiltà indiana e la conquista del pensiero indiano2. Modo più degno non si poteva trovare per commemorare un asceta il quale nel XIX secolo ha rinnovato la tradizione millenaria della mistica indiana e sembrò in se medesimo raccogliere e impersonare gli ideali religiosi della sua stirpe. Tre grossi volumi divisi in 90 capitoli, ciascuno compilato da un autore competente. Fa piacere vedere che gli scrittori sono tutti quanti indiani. È passato ormai il tempo quando l’indologia era il privilegio delle università occidentali; gli indiani Continua a Leggere →

Swami Veetamohananda: “L’Amore del Divino”, Bhakti Yoga

[Dal sito del Gruppo Vedantalila di Torino. Traduzione a cura di Amanzio Bori] Nel corso di tutta la vita cerchiamo di ottenere molte cose. Ma ahimè, non tutto e non sempre va come desideriamo. Così, si crea una specie di ironia della sorte tra quanto è desiderato e quanto è ottenuto. E tuttavia c’è un significato creativo in quanto ci accade. Attraverso le prove e gli errori, le esperienze e i fallimenti, le disillusioni e le lezioni, siamo guidati a desiderare quello stato supremo in non c’è spazio per l’ironia della sorte. E’ lo stato più elevato che si possa ottenere nel corso della vita. L’amore del divino non può mai dare dispiacere a quelli che l’ottengono. Narada, il grande maestro della Bhakti dice: “La bhakti è quella cosa attraverso la cui realizzazione si diventa perfetti, immortali e completamente soddisfatti”. Non è per desiderio verso la soddisfazione mondana che il devoto ama il Divino. Per il devoto sincero, la Bhakti è la vera finalità. Egli ama il Divino per amore dell’amore. Nondimeno, si può dire che un tale amore ha come corollario uno stato di perfezione, di immortalità e di soddisfazione indescrivibile. Shri Ramakrishna dice: “La Bhakti è l’unica cosa essenziale. La migliore via per il mondo d’oggi è la Bhakti yoga, la via della Bhakti prescritta da Narada. La Bhakti yoga è la religione per questa epoca”. Intuendo che queste affermazioni richiedono un spiegazione, Shri Ramakrishna aggiunge: “Ma questo non significa che l’adoratore del Divino raggiungerà una meta e Continua a Leggere →

śivapañcākṣarastotram [NamahShivaya] – Ādi Śańkarācārya

Mi inchino alla sillaba NA, che è presenza reale di Shiva, dal collo avvolto nelle spire del serpente, come ornamento. Colui che ha tre occhi, il cui corpo è cosparso di cenere, Colui che determina ogni essere fin dall’inizio. L’indistruttibile, puro e senza attributi, la cui natura è piena beatitudine .||1|| Mi inchino alla sillaba MA, che è presenza reale di Shiva, bagnato dalle acque di Mandākinī (Gange) e profumato di pasta di sandalo; Colui che guida Nandin e le altre afflizioni; Colui che si onora con l’offerta del Mandāra e di altri fiori, la cui natura è piena beatitudine.||2|| Mi inchino alla sillaba SI, che è presenza reale di Shiva, Colui che è come il sole per il corpo in fiore di Gauri, Colui che distrusse l’empio sacrificio di Daksa, Colui che assunse il veleno scaturito dalla zangolatura del mare, Colui che ha un toro come insegna, la cui natura è piena beatitudine.||3|| Mi inchino alla lettera VA, che è presenza reale di Shiva, Colui che fu adorato da Vasiṣṭha, Gautama, Agastya, Udbhava, e dagli esseri divini, Colui che ha il Sole, la Luna e il Fuoco come tre occhi, la cui natura è piena beatitudine.||4||

Bhavani Ashtakam – Adi Shankaracharya

Bhavani Ashtakam – Adi Shankaracharya Na thatho, na matha, na bandur na datha, Na puthro, na puthri , na bruthyo , na bartha, Na jayaa na Vidhya, na Vruthir mamaiva, Gathisthwam, Gathisthwam Thwam ekaa Bhavani. Non la madre, non il padre non i compagni e non gli amici non il figlio, né la figlia non i servi, non il marito non la moglie, e neppure la conoscenza e nemmeno la mia occupazione sono la mia vera dimora – Sei Tu il mio rifugio e il mio solo rifugio, Signora. Bhavabdhava pare , Maha dhukha Bheeru, Papaatha prakami , pralobhi pramatha, Kam samsara pasa prabadha sadaham, Gathisthwam, Gathisthwam thwam ekaa Bhavani. Sono un codardo che non osa affrontare il dolore, irretito dalla lussuria e dalla debolezza, dall’avidità e dal desiderio, e legato alla vita inutile che ho vissuto. Nell’oceano della nascita e della morte – Sei Tu il mio rifugio e il mio solo rifugio, Signora. Na Janaami Dhanam, Na cha dhyana yogam, Na janami thathram, na cha sthothra manthram, Na janami poojam, na cha nyasa yogam, Gathisthwam, Gathisthwam thwam ekaa Bhavani Non conosco il modo di donare, non so come meditare, non sono versato nei riti e non conosco le parole degli inni non conosco la regola della devozione e non ho praticato lo yoga – Sei Tu il mio rifugio e il mio solo rifugio, Signora. Na janami Punyam, Na janami theertham, Na janami mukthim, layam vaa kadachit, Na janami bhakthim, vrutham vaapi maatha, Gathisthwam, Gathisthwam, thwam ekaa Bhavani. Continua a Leggere →

Cos’è l’Atman – S. Radhakrishnan

La parola “atman” deriva dalla radice “an” – respirare. E’ il respiro della vita – atma te vatah (Rig Veda VII 87.2). Nel corso del tempo il suo significato si è esteso fino a includere la vita, l’anima, il sé o l’essenza dell’ente individuale. Shankaracharya fa discendere atman dalla radice che significa “ottenere”, “mangiare, godere o pervadere tutto”. L’Atman è il principio dell’esistenza umana, l’anima che pervade l’essere, il respiro (prana), l’intelletto (prajna), e che li trascende. Atman è ciò che rimane quando tutto ciò che non è sé sia stato eliminato. Il Rig Veda chiama il non-nato “ajo bhagh” (Rig Veda X 16. 4) – Esiste un elemento non-nato e immortale nell’uomo che non deve essere confuso col corpo, la vita, la mente o l’intelletto. Queste non sono il sé, ma le sue forme, le sue espressioni esteriori. Il vero sé è pura esistenza, auto-coscienza non condizionata dalle forme della mente e dell’intelletto. Quando separiamo il sé dagli eventi esteriori, sorge dal profondo una esperienza silenziosa e meravigliosa, sconosciuta e straordinaria. E’ il miracolo della conoscenza di sé – atma jnana. Così come nell’universo la realtà è Brahman, mentre nomi e forme sono solo espressione o manifestazione, così gli ego individuali sono espressioni differenziate dell’Unico Sé Universale. Come Brahman è la quiete eterna sottostante le dinamiche e le attività dell’universo, così l’Atman è la realtà fondante che è il sostrato delle potenzialità dell’individuo, il luogo interiore dell’anima. Esiste una profondità ultima in noi stessi, oltre il piano del pensiero Continua a Leggere →

Adi Shankaracharya di G.V. Iyer, o la verità poetica del filosofo dell’India.

“L’Advaita di Shankara è un sistema di arditissima speculazione e sottigliezza retorica. E’ austero intellettualismo, logica senza rimorsi, che procede indifferente alle speranze e alle credenze umane, e la cui precipua libertà da ossessioni teologiche ne fa uno schema puramente filosofico” (Dr.S.Radhakrishnan) Solo con la poesia e con la purezza si può ridare vita alla figura di un santo, ormai cancellata dalle immagini retoriche che ne dichiarano l’appartenenza al cielo dei filosofi “puri” e “senza rimorsi”, oppure alle leggende popolari infarcite di folklore. Ci vuole perciò un atto di amore, questo sì senza rimorsi, senza riguardi per le tesi che periodicamente in voga affliggono la possibilità di incontrare il Maestro e immergersi nella sua visione liberatrice. Iyer non ha rimorsi a rischiare un film solo apparentemente naive, solo apparentemente scritto sulla base della vita leggendaria, per descrivere l’unità, l’indissolubilità di filosofia, devozione, poesia e natura che l’intuizione del Maestro trasforma in verità liberatrice. Uno Shankara noto, ma diverso, indiano ma francescano, immerso nella natura severa e generosa dell’India, in cui scelse di vivere, ancora bambino, per seguire la sua vocazione monastica, la sua amicizia indissolubile con la Verità. Il discorso di Iyer insegue la Vocazione di Shankara, dall’abbandono del mondo perfetto dell’infanzia e le cure dell’amatissima madre, alle grotte oscure e austere dove attende l’istruzione dei più celebri maestri del suo tempo, fino alla decisione, circondato dall’amore e dalla partecipazione dei fratelli, di riprendere la strada, sotto il sole cocente, e incontrare il Divino là dove prende dimora, e lì Continua a Leggere →

Arrendersi alla Madre Divina. (Sri Chandrasekharendra Saraswati Sw.)

“Sampatkaraani sakalendriya-nandanaani Saamraajya-daana-vibhavaani saroruhaakshi Tvad-vandanaani duritoddharano-dyataani Maameva maatah anisam kalayantu maanye” Oh Madre, dagli occhi belli come fiori di loto e degna di devozione, fai che l’obbedienza che ti porgiamo, obbedienza cui accordi la tua benevolenza, che appaga i sensi (Idriya), che può donarci un impero, che rimuove peccati e impurità, posa sempre essere con me. Questi versi sono dello Kanakadhaaraastava di Sri Shankara Bhagavatpada. Da studente Sri shankara li pronunciò procurando una pioggia d’oro a favore di una donna del popolo che non aveva da offrirgli alcuna elemosina che un piccolo frutto. La parte significativa dei versi è nella richiesta formulata da Sri Shankara che Vandana (l’obbedienza) offerta allo scopo di sradicare il peccato (duritoddharana) mai abbandoni il devoto, ma con lui rimanga sempre (maameva anisam kalayantu). Solo l’obbedienza è mia proprietà – la madre è anche colei che accorda i beni posseduti – e che essa rimanga sempre mia, dice. La forza di questo sentimento è che la Madre, nella sua compassione, aiuti il devoto a restare saldo nella Vandana, nell’obbedienza a Lei. Il solo metodo per purificarsi di ogni colpa è prostrarsi con pentimento ai piedi della Madre Divina. Dunque, abbandoniamoci ai piedi della Madre Divina per trovare pace e felicità.