Posted by beatrice on February 16, 2010
Giuseppe Tucci
Umanesimo Indiano
(Asiatica, III [1937], pp. 416-420)
Nel 1936 cadde l’anniversario della nascita di Ramakrishna, di una cioè delle più grandi figure della mistica indiana.
Ramakrishna, come dissi nella commemorazione che ne feci, è ancora vivo e presente nell’India moderna, la quale traverso l’interpretazione che ne diede Vivekanada, ha visto in lui il rinnovatore dell’anima indiana: colui cioè che ha riportato gli spiriti a una spontaneità e immediatezza di sentire; che non solo purifica la religione, ma fortifica e nobilita le qualità morali.
Tutta l’India si è ancora raccolta intorno a lui e ne ha ricordato la grande personalità che il tempo sembra piuttosto accrescere che diminuire, e l’ha commemorato in diverse guise: sia cominciando la costruzione di un gran tempio a Belur ove meditò e si spense il discepolo ed allievo principale di Ramakrishna, voglio dire Vivekanada, sia tenendo a Calcutta un congresso mondiale di problemi religiosi, sia infine pubblicando in suo onore tre grossi volumi che espongono, in sintesi, i caratteri della civiltà indiana e la conquista del pensiero indiano2.
Modo più degno non si poteva trovare per commemorare un asceta il quale nel XIX secolo ha rinnovato la tradizione millenaria della mistica indiana e sembrò in se medesimo raccogliere e impersonare gli ideali religiosi della sua stirpe. Tre grossi volumi divisi in 90 capitoli, ciascuno compilato da un autore competente.
Fa piacere vedere che gli scrittori sono tutti quanti indiani. È passato ormai il tempo quando l’indologia era il privilegio delle università occidentali; gli indiani hanno cominciato a studiare da sè il proprio paese e le proprie tradizioni ed in pochi decenni hanno pubblicato lavori di prim’ordine. Certo in questa opera non di rado si nota un appassionato amor di patria che induce gli scrittori a valutazioni eccessive e non sempre sostenibili di molti aspetti del pensiero e dell’arte indiana. Ma è naturale sia così, quando alla coscienza di un grande passato facciano riscontro condizioni politiche non fiorenti, e si cerchi perciò nel ricordo degli antichi fastigi trarre l’auspicio di un radioso futuro.
Un’opera come questa di cui sto parlando, fatta per collaborazione, è naturale che si presenti un po’ frammentaria: i varii capitoli sono spesso giustapposti più che organicamente collegati in un’esposizione unitaria dell’anima dell’India. Si sarebbe forse potuto ovviare a questo difetto con un capitolo introduttivo o di conclusione in cui qualcheduno avesse in certo modo tirato la somma di questa lucida e minuta esposizione che in quasi 2000 pagine traccia lo sviluppo del pensiero e dello spirito indiano. Poiché è, secondo me, venuto il tempo di liberarsi da un grave pregiudizio che ha imperato nei nostri studi e s’è riflesso nell’opinione della gente nei riguardi dell’India, che cioè questa sia un mosaico di culture e una pluralità di atteggiamenti spirituali male unificati e male unificabili.
In fondo noi ci siamo lasciati fuorviare dall’apparenza esteriore di certi atteggiamenti filosofici che sono il frutto di una lunga elaborazione scolastica - abbiamo cioè seguito le orme degli eruditi indiani ed abbiamo arbitrariamente scisso l’esperienza filosofica e religiosa dell’India in cinque o sei grandi rami: la speculazione upanishadica, la Mîmâmsâ (ritualistica), il Vedânta, il Sankhya, lo Yoga, il Nyâya (logica) ed il Vaisesika (atomosmo) più due scuole che abbiamo senz’altro qualificato come eterodosse, il Jainismo ed il Buddhismo. Ma l’apparente diversità delle formulazioni dommatiche inasprita dalla rivalità di scuole ci ha fatto dimenticare che tutte le più tardive elucubrazioni e i sottili filosofemi dei teologi nascondono, col loro rigoglioso e spesso farraginoso prosperare, un’unità di indirizzo e di concezioni: unità nella quale si esprimono i caratteri essenziali dell’anima indiana di fronte ai massimi problemi.
Unità che è anche continuità nel tempo, ché dagli albori della civiltà indiana, dei quali gli scavi fatti a Mohenjodaro e ad Harappa ci hanno dato imprevedute rivelazioni, fino ai tempi nostri vediamo le stesse idee e le stesse concezioni, ora più vive ora più languide, permeare, sia pure sempre arricchendosi di nuovi elementi, tutte quante le forme di vita e di pensiero di questo popolo. Se uno volesse trovare una parola sola per esprimerle potrebbe ricorrere alla parola Yoga. Poiché Yoga non significa già una tecnica psico-fisica, ma presuppone l’esperienza come base della vita spirituale. L’indiano, in altre parole, non ha voluto conoscere per conoscere, ma conoscere per vivere: e non già per vivere nel tempo, ma per vivere nell’eterno. L’India non ha conosciuto la lotta fra l’io ed il non io, intesi come due realtà, che tendono a fondersi e non trovano mai la via di trasmutarsi l’una nell’altra, ma ha superato o meglio negato la parvenza del divenire per perdersi nell’essere assoluto. Tutto ciò che diviene non è e non su quello si volge l’attenzione dell’uomo, ma piuttosto su quell’essere che a quel divenire soggiace e che quel divenire condiziona. La personalità umana è sogno: il fine del conoscere e dell’operare è l’âtman o il nirvâna, definizione l’una positiva, l’altra negativa della stessa indiscriminabile realtà nella quale il molteplice si annulla e il divenire cede all’essere o il tempo all’eterno. È evidente perciò che la mistica abbia avuto in India preminenza sulla scienza. La scienza parte dal presupposto che il mondo sia reale, ma per l’India il mondo è un sogno, anche per quei sistemi, come quelli tantrici, che lo consideravano come la veste o il velo o il gioco di Dio: perché è sempre un miraggio che bisogna raggiungere. Su tali basi non può sorgere e svilupparsi nessuna scienza degna di questo nome: la vera scienza dell’India è stata la psicologia mistica intesa ad indicare la via per cui l’uomo si annulli, con le proprie forze, nel tutto. E questo annullamento della personalità può ottenersi quando, per progressivo ascendere, l’uomo si smaterializzi e quindi si perda nell’infinita luce delle coscienza cosmica, che è perfezione di essere, intelligenza e beatitudine.

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Posted by beatrice on September 10, 2009
[Dal sito del Gruppo Vedantalila di Torino. Traduzione a cura di Amanzio Bori]
Nel corso di tutta la vita cerchiamo di ottenere molte cose. Ma ahimè, non tutto e non sempre va come desideriamo. Così, si crea una specie di ironia della sorte tra quanto è desiderato e quanto è ottenuto. E tuttavia c’è un significato creativo in quanto ci accade. Attraverso le prove e gli errori, le esperienze e i fallimenti, le disillusioni e le lezioni, siamo guidati a desiderare quello stato supremo in non c’è spazio per l’ironia della sorte. E’ lo stato più elevato che si possa ottenere nel corso della vita.
L’amore del divino non può mai dare dispiacere a quelli che l’ottengono. Narada, il grande maestro della Bhakti dice: “La bhakti è quella cosa attraverso la cui realizzazione si diventa perfetti, immortali e completamente soddisfatti”.
Non è per desiderio verso la soddisfazione mondana che il devoto ama il Divino. Per il devoto sincero, la Bhakti è la vera finalità. Egli ama il Divino per amore dell’amore. Nondimeno, si può dire che un tale amore ha come corollario uno stato di perfezione, di immortalità e di soddisfazione indescrivibile.
Shri Ramakrishna dice: “La Bhakti è l’unica cosa essenziale. La migliore via per il mondo d’oggi è la Bhakti yoga, la via della Bhakti prescritta da Narada. La Bhakti yoga è la religione per questa epoca”. Intuendo che queste affermazioni richiedono un spiegazione, Shri Ramakrishna aggiunge:
“Ma questo non significa che l’adoratore del Divino raggiungerà una meta e il filosofo e il lavoratore un’altra. Ciò significa che se una persona cerca la conoscenza di Brahman, può raggiungere Questo seguendo la via della devozione. Il Divino, che ama il suo devoto, può dargli la conoscenza di Brahman se egli ( il devoto) lo desidera”.
La concezione di Shri Ramakrishna della devozione e della conoscenza è un po’ differente dalle concezioni tradizionali, appartenendo le une alla dualità, l’altra alla non dualità. L’aver realizzato che Brahman e Shakti (il potere di Brahman) sono identiche, è in perfetta correlazione con i suoi insegnamenti che Bhakti e Jnana sono il dritto e il rovescio dello stesso capo. Egli dice infatti: “La conoscenza e l’amore del divino sono una cosa sola. Non c’è differenza tra la conoscenza pura e l’amore puro”. La prova che non c’è differenza tra la conoscenza pura e l’amore puro può essere largamente percepita nella devozione di Shri Ramakrishna e in quella di Swami Vivekananda. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on February 20, 2009
Mi inchino alla sillaba NA, che è presenza reale di Shiva, dal collo avvolto nelle spire del serpente, come ornamento. Colui che ha tre occhi, il cui corpo è cosparso di cenere, Colui che determina ogni essere fin dall’inizio. L’indistruttibile, puro e senza attributi, la cui natura è piena beatitudine .||1||
Mi inchino alla sillaba MA, che è presenza reale di Shiva, bagnato dalle acque di Mandākinī (Gange) e profumato di pasta di sandalo; Colui che guida Nandin e le altre afflizioni; Colui che si onora con l’offerta del Mandāra e di altri fiori, la cui natura è piena beatitudine.||2||
Mi inchino alla sillaba SI, che è presenza reale di Shiva, Colui che è come il sole per il corpo in fiore di Gauri, Colui che distrusse l’empio sacrificio di Daksa, Colui che assunse il veleno scaturito dalla zangolatura del mare, Colui che ha un toro come insegna, la cui natura è piena beatitudine.||3||
Mi inchino alla lettera VA, che è presenza reale di Shiva, Colui che fu adorato da Vasiṣṭha, Gautama, Agastya, Udbhava, e dagli esseri divini, Colui che ha il Sole, la Luna e il Fuoco come tre occhi, la cui natura è piena beatitudine.||4|| Continua a leggere »
Posted by Beatrice on September 30, 2008
Bhavani Ashtakam - Adi Shankaracharya
Na thatho, na matha, na bandur na datha,
Na puthro, na puthri , na bruthyo , na bartha,
Na jayaa na Vidhya, na Vruthir mamaiva,
Gathisthwam, Gathisthwam Thwam ekaa Bhavani.
Non la madre, non il padre
non i compagni e non gli amici
non il figlio, né la figlia
non i servi, non il marito
non la moglie, e neppure la conoscenza
e nemmeno la mia occupazione
sono la mia vera dimora -
Sei Tu il mio rifugio e il mio solo rifugio, Signora.
Bhavabdhava pare , Maha dhukha Bheeru,
Papaatha prakami , pralobhi pramatha,
Kam samsara pasa prabadha sadaham,
Gathisthwam, Gathisthwam thwam ekaa Bhavani.
Sono un codardo che non osa affrontare il dolore,
irretito dalla lussuria e dalla debolezza,
dall’avidità e dal desiderio,
e legato alla vita inutile che ho vissuto.
Nell’oceano della nascita e della morte -
Sei Tu il mio rifugio e il mio solo rifugio, Signora. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on August 4, 2008
La parola “atman” deriva dalla radice “an” - respirare. E’ il respiro della vita - atma te vatah (Rig Veda VII 87.2).
Nel corso del tempo il suo significato si è esteso fino a includere la vita, l’anima, il sé o l’essenza dell’ente individuale. Shankaracharya fa discendere atman dalla radice che significa “ottenere”, “mangiare, godere o pervadere tutto”.
L’Atman è il principio dell’esistenza umana, l’anima che pervade l’essere, il respiro (prana), l’intelletto (prajna), e che li trascende.
Atman è ciò che rimane quando tutto ciò che non è sé sia stato eliminato.
Il Rig Veda chiama il non-nato “ajo bhagh” (Rig Veda X 16. 4) - Esiste un elemento non-nato e immortale nell’uomo che non deve essere confuso col corpo, la vita, la mente o l’intelletto. Queste non sono il sé, ma le sue forme, le sue espressioni esteriori.
Il vero sé è pura esistenza, auto-coscienza non condizionata dalle forme della mente e dell’intelletto. Quando separiamo il sé dagli eventi esteriori, sorge dal profondo una esperienza silenziosa e meravigliosa, sconosciuta e straordinaria. E’ il miracolo della conoscenza di sé - atma jnana.
Così come nell’universo la realtà è Brahman, mentre nomi e forme sono solo espressione o manifestazione, così gli ego individuali sono espressioni differenziate dell’Unico Sé Universale.
Come Brahman è la quiete eterna sottostante le dinamiche e le attività dell’universo, così l’Atman è la realtà fondante che è il sostrato delle potenzialità dell’individuo, il luogo interiore dell’anima.
Esiste una profondità ultima in noi stessi, oltre il piano del pensiero e dell’azione. L’Atman è la realtà perfetta dello “jiva”, dell’ego individuale.
Dr S Radhakrishnan
(Da: The Principal Upanishads by S. Radhakrishnan, Introduction section)

Posted by Beatrice on June 25, 2008
“L’Advaita di Shankara è un sistema di arditissima speculazione e sottigliezza retorica. E’ austero intellettualismo, logica senza rimorsi, che procede indifferente alle speranze e alle credenze umane, e la cui precipua libertà da ossessioni teologiche ne fa uno schema puramente filosofico” (Dr.S.Radhakrishnan)
Solo con la poesia e con la purezza si può ridare vita alla figura di un santo, ormai cancellata dalle immagini retoriche che ne dichiarano l’appartenenza al cielo dei filosofi “puri” e “senza rimorsi”, oppure alle leggende popolari infarcite di folklore. Ci vuole perciò un atto di amore, questo sì senza rimorsi, senza riguardi per le tesi che periodicamente in voga affliggono la possibilità di incontrare il Maestro e immergersi nella sua visione liberatrice. Iyer non ha rimorsi a rischiare un film solo apparentemente naive, solo apparentemente scritto sulla base della vita leggendaria, per descrivere l’unità, l’indissolubilità di filosofia, devozione, poesia e natura che l’intuizione del Maestro trasforma in verità liberatrice. Uno Shankara noto, ma diverso, indiano ma francescano, immerso nella natura severa e generosa dell’India, in cui scelse di vivere, ancora bambino, per seguire la sua vocazione monastica, la sua amicizia indissolubile con la Verità. Il discorso di Iyer insegue la Vocazione di Shankara, dall’abbandono del mondo perfetto dell’infanzia e le cure dell’amatissima madre, alle grotte oscure e austere dove attende l’istruzione dei più celebri maestri del suo tempo, fino alla decisione, circondato dall’amore e dalla partecipazione dei fratelli, di riprendere la strada, sotto il sole cocente, e incontrare il Divino là dove prende dimora, e lì adorarlo, indicarlo, cantarlo, stabilire dimore per i suoi fratelli. Il divino che è la donna che lo serve con semplicità, il giovane che ricerca la sua istruzione, il cuore che canta l’unità del tutto o che pena per la transitorietà di tutto. Il divino è l’Atman, la vera ispirazione del canto, dell’amore, della filosofia, della devozione. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on June 16, 2008
L’accadere si dà per mezzo della fiducia, della rinuncia alle difese e alle barriere, dell’Amore incondizionato (o non oggettuale), dell’affidarsi, o non resistere. Questo avviene tra anime individuate quando nessuno ha un compito “diverso”, solo l’Alto è Alto ed entrambi guardano ad Esso, vedendolo in sé o nell’altro. Questo, a prescindere da differenze individuali e prevalenze relative, è agire senza Ego.
L’esperienza è sempre vivificante, l’esperienza è il reale. Il Vedanta dice che il reale è quintuplice, quintuplice la verità, e ne fa un esempio, che parte col grado minimo del cibo: il cibo consumato che si fa vivificante nel fuoco della consumazione. E su, salendo, fino alla coscienza di sé. Perciò non c’è un luogo dell’esperienza che sia privo di verità, almeno potenziale; la potenza sta nella verità dell’esperienza. L’illusione (come contrapposizione al reale) è nell’oggetto in sé, che lascia “senza parole”. Sia esso la mera cosa inanimata, o la verità più sublime. Allora, se la parola è esperienza, è potenziale verità, anche se descrive l’illusione. La coscienza senza Ego svelerà l’inganno, senza che la parola sia umiliata per la sua funzione. Nessuno è mai umiliato dalla verità, se non lo stolto, che pensa “io”. Tutto è impersonale.
“Quel Brahman, creato tutto ciò, entrò in tutto. Ed entrato in tutto, divenne ciò che ha forma e ciò che non ha forma, ciò che può essere definito e ciò che non può essere definito, ciò che ha fondamento e ciò che non ha fondamento, ciò che ha coscienza e ciò che non ha coscienza, ciò che è reale e ciò che non è reale. Divenne tutto ciò che esiste. Perciò fu detto Reale.” (Taittyria Upanishad)

Posted by Beatrice on March 26, 2008
Sebbene il contatto con le tradizioni orientali abbia trasportato fino in occidente una certa visione mistica e trascendente del femminile, il contagio ha toccato soltanto un livello superficiale, intellettualistico o sentimentale. Una parte dei ricercatori, con sincerità, avverte che il nostro sentimento nei confronti di una Madre Divina non riesce a superare il dubbio, addirittura lo stallo, per cui verso l’elemento duale, che contraddistingue una diade divina e sperimentale, tra divino e naturale, trascendente e formale, non può stabilirsi con facilità un continuo, o un riconoscimento di identità. Anche per le donne che cercano con interesse le figure che hanno incarnato in forme femminili il Maestro e il Divino c’è fortemente il desiderio di incontrare la differenza di genere, o di “polarità”, come la chiamano altri, che però non può superare la separazione, perchè sembra appunto fondarsi su di essa. Al fine, occorre chiarire che anche la posizione di certi studi tradizionali, in occidente, ha forzato la contrapposizione con esiti errati, per adeguare le dottrine mistiche dell’oriente a certa filosofia decadente, con il risultato di un pateracchio idealista in salsa sanscrita, piuttosto che un Vedanta in lingua occidentale.
Ma è della nostra esperienza quotidiana, e di questo invece vorrei parlare, il blocco emozionale/spirituale che ci impedisce di cogliere l’aspetto femminile della divinità, così come tramandato dai sanscriti, e di re-integrarlo - insieme alla nostra vita - nell’ unicità divina. Noi non amiamo la vita. Per noi vivere è manipolare, trasformare, violentare e infine consumare completamente la vita. Possiamo anche dichiarare di difenderla o di curarla, ma mai ci verrà in mente che la vita non necessita affatto della nostra attivazione nei suoi confronti. Che essa sia giusto un’immagine degna della nostra più spassionata e semplice contemplazione. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on
“Sampatkaraani sakalendriya-nandanaani Saamraajya-daana-vibhavaani
saroruhaakshi Tvad-vandanaani duritoddharano-dyataani Maameva maatah
anisam kalayantu maanye”
Oh Madre, dagli occhi belli come fiori di loto e degna di devozione, fai che l’obbedienza che ti porgiamo, obbedienza cui accordi la tua benevolenza, che appaga i sensi (Idriya), che può donarci un impero, che rimuove peccati e impurità, posa sempre essere con me.
Questi versi sono dello Kanakadhaaraastava di Sri Shankara Bhagavatpada. Da studente Sri shankara li pronunciò procurando una pioggia d’oro a favore di una donna del popolo che non aveva da offrirgli alcuna elemosina che un piccolo frutto. La parte significativa dei versi è nella richiesta formulata da Sri Shankara che Vandana (l’obbedienza) offerta allo scopo di sradicare il peccato (duritoddharana) mai abbandoni il devoto, ma con lui rimanga sempre (maameva anisam kalayantu). Solo l’obbedienza è mia proprietà - la madre è anche colei che accorda i beni posseduti - e che essa rimanga sempre mia, dice. La forza di questo sentimento è che la Madre, nella sua compassione, aiuti il devoto a restare saldo nella Vandana, nell’obbedienza a Lei. Il solo metodo per purificarsi di ogni colpa è prostrarsi con pentimento ai piedi della Madre Divina. Dunque, abbandoniamoci ai piedi della Madre Divina per trovare pace e felicità.

Posted by Beatrice on January 29, 2008
Yudhishthira disse:
Quelli che, volendo o no, resteranno uccisi in questa grande convocazione di battaglia, quale ventre
raggiungeranno rinascendo? Dimmi di questo, O nonno. Abbandonare il respiro della vita nella grande battaglia è un dolore per gli uomini. Mi rendo conto, O conoscitore del diritto, che l’abbandono del respiro è molto difficile da affrontare, sia nella ricchezza che nella povertà, sia nella fortuna che nella sfortuna. La causa di questo, vorrei che tu mi spiegassi, perché credo che tu sia onnisciente.
Bhishma disse:
Per quale causa gli esseri respiranti nati in questo mondo di trasmigrazione, sia nella ricchezza o nella povertà, sia nella fortuna o nella sfortuna, O signore della terra: per quale causa si deliziano dell’esistenza, questo ascolta da me. Hai ben ponderato la giusta domanda, Yudhishthira! A proposito di questo, ti racconterò quanto è successo una volta, O sovrano degli uomini: la conversazione del Nato sull’Isola, Vyasa e un verme, O Yudhisthira.
Una volta, il saggio Nero, il Nato sull’Isola, il somigliante a Brahma, mentre camminava, vide un verme che correva rapidamente davanti a un carro.
Il Conoscitore delle vie di tutti gli esseri, conoscitore della voce di tutti gli esseri incarnati, conoscitore di tutto, lui, avendo guardato in tutte le direzioni, parlò al verme: <O verme, sembri spaventato, e vedo che sei di fretta. Dove corri? Dimmi! Da dove viene la tua paura?> Continua a leggere »