Posted by beatrice on August 7, 2009
Le statistiche e le aspettative
Nell’Inghilterra vittoriana le donne furono rappresentate e mitizzate come creature mostruose. Erano sostanzialmente “altri” - recipienti fragili e demoni, angeli del focolare o angeli decaduti - e il suicidio era spostato su di loro quali demoniaci alter ego. La narrativa sulle donne e il suicidio divenne preponderante e superò di credibilità i fatti. I fatti di per sé erano limpidi: per tutto il diciannovesimo secolo i suicidi tra le donne furono sensibilmente inferiori a quelli commessi dagli uomini. Evidenti anche le differenze di mezzi scelti. Per lo più le donne utilizzarono l’ingestione di veleno e l’annegamento, piuttosto della morte violenta per arma da fuoco o coltello, così come accade ancora. E questi dati erano già ampiamente accertati prima della metà del secolo e confermati dopo il 1858, quando William Farr introdusse la raccolta sistematica dei dati sulle cause di morte. La bassa incidenza del suicidio tra le donne, però, era più facile da rendicontare che da accettare. Nonostante tutte le prove contrarie, i vittoriani credettero vero ciò che volevano credere sulla frequenza del suicidio tra le donne.
Principalmente questo accadde perché si voleva e si intendeva il suicidio, come la follia, una “malattia femminile”. E poiché le donne erano in numero prevalente tra i malati di mente – in quanto più spesso erano recluse nei manicomi e perciò soggette a censimento – erano generalmente considerate più vulnerabili alla malattia mentale. Il collegamento tra donne e suicidio era grossomodo questo: esiste un maggior numero di donne ricoverate per follia e il suicidio è una conseguenza della follia; perciò le donne dovrebbero suicidarsi più degli uomini. Oppure: la donna è un tipo umano inferiore, più debole, fisicamente e mentalmente, e se per resistere al suicidio occorrono forza di volontà e coraggio, le donne saranno preda dell’impulso suicida più degli uomini. A meno di non voler dar credito al sesso debole di una forza d’animo indesiderata, il fatto che le donne commettessero meno suicidi degli uomini doveva essere spiegato attentamente. Era questo il prezzo della conservazione dello spostamento dell’auto-distruzione sulle donne, nella società patriarcale dedita alla difesa della superiorità maschile, mentale e fisica, e alla razionalizzazione delle differenze sessuali.

Per tutto il secolo, le spiegazioni degli uomini sulla discrepanza tra le statistiche e le aspettative si concentrarono sulle presunte predisposizioni femminili. Nel 1857, sulla Westminster Review, George Henry Lewes scrisse che la causa del basso tasso di suicidi tra le donne era da attribuire alla “maggiore timidezza” e al “maggior capacità di sopportazione passiva del dolore fisico e mentale” A Lewes fece eco nel 1880 il Blackwood che asserì che le donne sono “abitualmente di migliori maniere e più calme; possiedono maggiore obbedienza e rassegnazione, nonché un forte e orientato sentimento del dovere… Possiedono precise disposizioni del temperamento e insegnamenti che sono di potente inibizione alla morte volontaria”. Le analiste donne che presero in esame gli stessi dati sul suicidio furono meno propense alle affermazioni naive sul carattere femminile, ma si sentirono comunque chiamate a fornire una spiegazione delle statistiche. Dopo aver osservato che “commettono suicidio tre uomini per contro a uno commesso da donne”, Harriet Martineau concluse che “se non c’è differenza nei soggetti per quanto riguarda ciò che chiamiamo insanità naturale, si deve attribuire il maggior numero di suicidi all’abitudine maschile di incorrere nell’insanità artificiale, dovuta all’intemperanza”. Alla timidezza femminile, quindi, Harriet Martineau sostituì l’altra bestia nera tra le debolezze dell’età vittoriana, il demone della bottiglia.
Metodo e follia
Alla fine del secolo, uomini come S.A.K. Strahan e Havelock Ellis proposero tesi ancor meno generose sul temperamento femminile e il suicidio. Strahan ritenne che le donne fossero la parte debole nella lotta per l’esistenza e quindi meno inclini ai suoi effetti secondari – quali il suicidio. Per lui il minor indice di suicidi dipendeva “dalla mancanza di coraggio e dalla naturale ripugnanza per la violenza personale e lo sfigurare”. L’ignobiltà femminile, non la nobiltà, connotava la sua argomentazione. Il simile giudizio espresso da Ellis puntava meno sul numero e più sui mezzi del suicidio. In riferimento a quelli che definiva i metodi “passivi” di suicidio (l’annegamento, ad esempio) Ellis definisce le donne caratterialmente irresolute, per la scelta di mezzi che richiedono minore preparazione e minore spargimento di sangue. Le forme più violente di suicidio offendono “il femminile senso della decenza e l’orrore per il disordine” e riflettono la preoccupazione per il giudizio degli altri dopo la propria morte. “Se fosse possibile trovare un metodo accessibile di suicidio con cui sbarazzarsi perfettamente del corpo” dice Ellis “avremmo probabilmente un considerevole incremento dei suicidi tra le donne”. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on November 27, 2008
Quando in Nepal il sig. “Prachanga” vinse le elezioni dello scorso aprile, portando il Paese dalla monarchia a uno stato democratico a maggioranza “comunista”, un anziano - che come molti della sua generazione, nonostante una personalità notevole, deve definirsi “comunista” per possedere un’etica e un ideale - mi chiese: e l’India? In India, dissi io, esistono partiti di ispirazione comunista, in alcuni stati hanno la maggioranza, a livello centrale si assestano in percentuali “normali” e contrattano il proprio appoggio alle coalizioni di centro-sinistra. Perchè? Dice, perché secondo lui in India ci sono contraddizioni enormi, c’è troppa povertà, e potrebbe capitare che ne esca un Prachanga, che scoppi la rivoluzione. Giovane!! ah, sì, esistono da sempre i gruppi dei guerriglieri nella jungla, i Naxaliti, formazioni di vaga ispirazione maoista e dal misterioso rifornimento di armi: conquistano militarmente un po’ di villaggi, applicano una giustizia sommaria e plateale, ma di lì poi non si spostano, non prenderanno Nuova Dheli con metodi così primitivi, né gli interessa, sono i bulli della jungla, secondo me, e basta. L’anziano giovane si stupisce che la gente attenda con pazienza il proprio turno all’accesso alla ricchezza, ammassandosi alla rinfusa ai margini delle metropoli. Dico, vanno al cinema, canticchiano le canzoni alla moda, venerano i divi di Bolliwood, sperano in un futuro migliore. Non coglie il parallelo che molti vedono con il dopoguerra felice dell’Italia di qualche decennio fa. Non vede una felicità che non miri a un riscatto radicale e universale; quello che per molti è benessere, per altri è miseria, miseria morale prima che materiale, ma dove la povertà materiale deve essere il perno dell’equazione e della presa di coscienza.
Tra due ore prenderò il caffè con mio padre, che mi dirà: hai visto in India? Ho visto, sì. Eh? Il fatto di appartenere in maniera indipendente e testardissima a qualcosa denominato Induismo mi qualifica , purtroppo, come sostenitrice di un sistema politico ed economico che invece mi è completamente indifferente, come qualsiasi altro. Ma a questo punto per me è già la barriera visibilissima dell’impossibilità di comunicare. Non è riconoscibile, nella nostra disperata decadenza, una denominazione che non corrisponda a un’adesione politica e pseudo-ideale, che deve essere manifestata con la faziosità truculenta e identitaria della tifoseria, cui di solito la connotazione religiosa aggiunge caratteri di untuosità e senso di presunta giustizia. Fatico enormemente a sopportare questa attribuzione. L’occidente, il monoteismo, l’ambizione imperiale di ciascuna delle “grandi religioni” hanno ormai stabilito che solo questa pretesa megalomane e omicida è fede. A questa “fede” credono tutti, ecco come si spiega il presunto misticismo rimontante nel XXI secolo. Ma la povertà, la politica, le contraddizioni sociali - mi dicono le notizie di oggi - sono definitivamente lasciate fuori dalla porta. Il trionfo è dell’immagine, della sigla, dell’intelligence e della televisione. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on October 31, 2008
Finchè non ho visto il bambino superstar della famiglia del terzo piano, acconciato da Sora Morte, precipitarsi dalle scale a balzi, carico del suo innato talento attoriale, non avevo realizzato ancora che oggi è giorno di dolcetto o scherzetto, e nemmeno che io inconsapevolmente, prendendo un sonnifero ieri sera, mi sono già truccata con due perfetti cerchi neri alle orbite, che mi farebbero vincere il primo premio in qualsiasi competizione a tema. A me i sonniferi fanno malissimo, ma basta che entro da un medico qualsiasi e dichiaro di lavorare con Internet per trovarmi prescritta immediatamente tutta la tabella V, senza dover spiegare altri sintomi. E’ un mondo a rischio, baby, e questo è solo un supermercato.
D’altra parte la visione del bambino superstar ha avuto un doppio effetto benefico, oltre la giustificazione del mio aspetto odierno.
La ferale notizia di oggi è che, come sempre, dovrò accompagnare la Signora nel giro dei cimiteri, dove risiedono da anni tutti i membri della sua famiglia, estinta. Lui, l’Altro, non può - perchè è ateo. L’ateismo è una religione che può contare su un numero di adepti abbastanza forte e rappresentato da poter vantare diritti inalienabili. Non è così per l’Hindu, che veramente non potrebbe visitare cimiteri, non sa come dovrebbe purificarsi da un simile contatto, se possa recarcisi con le rudra e gli altri oggetti sacri, come cavarsela insomma, dato che niente è scritto, e nulla è mai stato previsto in questo senso. Se fossi un Hindu indiano, la cosa si sistemerebbe con il benemerito pragmatismo vedico: una discreta somma al bramino e sistema tutto lui. Qui invece tocca farsene una ragione e pedalare. Problemi dell’indesiderabile meticciato culturale, avrebbe detto l’ineffabile prof. Pera, se interrogato.
Appena il bambino superstar, acconciato da Sora Morte e accompagnato dai suoi sodali, suonerà il campanello della Signora, troverà ad accogliero prima una teatrale sordità: COSA?? e poi un Cacciari formato pensionata in vestaglia e ciabatte (perchè da oggi non è più obbligatorio vestirsi per gli ultrasessantacinquenni esaltati) che partirà con la filippica sulle americanate e improperi che oggigiorno potrebbero fruttare una denuncia, anche se ai suoi tempi erano un sistema educativo, ma forse non tanto efficace. Ma fuor di discussione va difesa la breve tradizione de noartri, che cancellò ogni saggezza veramente tradizionale e il giorno del primo novembre è d’obbligo morale e spirituale imbibirsi per cimiteri della sugna psichica dei cadaveri e bearcisi tristemente dentro, in attesa di un giudizio che è meglio che ci colga nei panni dei vincitori. Ah, l’occidente. Ah, che tradizione eccelsa.
Io invece ho già pronti mandarini e dolcetti. Vedere sollevarsi la mascherina di cotone e sorridere la faccina rotonda del bambino è stata un’illuminazione, la visione dell’Isha Upanishad: “questo universo non è che la veste dell’Assoluto”.
Dentro i panni neri dei nostri fantasmi, dei defunti e delle cupe stregonerie che accompagnano le nostre brevi stagioni c’è il volto liscio e rotondo del Bambino, grande attore, giocatore di scherzi e goloso di dolcetti, gentile e rapido come la grazia divina. E sono queste piccole illuminazioni che riescono a passare oltre la cortina di negazioni e culturalismi beceri, oltre le religioni istituzionali, comprese quelle laiche e filosofiche e pseudo-civili, e regalarci un lampo della beatitudine vera delle origini, quando la terra era giovane e popolata di bambini, di scherzi e di misteri che si trasformavano in pantomima. Dietro la grottesca maschera della Morte sorride intatto il Bambino.
PS: Pera e Cacciari, gemelli solari, vengano a visitare i reperti delle civiltà Picene e Celte. Probabilmente qui si festeggiava Halloween quando nessuno aveva mai sentito parlare di “tradizioni italiane”, forse allora c’era davvero una tradizione, una e molte, una e senza nome, una e basta.

Posted by Beatrice on August 26, 2008
Mi ero distratta, ultimamente, così mi è toccato risvegliarmi bruscamente stamattina nell’apprendere che mentre noi eravamo impegnati nella solita vita privata, nel privato delle nostre meditazioni e delle nostre malinconie, era scoppiato un tumulto, in India, in cui ha perso la vita una religiosa, in attesa dell’inevitabile escalation. La guerra dei “fanatici” Indù, dicono i giornali. Anche questa volta, sotto accusa sono Dio e i suoi devoti, mai si dovesse pensare un uomo pio e la sua pietas come altro che fame atavica di sopraffazione e di vendetta.
Non ho, in questo momento, tutti i dati a disposizione per raccogliere anche soltanto un profilo della frizione che oggi ha ucciso una suora. Ho la sensazione di non voler andare in India; ho il ricordo che una volta, una avveduta signora cristiana mi consigliò caldamente di trasferirmi là al più presto, e non capivo perché; ho la percezione che l’India sia già troppo Occidente, per me, fanatica Indù, se oggi scoppia una guerra di stampo comunalista e quindi global.
Più o meno mentre in Italia la madonna piangeva sangue a Civitavecchia, in India, una statua di Ganesh beveva latte. Un anglo-indiano, Thackeray, che non fa lo scrittore, salì su un palco e gridò a una folla eterogenea che la rinascita era incominciata che gli indù si sarebbero riappropriati dell’India. Thackeray è un uomo pio perché crede che la statua abbia bevuto, e lo sono improvvisamente i suoi seguaci. Tra il 1992 -93 almeno mille persone perdono la vita negli scontri tra hindu e musulmani e il bilancio negli anni ha continuato a crescere. Non c’è nulla di Indù in tutto questo. Se si vuole, una recente intervista a Lal Kishen Advani [1], leader della destra Indù, spiegherà con nitore che il problema è squisitamente identitario, e l’identità è un problema moderno, o meglio, coloniale. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on April 12, 2008
E’ capitato in passato di avere notizie di persone prematuramente scomparse, la cui breve vita si sarebbe potuta riassumere come un sacrificio supremo, quello che in occidente si chiama “martirio”. Ma non ne ho scritto nulla, limitandomi a meditare tra me il segno luminoso e tragico del loro passaggio, perchè tali vicende erano private e diventavano pubbliche solo in relazione a un fatto di cronaca terribile, il cui uso pubblico sarebbe diventato strumentalizzazione. E in queste pagine l’etica conta. Ma il caso di Pippa Bacca è nato per essere arte, con la volontà di essere pubblico; anzi, l’arte lo è tanto poco, e tanto è ignorata, che la fine drammatica della sua vicenda è probabilmente dovuta alla solitudine e alla scarsità di mezzi che un’artista sopporta, ormai senza farci caso, per proseguire nel proprio progetto. Pippa parte sola, inizialmente in compagnia di una collega, da cui poi si separa per poter coprire in due un percorso più esteso. Probabilmente, come molti/e di noi, non è capace di misurare la solitudine enorme in cui è costretta a operare, e i pericoli che comporta, perchè la solitudine e la vulnerabilità sono patti diabolici cui non ci si può sottrarre se si intende fermamente compiere il proprio disegno, senza arrendersi in partenza.
E se non si vuole precipitare nella depressione, si è ormai digerito e dimenticato il problema odioso del giudizio e della condanna che irrevocabilmente il “mondo” (che è tutto fuorché chi lo abita) deve comminare a chiunque azzardi un’azione disinteressata e ispirata. Basti leggere i mostruosi commenti lasciati da emeriti sconosciuti sul Blog dedicato a Pippa, dove la famiglia, gli amici e lei stessa vengono giudicati e condannati con asprezza inusitata per aver osato interrompere lo schema consolidato e ferreo della paura e della sottomissione. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on December 26, 2007
A. K. Coomaraswamy: induismo e buddismo
di Pier Paolo Pasolini - 23 settembre 1973 -da Descrizioni di descrizioni, a cura di G. Chiarcossi, Garzanti, Milano 1996
Ho già avuto occasione di dire, a proposito di un libriccino di storie Zen pubblicato da Adelphi, che conosco male le religioni orientali, specie quella indiana, di cui molti in questi anni possiedono qualche nozione, se queste religioni hanno avuto un momento di moda specie tra i giovani. Dicevo di non amare allargamenti culturali di carattere sottoculturale, e che una infarinatura dovuta alla conoscenza di qualche opera divulgativa o di qualche testo tradotto mi pareva una degradazione. Ciò non toglie che il mio interesse per la «storia delle religioni» (a questo proposito segnalo al lettore la mia ultima lettura, un legnoso ma notevole volume del marxista George Thomson su I primi filosofi, pubblicato da Vallecchi), mi spinga ogni tanto a leggere anche opere di carattere direttamente religioso.
Ananda Coomaraswamy che ha scritto una specie di sinossi dell’induismo e del buddismo è infatti uno storico (soprattutto dell’arte religiosa indù), ma è anche un credente. La sua sinossi è dunque apostolica. Egli si rivolge con grande cura al lettore occidentale, riferendosi con precisione filologica ai testi di cui cita parole, frasi o frammenti, dandone anche sempre, tra parentesi, il testo in lingua originale; non solo, ma fornendo anche l’analogo concetto in quella lingua universale della filosofia che è il greco di Platone, oppure addirittura citando testi mistici occidentali (esprimenti sempre analoghi concetti, soprattutto Meister Eckhart, e, con grande pertinenza, il Dante del Purgatorio e del Paradiso). L’educazione inglese di Ananda Coomaraswamy gli consente di avere quel distacco dalla materia (in cui peraltro crede) e quella capacità di chiarezza sintetica e razionale, il cui risultato è di compendiare in un libriccino di 170 pagine stampate larghe, millenni di pensiero religioso.
Ciò che mi ha colpito forse più di tutto in questo straordinario compendio (che mi ha molto emozionato) è un elemento finora trascurato della filosofia indiana, cioè il suo momento pragmatico che è invece conosciuto a fondo e capito ancora più a fondo: così a fondo da risultare addirittura «behavioristico»! Certe affermazioni dei testi religiosi indiani coincidono perfettamente con certe affermazioni del «behaviorismo» (a proposito di cui consiglio, ancora, al lettore un esemplare irritante e affascinante, Oltre la libertà e la dignità, di B. F. Skinner, Mondadori). Continua a leggere »