108 Nomi di Shiva

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OM SHIVAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio Benevolo (Shiva)

OM MAHESHVARAYA NAMAHA
Mi inchino al Grande Dio Shiva

OM SHAMBHAVE NAMAHA
Mi inchino al Dio della Felicità

OM PINAKINE NAMAHA
Mi inchino al guardiano del Dharma

OM SHASHISHEKHARAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che porta la luna crescente tra i capelli

OM VAMADEVAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che sostiene l’esistente

OM VIRUPAKSHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dalla forma perfetta

OM KAPARDINE NAMAHA
Mi inchino al Dio dai capelli intrecciati

OM NILALOHITAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio splendente come il sole a mezzogiorno

OM SHANKARAYA NAMAHA
Mi inchino all’origine di ogni Bene

OM SHULAPANAYE NAMAHA
Mi inchino al Dio che brandisce il tridente

OM KHATVANGINE NAMAHA
Mi inchino al Dio che porta il bastone nodoso

OM VISHNUVALLABHAYA NAMAHA
Mi inchino a Shiva, adorato da Vishnu

OM SHIPIVISHTAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che emana la luce

OM AMBIKANATHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che è il Signore di Ambika

OM SHRIKANTAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dalla gola blu

OM BHAKTAVATSALAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che ama i suoi devoti

OM BHAVAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che è l’esistente

OM SARVAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che è la totalità

OM TRILOKESHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dei tre mondi

OM SHITAKANTHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dal collo bianco

OM SHIVAPRIYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che è amato da Parvati

OM UGRAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dal carattere terribile

OM KAPALINE NAMAHA
Mi inchino al Dio che beve nel teschio

OM KAMARAYE NAMAHA
Mi inchino al Dio che vince le passioni

OM ANDHAKASURA SUDANAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che ha ucciso il demone Andhaka

OM GANGADHARAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che porta il fiume Gange tra i capelli

OM LALATAKSHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che gioca con la creazione

OM KALAKALAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio della liberazione dalla morte

OM KRIPANIDHAYE NAMAHA
Mi inchino al Dio che è la grazia suprema

OM BHIMAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dalla forza straordinaria

OM PARASHU HASTAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che tiene un’ascia tra le mani

OM MRIGAPANAYAE NAMAHA
Mi inchino al Dio che custodisce le creature

OM JATADHARAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che porta le trecce dei rinuncianti

OM KAILASAVASINE NAMAHA
Mi inchino al Dio che vive sul monte Kailash

OM KAVACHINE NAMAHA
Mi inchino al Dio che protegge

OM KATHORAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che fa crescere ogni cosa

OM TRIPURANTAKAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che distrusse le tre città dei demoni

OM VRISHANKAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che ha il simbolo del toro (Nandi)

OM VRISHABHARUDHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che cavalca il toro

OM BHASMODDHULITA VIGRAHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio ricoperto di cenere

OM SAMAPRIYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che ama il canto

OM SVARAMAYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che crea con il suono

OM TRAYIMURTAYE NAMAHA
Mi inchino al Dio che è adorato nelle tre forme divine

OM ANISHVARAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio indiscusso

OM SARVAGYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che conosce ogni cosa

OM PARAMATMANE NAMAHA
Mi inchino al Sè Supremo

OM SOMASURAGNI LOCHANAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che è la luce del sole, del fuoco e della luna

OM HAVISHE NAMAHA
Mi inchino al Dio che riceve le offerte di burro chiarificato

OM YAGYAMAYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che ha stabilito i riti

OM SOMAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio (che è la luce) lunare

OM PANCHAVAKTRAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio delle cinque azioni

OM SADASHIVAYA NAMAHA
Mi inchino allo Shiva primordiale

OM VISHVESHVARAYA NAMAHA
Mi inchino al Signore del cosmo

OM VIRABHADRAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dalle gesta eroiche

OM GANANATHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dei Gana

OM PRAJAPATAYE NAMAHA
Mi inchino al Creatore primordiale

OM HIRANYARETASE NAMAHA
Mi inchino al Dio che guida le anime elette

OM DURDHARSHAYA NAMAHA
Mi inchino all’essere indefettibile

OM GIRISHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio delle montagne

OM GIRISHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dell’Himalaya

OM ANAGHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che non incute timore

OM BUJANGABHUSHANAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio coronato di serpenti

OM BHARGAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che purifica dalle colpe

OM GIRIDHANVANE NAMAHA
Mi inchino al Dio che ha per arma la montagna

OM GIRIPRIYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che ama la montagna

OM KRITTIVASASE NAMAHA
Mi inchino al Dio che si nasconde con la pelle di elefante

OM PURARATAYE NAMAHA
Mi inchino al Dio delle selve

OM BHAGAVATE NAMAHA
Mi inchino al Dio Supremo

OM PRAMATHADHIPAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che è servito dai genii

OM MRITUNJAYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che vince la morte

OM SUKSHMATANAVE NAMAHA
Mi inchino al Dio più sottile del sottile

OM JAGADVYAPINE NAMAHA
Mi inchino al Dio che permea tutto il mondo

OM JAGADGURAVE NAMAHA
Mi inchino al Dio maestro di tutti i mondi

OM VYOMAKESHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio i cui capelli riempiono la volta celeste

OM MAHASENAJANAKAYA NAMAHA
Mi inchino al padre di Kartikkeya

OM CHARUVIKRAMAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che protegge i pellegrini in cammino

OM RUDRAYA NAMAHA
Mi inchino a Rudra, che piange la sofferenza dei suoi devoti

OM BHUTAPATAYE NAMAHA
Mi inchino al Signore dei demoni i dei fantasmi

OM STHANAVE NAMAHA
Mi inchino al Dio immobile

OM AHIRBUDHNYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio della Kundalini

OM DIGAMBARAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio vestito di cielo

OM ASHTAMURTAYE NAMAHA
Mi inchino al Dio dalle otto forme

OM ANEKATMANE NAMAHA
Mi inchino al Dio che è l’anima universale

OM SATVIKAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che è pura energia

OM SHUDDHA VIGRAHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio situato oltre il dubbio e oltre i conflitti

OM SHASHVATAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio eterno e senza fine

OM KHANDAPARASHAVE NAMAHA
Mi inchino al Dio che spezza con l’ascia

OM AJAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio senza legami

OM PAPAVIMOCHAKAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che spezza le catene

OM MRIDAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio della terra

OM PASHUPATAYE NAMAHA
Mi inchino al Dio degli animali e di tutti i viventi

OM DEVAYA NAMAHA
Mi inchino al Signore degli Dei

OM MAHADEVAYA NAMAHA
Mi inchino al più grande degli Dei

OM AVYAYAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che non muta

OM HARAYE NAMAHA
Mi inchino al Dio che è detto Hari (Vishnu)

OM PASHUDANTABHIDE NAMAHA
Mi inchino al Dio che colpì l’occhio di Bhaga

OM AVYAGRAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che è quieto e immobile

OM DAKSHADHVARAHARAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che distrusse il sacrificio di Daksha

OM HARAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che riassorbe il cosmo

OM BHAGANETRABHIDE NAMAHA
Mi inchino al Dio che punì Pushan

OM AVYAKTAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio invisibile

OM SAHASRAKSHAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio dalle forme illimitate

OM SAHASRAPADE NAMAHA
Mi inchino al Dio che abita e si muove in tutto

OM APAVARGAPRADAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che dà e toglie ogni cosa

OM ANANTAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che non ha fine

OM TARAKAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio che libera l’umanità

OM PARAMESHVARAYA NAMAHA
Mi inchino al Dio Supremo

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Nag Panchami, la festa dedicata ai serpenti. La vita primordiale e il demone benevolo degli antichi.

Nag Panchami è il giorno in cui gli hindu di India e Nepal celebrano i cobra, offrendo loro latte e rituali, al fine di garantirsi la buona sorte e protezione dagli attacchi dei serpenti e da ogni sorta di pericoli.

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Nel giorno di Nag Panchami, in India e Nepal i serpenti si avvicinano ai luoghi dedicati, e bevono il latte che viene loro offerto. E’ un’immagine forte, paradossale, in cui il nutrimento eccellente, purezza e antidoto, è dato in pasto al nemico naturale, all’avvelenatore. I serpenti accettano l’offerta, bevono il latte, si placano e poi spariscono di nuovo nel loro mondo segreto. La loro condizione tra gli esseri spirituali è ambigua e molto antica, presente in tutte le culture tradizionali, da epoche molto precedenti all’avvento delle cosiddette religioni. Non esiste un gruppo umano che non abbia osservato il serpente e non ne abbia interpretato la presenza come condizione vivente addirittura precedente alla propria. La stessa Bibbia si apre e si chiude con la vicenda umana segnata dalla sfida lanciata dal serpente, per poi concludersi con la sua sconfitta sotto il piede santo della Madre, durante l’Apocalisse. A questo punto la condizione del rettile è già una espressione definita, con uno statuto morale, che ne riduce il potere e lo definisce, per annientarlo.

Cosa stanno facendo, invece, gli uomini che avvicinano i serpenti con rispetto e con le offerte? A chi si stanno rivolgendo? I Naga, nella cultura indiana, sono esseri semi-divini, la cui natura è molto simile a quella che attribuivano loro greci e romani. Spiriti antichi, anime di antenati, guaritori, custodi. Abitavano caverne e grotte, dedicate alla guarigione, alla profezia o all’iniziazione, e ad essi si portavano o si gettavano offerte rituali, al fine di placare il mondo inferiore, i morti, gli antenati, gli spiriti che tormentano la mente e il corpo. A Lanuvio, alle porte di Roma, solo le fanciulle vergini potevano recare le offerte al serpente che dimorava nella grotta della dea Giunone Sospita, che proteggeva puerpere e raccolti.
Da queste profondità della terra, il serpente sacro emerge solo in particolari circostanze. E’ il caso che si mostra nel bastone di Asclepio, il dio guaritore. Il culto di Asclepio era dedicato ai suoi iniziati, che dimoravano per un periodo necessario in caverne sotterranee, in stato di semi-incoscienza, per emergere capaci di guarire e di insegnare la Gnosi agli uomini. Il più noto tra questi è il padre della filosofia occidentale, Parmenide. La dormizione nelle profondità di un tempio, usata anche a scopi terapeutici, discende da questa pratica iniziatica, molto radicata anche in India, tra gli yogi del Nath Sampradaya.

Il serpente adorna quindi il bastone di Asclepio, che come animale ha il cane, l’animale “impuro”, guardiano dell’oltretomba. Così in India il cane è sacro a Bhairava e abita i campi crematori dove si ciba anche dei resti umani. Anche Bhairava, che come Asclepio porta il bastone, è invocato per sconfiggere gli spiriti e i demoni, e salvare coloro che si trovano in condizioni di pericolo estremo. Il Signore oscuro del pantheon indiano, come l’Asclepio greco, non sconfigge il serpente, ma lo domina, ne è il signore, ne determina la dinamica interna e quella metafisica, quella in cui abita il corpo in forma di Kundalini, e ne direziona la spinta ascendente e discendente, i cambiamenti di polarità, la funzione inferiore e superiore: veleno o medicina, morte o salvezza.

Presso le abitazioni delle famiglie, il serpente era considerato uno spirito custode della casa, il Genius Loci, e perciò – parimenti in Grecia, a Roma e in India – da rispettare e mantenere, affinché proteggesse la casa, i suoi abitanti e la buona sorte. L’Agathos Diamon, il demone buono, si celebrava nella antichità classica ogni inizio del mese, con l’offerta di una coppa di vino. La sua forma, che solitamente è quella di un serpente coronato, che sulla coda regge un fiore di loto, nella tarda antichità si muta in figure più complesse, che si fondono con quella del fanciullo, il Puer Eternus, e in una visione ancora più metafisica nell’immagine di Aion, il Tempo eterno, il dio con la testa di leone, avvolto nelle spire del serpente. L’eternità è un concetto sostanziale della metafisica del serpente: antenato, essere primordiale e primigenio, colui che abita la terra da un tempo immemorabile, progenitore di ogni essere vivente. La stessa forma, che nega la figura antropomorfa ravvisabile in tutti i mammiferi, è quella che sembra precedere la forma, il seme, e che sopravvive a ogni mutazione e differenziazione.
Un serpente abitava alcune sepolture degli eroi fondatori di una città o di un paese, come guardiano e presenza della personalità che lì era stata sepolta, e a lui si versavano offerte di vino o di altri sacrifici, affinché lo spirito si placasse, nelle circostanze in cui la città era in pericolo, o perché continuasse a garantire la sua protezione. Nella forma primordiale del serpente sopravviveva la presenza tutelare del Genius di una città o di una nazione. Da “genius”, “gens”, famiglia, discendenza. Il genius era il seme, l’origine della stirpe che lo manteneva.

Nella visione esoterica, il rituale con cui si onorano i serpenti è il processo di trasformazione e di elevazione della forza primordiale, che, attraverso gli antenati, dai più remoti, si è incarnata nella vita dei discendenti, nel presente, e che si opera affinché dal regno “dei morti”, della vita mortale, tale forza si elevi a livello impersonale, celeste, puro. Si elevano quindi offerte ai Mani, affinché lascino la via della terra, per ascendere al Cielo, e la nostra stessa vita possa percorrere lo stesso moto ascendente, con essi, e da essi tratta, con essi ricongiunta e pacificata, mettendo fine a tutte le miserie che affliggono gli uomini, trasmesse per via ereditaria o attraverso le vite precedenti.
Così il serpente celeste, che sovrasta la sua immagine terrena, segna nell’oroscopo individuale la direzione karmica ed evolutiva dell’essere: là dove si incontra la nostra natura demoniaca /daimon (il Nodo Lunare Sud) e dove la spinta ascensionale ci porta a raggiungere gli obiettivi del nostro cammino (Nodo Lunare Nord).

Il serpente, quindi, così identificato, ricorre in numerose raffigurazioni: è avvolto, in doppia spira, maschile e femminile, intorno al caduceo di Hermes, a rappresentare le dinamiche dello zolfo e del mercurio nella chimica dei corpi e degli elementi, e quelle dei canali del Prana, Ida e Pingala, conoscenze necessarie all’iniziato per conseguire la Salute Suprema, che è, sostanzialmente, lo scopo della pratica dello yogi, dell’alchimista e dell’iniziato antico – illuminazione, immortalità o liberazione: molti nomi, come molti sono stati coloro che hanno fallito nella sua ricerca. Il nome e la forma per un Hindu si traducono soltanto con Shiva: il supremo Bene. L’identità con l’Uno, con il Signore supremo, il Mahayogi, che attorno al collo porta il serpente, domato e perfettamente cosciente.

 

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Adi Nath, Matsyendra Nath e Goraksh Nath. L’origine della tradizione Nath.

SHIVGORAKSHANATHJI

 Amar Katha

Una volta Parvati chiese al suo consorte, il Signore Shiva: “O il più grande degli Dei, tu indossi attorno al collo una ghirlanda di teschi umani. Puoi spiegarmi perché lo fai e a chi sono appartenuti?”. Con un sorriso, il Signore degli Yogi rispose: “Tutti appartenevano a te nelle tue vite precedenti, e li indosso perché mi ricordano dei momenti felici.” Parvati fu molto stupita di questa risposta. Era chiaramente turbata: “Tu sei una persona senza cuore! Sono stata la tua amata compagna, vita dopo vita, e tu che sei immortale hai collezionato i miei teschi e li hai messi intorno al collo senza pietà? Questo è dunque il tuo amore!”. Era molto arrabbiata con Shiva. Come al solito rimanendo tranquillo, il Signore degli Yogi rispose con un sorriso gentile: “Mia cara, non è colpa mia se sei morta e nata molte volte, dipende solo da te. Poiché non sei a conoscenza dell’Amar Katha (Dottrina dell’Immortalità), il tuo destino può essere solo questo. Solo chi sa può diventare immortale. L’Amar Katha è il più grande segreto e il mistero di questo mondo, e il solo modo per ottenere l’immortalità”. Dopo che ebbe finito di parlare, Parvati esclamò:”Dovresti subito insegnarmi questo Amar Katha, così diventerò immortale come te e non morirò più.” Era furiosa come non mai. Shiva sorrise dolcemente e disse: “Che cosa meravigliosa! Sai, Parvati, di volta in volta, nelle tue vite precedenti, hai chiesto la stessa cosa. E ogni volta che cercavo di raccontarti questo Katha (storia), poiché non stavi ascoltando con la dovuta attenzione, non hai potuto raggiungere la sua piena conoscenza. Per raggiungere l’immortalità si deve ascoltare attentamente dall’inizio fino alla fine. Tu non sei stata in grado di farlo in nessuna delle tue vite precedenti, quindi sei morta ogni volta. Se insisti, proviamoci ancora una volta. Ma per favore, ascolta con attenzione questa volta, perché per diventare libera dagli infiniti cicli di nascita e morte, devi sapere tutto il Katha, dall’inizio fino alla fine. Appartiamoci quindi in un luogo solitario dove nessuno ci possa ascoltare, perché dovremmo tenere questa conoscenza segreta a tutti gli altri.” Raggiunsero la riva del mare, dove erano completamente soli e il rumore delle onde non consentiva a nessuno di ascoltare quello che dicevano. Si sedettero comodamente, e Shiva incominciò a raccontare l’Amar Katha a Parvati.

Accadeva che qualche tempo prima di questo evento, in una famiglia bramina era nato un bambino, e poiché la posizione delle stelle al momento della sua nascita era molto infausta, suo padre lo aveva gettato in mare. Il bambino non era annegato, ma era stato inghiottito da un grosso pesce, e nello stomaco del pesce miracolosamente era sopravvissuto, e lì dentro ancora viveva. Poco prima dell’arrivo di Shiva e Parvati, il pesce aveva raggiunto lo stesso luogo e si era fermato lì per una sosta. Essendo ricoperto dall’acqua, era del tutto invisibile. Il bambino che viveva nel ventre del pesce, anche lui era giunto lì. Così, quando Shiva e Parvati arrivarono, anch’egli si trovava lì con loro, coperto dall’acqua, e impotente. Grazie a questa situazione, si trovò ad ascoltare tutto l’Amar Katha dall’inizio fino alla fine, senza interruzione. Shiva non si accorse della sua presenza fino alla fine, e il bambino rimase per tutto il tempo ad ascoltare con attenzione. Parvati era inizialmente molto desiderosa di ascoltare. Ascoltava con grande concentrazione, ma siccome il Katha era molto lungo, e la voce insieme al suono delle onde erano così monotoni, si sentì sopraffare dalla sonnolenza dopo poco tempo. Lentamente scivolò nel sonno profondo. Quando Shiva finì di raccontare, disse a Parvati: “Dunque spero che questa volta tu abbia compreso tutto correttamente”, ma lei non rispose. Allora Shiva volse lo sguardo verso Parvati e fu di nuovo sorpreso di vedere che era profondamente addormentata. La svegliò e disse:”Ancora una volta ho recitato la storia dell’Amar Katha per te, ma come nelle tue vite precedenti, non sei stata in grado di ascoltare attentamente e hai ceduto al sonno. Ora, che cosa posso fare per te?” Parvati provava vergogna di se stessa e delusione, quindi implorava con le mani giunte: “O Mahadeva, ti prego, raccontamelo di nuovo, questa volta non dormirò”. “Mi dispiace”, rispose Shiva “ma non posso farlo una volta di più perché tale è la legge, l’Amar Katha può essere detto alla stessa persona solo una volta nel corso di una vita. Dobbiamo aspettare la tua prossima vita, mi dispiace”. Parvati fu costretta ad accettare quello che era successo, e poiché non si poteva rimediare, si mise in pace.

Improvvisamente Shiva sentì che qualcuno si trovava nelle vicinanze, ma inizialmente non riusciva a localizzare dove fosse. Con i suoi poteri Yogici percepiva chiaramente che qualcun altro aveva ascoltato l’Amar Katha, senza il suo permesso. “Ehi, chiunque tu sia, vieni subito davanti a me!” disse. Allora il pesce aprì la bocca e il bambino saltò fuori dall’acqua, proprio di fronte a lui. In un primo momento, Shiva si adirò alla vista questo ascoltatore non voluto: “Ed eccoti qui!”esclamò. Stava per ucciderlo con il suo tridente, perché ragazzo aveva commesso un grave crimine ascoltando di nascosto l’Amar Katha. Il bambino era in piedi di fronte a lui, con le mani giunte.”Chi sei e come sei arrivato qui?” Śiva chiese. Il ragazzo raccontò la sua storia, di come fosse stato inghiottito dal pesce e avesse involontariamente ascoltato il segreto che Śiva narrava a Parvati. Shiva comprese che il ragazzo era innocente e che tutto questo era accaduto contro la sua volontà. Comprese però che quel ragazzo era diventato immortale poiché aveva ascoltato l’intero Amar Katha, ed era stato iniziato alla “Dottrina dell’Immortalità”. La Devi esclamò: “Che bel bambino! Che cosa hai intenzione di fare di lui?” Shiva stava riflettendo da un po’. Poi disse: “Vedo in quello che è successo oggi un segno del destino, quindi penso che sia venuto il tempo di offrire alla gente la conoscenza dello Yoga. Io sono Adi Nath e lui ha ricevuto l’iniziazione da me, anche se non ero disposto a concedergliela. D’ora in poi il suo nome sarà Matsyendra Nath, poiché è diventato un Nath ed è venuto da un pesce. Fino a questo momento io ho tenuto segreta la conoscenza dello Yoga, ma ora penso che sia giunto il momento di accordarla a tutti. Lui andrà tra il popolo a diffondere la dottrina dello Yoga. Poi Shiva inserì i kundal (orecchini) nelle orecchie del ragazzo, come i kundal che egli stesso indossava. Ora il ragazzo era in piedi davanti a Śiva con le mani giunte: “O Nath! Sono solo un piccolo bambino indifeso. La dottrina che sono venuto a sapere è molto difficile da capire, più difficile da praticare e impossibile da insegnare agli altri. Come posso da solo svolgere questo compito? Ti prego di avere pietà di me”. Il Grande Signore sorrise e disse: “Non ti preoccupare, figlio mio, ora non sei indifeso come prima e non sei solo, perché io sono con te. Io stesso ti assisterò nella fondazione della dottrina dello Yoga sulla terra. Ora vai e incomincia, poi io stesso mi unirò a te e ti aiuterò in questo compito; ancora di più, io diventerò tuo discepolo, per il bene dello Yoga”.

Matsyendra Nath

śrīGuruṁ paramānandaṁ Vande svānandavigraham |
yasya sannidhyamātreṇa cidānandāyate tanuḥ | | 1 | |
antarniścalitātmadīpakalikā svādhārabandhādibhiḥ
yo Yogi yugakalpakālakalanāttvaṁ ca jegīyate |
jñānāmodamahodadhiḥ samabhavad yatrādināthaḥ Svayam
vyaktāvyaktaguṇādhikaṁ tamaniśaṁ śrīmīnanāthaṁ bhaje | | 2 | |
(Gorakṣa Śataka versi 1-2)

“[1] Saluto il Guru, (che è) incarnazione della beatitudine eterna, che conferisce (al discepolo) lo stato di beatitudine del Sé, il sommo eterno Sé, e grazie alla cui sola vicinanza il corpo è trasceso come pura coscienza e beatitudine. || [2] A tale Yogi che in tutte le età e in ogni epoca dimora all’interno della luce perpetua della fiamma della sua anima, lì stabilito in virtù della sua pratica, e che non è influenzato dai cambiamenti del tempo, che ha realizzato la sua unità con Adi Nath stesso, che è come il grande oceano di conoscenza e beatitudine, che è più di ciò che le qualità vyakta e avyakta possano descrivere, a quel venerabile Mīnanātha io porgo il mio saluto.”(Gorakṣa Śataka versi 1-2)

Il nome di Matsyendra Nath è uno dei più noti tra gli Yogi del Nath Sampradaya, nonché di tutta la tradizione Mahasiddha. E’ sopratutto conosciuto come il Guru di Goraksh Nath, e meno conosciuto come uno dei fondatori della scuola tantrica Kaula. Matsyendra Nath è una figura molto importante per i Nath, quale fondatore della tradizione. Anche se il fondatore è ritenuto essere Guru Goraksh Nath, che propriamente ha fondato l’ordine degli Yogi, i nomi di Matsyendra Nath e Jalandhar Nath lo precedono temporalmente nella lista degli Acharya, ovvero nel Parampara – il lignaggio della setta. Per questo motivo Matsyendra Nath è anche conosciuto come Dada (Guru) Matsyendra Nath, dove “Dada” significa”nonno” Guru. Se Goraksh è unanimemente accettato come Guru da tutti i Natha, Matsyendra Nath è riconosciuto come il precettore e il padre spirituale del loro Guru, e quindi come il “nonno” Guru.

Esistono molte leggende, in India e Nepal, che descrivono i poteri soprannaturali e i miracoli compiuti da Matsyendra Nath. E’ opinione diffusa che, come Goraksh Nath, anche lui fosse immortale, dotato di straordinari poteri magici e superiore all’essere umano ordinario. Egli è menzionato come uno dei grandi Siddha, tra coloro che hanno annientato l’effetto del tempo grazie al potere dell’Hatha Yoga, capaci di spostarsi nell’Universo liberamente. A volte Matsyendra Nath è paragonato a Shiva nella tradizione indiana Nath, e nella tradizione buddista del Nepal è adorato come Avalokiteshvara, divinità del pantheon buddista. Uno dei più noti tra i suoi poteri soprannaturali, citati nelle leggende, è stata la capacità di abbandonare un corpo e di entrare in un altro a suo piacimento, e di rimanervi per un periodo prolungato di tempo. Si ritiene che nella conoscenza delle scienze occulte e della magia non fosse secondo a nessuno, probabilmente escludendo solo il suo grande discepolo. Ha avuto anche reputazione di famoso praticante tantrico, e in alcune storie appare come mago malvagio che stermina con la sua magia l’esercito del re del Nepal, che sarà successivamente restaurato da Gorakh Nath. Egli è onorato come Guru e come ideale di sadhaka da molti praticanti moderni di Tantra, soprattutto tra coloro che cercano di seguire il percorso Kaula Shakti marga.

Alcune leggende lo dipingono come lo Yogi”caduto”, che imprigionato dalla sua passione per le donne, dimentica il suo passato yogico, e Goraksh Nath deve salvarlo da questa situazione. Eppure altre fonti dicono che avrebbe commesso i suoi”errori”solo a beneficio del mondo e del suo illustre discepolo, totalmente distaccato da tutto quello che stava facendo (e se supponiamo che il suo spirito fosse libero dall’attaccamento al corpo, ciò dovrebbe essere vero); infatti, essere il Guru di Dio era compito non facile. I rapporti tra Matsyendra Nath e Goraksh Nath sono considerati un esempio ideale della relazione tra Guru e discepolo, e ne indicano il percorso da seguire; tutti coloro che hanno raggiunto la liberazione e l’immortalità hanno compiuto solo questo percorso.
Esistono molti elenchi differenti dei Nove Grandi Nath, e Matseyndra Nath appare in quasi tutti. Tra Tra i membri della Enneade dei Grandi Natha è conosciuto come Māyā Svarupī o Māyā Pati Dada Matsyendra Nath, nomi che hanno un significato simbolico. Māyā Svarupī può essere tradotto come “la forma di Maya (illusione)” e Maya Pati indica il padrone dell’illusione. In questo contesto egli appare non come limitata individualità umana, ma piuttosto come paradigma universale del potere dello Yoga. Dopo il risveglio della Kundalini, non è Guru solo l’individuo che sta guidando lo Yogi attraverso il cammino, ma l’intera esistenza diventa il suo Guru; Maya passa dal ruolo di mera illusione a diventare Yoga Maya, il potere della trasformazione che conduce verso il Sé spirituale.
Intorno alla tradizione Nath esistono numerosi canti popolari devozionali che presentano le idee degli Yogi Nath, composti in vari dialetti antichi e moderni dell’India, i cui temi sono molto popolari, soprattutto nella parte settentrionale del paese. La maggior parte di essi sono scritti in forma di monologo di Matsyendra Nath, che si rivolge al suo discepolo Goraksh Nath e terminano con le parole,’Kahate Matsendar Baba, suno Jati Goraksh’, che significa ‘Matsendar sta parlando, ascolta oh Goraksh!’

Goraksh Nath

Da tempo l’India è riconosciuta come un importante centro della vita spirituale, che ha esercitato grande influenza sullo sviluppo di tutta la civiltà umana. La storia del paese è stata sempre segnata dalle storie di diversi grandi santi, Siddha e MahaYogis, che appaiono di volta in volta a guidare l’umanità verso ideali più alti, grazie all’esempio delle loro vite illustri.
Tra le altre personalità di spicco dell’India il nome di Guru Goraksh Nath è riconoscibile per le molte leggende sulle sue opere meravigliose. Si tratta di storie molto inusuali, che appaiono fiabesche alla mentalità moderna, orientata al materialismo, tanto che oggi risulta molto difficile sospendere l’incredulità e lasciarsi persuadere da esse. Tra le sua gesta, è descritto volare, trasformare una montagna in oro, creare delle persone viventi con i suoi poteri Yogici e compiere molti miracoli e altri eventi soprannaturali, contraddicendo tutte le leggi della scienza moderna. Nella lingua Hindi esiste un’espressione connessa con il suo nome:”Goraksh Dhanda”, che tradotto letteralmente significa”sconcertante come le gesta di Goraksh”, che viene utilizzata per definire gli eventi che accadono in circostanze strane e misteriose. Letteralmente tradotto, il nome di Go – raksa significa “Colui che difende le vacche”. In una delle rime devozionali dei Natha, i sensi sono paragonati a vacche brade che chiedono che egli le protegga come un mandriano. Gorakh è una variante della grafia dello stesso nome, con lo stesso significato.
Come personaggio storico, Goraksh Nath è molto famoso in tutta l’India, un celebre santo, che ha raggiunto l’eccellenza suprema nella pratica dello Yoga e acquisito poteri soprannaturali. Avrebbe viaggiato ampiamente in India e nei paesi vicini, e ancora oggi, molti luoghi sono ricordati come teatro delle leggende e dei suoi miracoli. La forte personalità e la realizzazione nello Yoga gli hanno accordato un vasto seguito, e alcuni dei regnanti suoi contemporanei diventarono suoi discepoli. Sembra che al momento della formazione dell’ordine Nath, egli sia stato unanimemente accettato come un’incarnazione di Shiva, e in tal modo, molte altre sette ascetiche furono felici di unirsi all’ordine appena creato. Esistono molti libri attribuiti alla paternità di Goraksh Nath, alcuni dei quali sono stati pietre miliari per lo sviluppo della tradizione Yoga. Tra di essi, alcuni sono in sanscrito e altri sono scritti nei dialetti medievali dell’India.
Non si sa molto del luogo della sua nascita, e opinioni diverse sono state sostenute da diversi studiosi. Le aree del Bengala, Nepal, Assam, Punjab, Gujarat, Karnataka, Uttar Pradesh, Himachal Pradesh, Uttarakhand e Maharashtra sono le più menzionate nelle leggende della sua vita. Secondo le opinioni espresse da alcuni ricercatori, egli non visse prima del 7° secolo e non oltre il 12° secolo dC. La prima data si basa sull’ipotesi che sia stato contemporaneo del re del Nepal Narendra Deva, che salì al trono intorno al 640 dC e governò fino alla morte, avvenuta nel 683 dC. L’ultima data è ricavata sulla base della biografia del santo Jñāneśvar, secondo cui Goraksh Nath non era vissuto molto tempo prima di lui.

I Nath Yogi credono che Goraksh Nath fosse molto più di un Guru umano, e insistono sulla sua miracolosa nascita non umana e ne affermano l’immortalità. Si racconta che vivesse ancor prima che la Creazione avesse avuto luogo, e poi attraverso tutti i quattro Yuga, e che viva ancora adesso, sebbene invisibile. Varie testimonianze riportano di incontri con diverse persone vissute in epoche molto distanti tra loro, e dunque in un arco di tempo impossibile per l’essere umano ordinario. Egli è descritto come sfondo invisibile e potere ispiratore dietro la manifestazione di molti santi, in diversi periodi della storia. Kabir, Guru Nanak, Guga Pir, Raja Bhartrihari e molti altri sono tradizionalmente collegati con la sua personalità. Secondo alcune leggende, egli non era legato a un corpo fisico, ed era in grado di lasciare facilmente il proprio corpo ed entrare in altri corpi, o di crearne uno, o più di uno, con la sua volontà e che, dunque, fosse immortale. I Nath ritengono che sia ancora vivo e appaia in luoghi diversi, quando si renda necessario proteggere Dharma. Continua a Leggere →

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Ashta Dasa Shakti Pitha Stotram (attribuito a Sri Adi Shankara): Inno dei diciotto Shakti Pitha

Sati era la figlia di Daksha, un potente tra i grandi esseri divini. Segretamente, il suo cuore adorava Shiva. Quandio suo padre convocò lo Swayamvara per scegliere tra i giovani principi e gli Dei un marito per Sati, non invitò Shiva, che conduceva vita da asceta e aveva fama di selvaggio. Sati prese allora la corona di fiori destinata al prescelto e lanciandola in aria gridò a Shiva di prenderla lui. E Shiva improvvisamante comparve nel mezzo del ricevimento coronato della ghirlanda lanciata dalla giovane Sati. Al padre Daksha non restò che acconsentire alle nozze.

Ma un giorno Daksha volle organizzare un sacrificio solenne, cui chiamare tutti gli dei e i potenti, e dove espressamente vietò l’ingresso a Shiva. Per l’umiliazione immensa Sati si diede alle fiamme riuscendo a produrre da sé il fuoco dell’autocombustione e morì sotto gli occhi del padre. Narada recò la terribile notizia a Shiva.

Appreso l’accaduto, Shiva si precipitò sul lugo, ma non più in tempo per salvare Sati. Tagliò la testa di Daksha e poi raccolse il corpo si Sati, portandolo via. Era furioso e pazzo di dolore. Per placare la sua rabbia, Vishnu tagliò in 18 pezzi il corpo di Sati, che caddero in altrettanti diverse località dell’India. Questi luoghi, che divennero santuari di adorazione perenne e di Grazia, sono chiamati Shakti Pitha. Alcune tradizioni tramandano l’esitenza di 108 Pitha, altre di soli 4; questo Stotra, attribuito a Sri Adi Shankaracharya elenca i tradizionali 18 Shakti Pitha e i nomi delle dee che vi si venerano.

Ashta Dasa Shakti Pitha Stotram (attribuito a Sri Adi Shankara)
Inno dei diciotto Shakti Pitha

Lankayam Shankari devi, Kamakshi Kanchika pure
Pradyumne Shrinkhala devi, Chamunda Krouncha pattane

La Dea Shankari-devi in Sri lanka, Kamakshi in Kanchipuram,
La Dea Shrinkhala in Pradyumna e Chamunda in Mysore

Alampure Jogulamba, Sri shaile Bhramarambika
Kolha pure Maha lakshmi, Mahurye Ekaveerika

La Dea Jogulamba in Alampur, la Dea Brhamarabika in Sri Shailam,
La Dea Maha Lakshmi in Kolhapur e la Dea Ekaveera in Mahur

Ujjainyam Maha kali, Peethikayam Puruhutika
Odhyane Girija devi, Manikya Daksha vatike

La Dea Maha Kali in Ujja, in Purhuthika e in Peethika,
La Dea Girija in Odhyana e la Dea Manikya nella casa di Daksha,

Hari kshetre Kama rupi, Prayage Madhaveshwari
Jwalayam Vishnavi devi, Gaya Mangalya gourika

La Dea Kamarupi nel tempio di Vishnu, la Dea Madhevaswari in Allahabad,
La Dea Vishnavi  in Jwalamuki e Mangala Gouri in Gaya.

Varanasyam Vishalakshi, Kashmire tu Saraswati
Ashtadasha Shakti peethani, Yoginamapi durlabham

La Dea Visalakshi in Varanasi, la Dea Saraswathi in Kashmir,
Queste sono le 18 case di Shakthi, preziose anche per gli dei.

Sayamkale pathennityam, Sarva shatri vinashanam
Sarva roga haram divyam, Sarva sampatkaram shubham

Leggendo ogni giorno questo Sloka si ottiene vittoria su tutti i nemici,
la guarigione di tutti i mali, l’acquisizione di tutti i beni. Continua a Leggere →

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Shivaratri, la Notte Mistica.

Dal discorso di Swami Krishnananda- The Divine Life Society – Sivananda Ashram, Rishikesh, Indiadel 22 febbraio 1973, settimana precedente Maha-Shivaratri.

Nella tradizione religiosa, Shiva rappresenta un aspetto di Dio, l’Onnipotente. Ci mostra l’ideale della suprema rinuncia che discende dalla Realizzazione Divina. Rinuncia che proviene dalla Realizzazione Divina, non dalla frustrazione, non dall’evitamento, non dalla debolezza, ma da una comprensione profonda della natura delle cose, dalla chiara comprensione della natura della vita e della saggezza dell’esistenza nella sua completezza. Questa è l’origine del Vairagya o rinuncia. Non si desidera nulla, non perchè non si possa avere nulla, ma perchè si è realizzata l’interconnessione tra i fenomeni, e l’unità tra tutti gli obiettivi consapevoli. Tutti i desideri si palcano, si sublimano e si dissolvono nell’Essere Divino quando si consegue la Realizzazione. Dio non possiede nulla. Il possesso è relazione tra una cosa e un’altra. Ma Dio è al di sopra del relativo, per questo Lo chiamiamo Assoluto; Egli non è relativo. Tutto ciò che può essere messo in relazione a qualcosa altro rientra nella categoria del relativo. Dio non è in relazione a niente altro, poichè è comprensivo di Tutto. Perciò nella Sua Assolutezza onnicomprensiva, che è l’apice della saggezza concepibile, si trova il carattere concomitante della libertà dalla coscienza dell’esteriorità, quindi, come corollario, libertà dall’attaccamento a qualunque cosa. Pertanto Shiva è l’apice dell’austerità, il Maestro dello Yoga, ritratto seduto nella posa del loto, come il re degli asceti; non perchè in Lui vi sia desiderio di autocontrollo, ma poichè Egli è l’autocontrollo stesso. Non che pratichi l’autocontrollo. L’autocontrollo stesso è rappresentato nel simbolo della personalità di Shiva. Tale meraviglioso concetto di Dio, come Shiva, è dato di adorare durante Maha Shivaratri.

Si osserva il digiuno durante il giorno e la veglia durante la notte. Come segno del controllo dei sensi, che rappresentano le tendenze estrovertite della mente, si offre il digiuno, e il conntrollo dell’inerzia Tamasica del sonno cui siamo soggetti ogni giorno. Quando in noi sono state superate queste tendenze, si trascendono i livelli del conscio e dell’inconscoi della psiche e si raggiunge il livello superconscio. La veglia è la condizione del livello conscio, il sonno del livello inconscio. Entrambe sono ostacoli per la realizzazione di Dio. Ci troviamo trasportati da una condizione all’altra ogni giorno. Ma il super-cosciente ci è sconosciuto. La simbologia del digiuno e della veglia durante Shivaratri significa auto-controllo; rajas e tamas sono stati sottomessi, e Dio è glorificato. Glorificare Dio e controllare i sensi significano una sola cosa. Poichè solo nella Consapevolezza Divina tutti i sensi sono controllati. Quando si vede Dio, i sensi si dissolvono, come burro sul fuoco. Tutti gli ornamenti diventano una sola massa di oro quando sono portati alla temperatura di fusione. Allo stesso modo, nella fornace della Consapevolezza Divina, i sensi si sciolgono in un continuum universale.

Il termine sanscrito Shivaratri significa ‘La notte di Shiva’. Ci si potrebbe domandare perchè Shiva è collegato alla notte e non al giorno. La connessione con la notte ha un profondo significato mistico e spirituale. Non perchè il divino che si manifesta nella forma di Shiva abbia una speciale connesione con il periodo che chiamiamo notte. Se si studiano a fondo le Upanishad e altri testi di fondamentale carattere spirituale, si trova che l’Essere Supremo, l’Assoluto, è identificato nella sua condizione primordiale come suprema Oscurità, a causa dell’eccesso di luce. Se guardiamo al sole per qualche istante ad occhi aperti e poi guardiamo altrove, vediamo solo oscurità. Il sole ci ha abbagliati talmente che tutto appare buio.

Quando si percepisce un oggetto si definisce questo stato ‘veglia’. Quando non si hanno percezioni, si dice oscurità. Ora vedete nella condizione di veglia, un cosiddetto mondo di veglia, che mostra dinnanzi a noi un mondo di oggetti e [di cui] possediamo una cognizionea. Anche nei sogni vi è una sorta di intelligenza. Ma nel sonno non abbiamo alcuna cognizione o intelligenza. Cosa accade? I sensi e l’intelletto si ritraggono nella loro sorgente. Non abbiamo attività percettiva e percià l’assenza di percezione è associata alla presenza del buio. La Primordiale condizione cosmica della volontà creatrice di Dio, prima della creazione – uno stato apparentemente simile al buio o alla notte – è quello che chiamiamo la condizione di Shiva. E’ molto importante ricordare che lo stato di Shiva è la primordiale condizione della volontà creatrice di Dio, ove non si trova esterno percettivo, e nulla vi è al di fuori di Dio; perciò, per noi, è come il buio o la notte. E’ la notte di Shiva, Shivaratri. Per Lui non è notte, è Luce. Siva non si trova nelle tenebre.

La Volontà Creativa di Dio è Onniscienza, Onnipotenza, Onnipresenza, insieme. Talvolta indichiamo questa condizione come Isvara. Il Supremo assoluto, che è indeterminabile, quando è associato alla Volontà Cretiva, che tende a dare forma al Cosmo, si definisce Isvara in termini Vedanta e Shiva in termini Puranici. Questa è precisamente la condizione descritta nel Nasadiya Sukta dei Veda come Tamas o oscurità. Bisogna ripetere ancora una volta che l’oscurità è a causa dell’eccesso di luce. Se guardiamo Dio, cosa vediamo? Nulla. Gli occhi non possono vederlo, perchè la sua luce è abbagliante.Quando si intensifica la frequenza luminosa ad un livello molto elevato, la luce non può più essere percepita dagli occhi. Quando la frequenza cala, fino al livello percepibile dalla retina dell’occhio, solo allora è possibile vedere la luce. Vi sono vari tipi di luce, varie intensità e frequenze, e la frequenza più alta non è percepibile dai sensi a causa della loro particolare struttura. Dunque se vedete Dio, non vedete nulla.

Eppure, di fatto, noi stiamo vedendo Dio anche ora. Ma non siamo in grado di riconoscerlo. Il mondo che vediamo dinnanzi a noi è Dio stesso. Non vi è alcun ‘mondo’, il mondo non esiste. E’ solo un nome che diamo all’Essere Supremo. Potreste chiamarlo con un qualunque altro nome. Poichè realmente non vi è alcun mondo. Non esiste. ‘Mondo’ è soltanto un nome che diamo a una distorsione creata dalla percezione della nostra coscienza a causa della separazione tra soggetto e oggetto.

Per tornare all’analogia del sogno, la montagna vista in un sogno non è una montagna; è solo coscienza. Non vi è alcuna montagna. Ma sembrava qualcosa di solido di fronte a noi, contro cui avremmo potuto sbattere la testa del sognatore. Vedete edifici nei sogni. E’ la coscienza che ha proiettato sé stessa nella sostanza di mattoni ed edifici, di montagne e fiumi, persone e animali, ecc, apparsi nei sogni. Il mondo visto nei sogni non esiste. Lo sapete benissimo, eppure appare. Che cos’è che appare? La coscienza stessa, che si proietta esteriormente, in uno spazio e tempo creato da sé stessa, che chiamate mondo. Allo stesso modo, nello stato di veglia, la Coscienza Cosmica ha proiettato sé stessa in questo mondo. Il mondo è Coscienza Cosmica. La Divinità Suprema stessa si mostra nella forma del mondo. Come il mondo dei sogni non è altro che coscienza, il mondo della veglia non è altro che coscienza, Dio. Questa è l’essenza dell’intero problema. Dunque voi state vedendo Dio. Dico la verità. Quello che vedete di fronte a voi è Dio soltanto. Non è un edificio. Non vi è alcun edificio. Ma lo chiamiamo edificio a causa di un errore di percezione, a causa dell’ignoranza e dell’incapacità di analizzare la situazione in cui siamo coinvolti. Siamo catturati in un paradosso, nella confusione e la confusione è entrata in noi. E dunque per risvegliarci dall’ignoranza e raggiungere uno stato di suprema beatitudine riconoscendo Dio in questo mondo reale che partichiamo la Sadhana. La più elevata Sadhana è la meditazione di Dio.

[ http://www.swami-krishnananda.org/fest/fest_03.html]

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