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Adi Shankaracharya: Nirguna Manasa Puja. L’adorazione dell’Essere Senza Attributi.

Posted by beatrice on October 1, 2010

Il discepolo disse:

1. All’indivisibile Satcitananda la cui natura è incondizionata e che è conosciuto anche come lo stato non-duale, come è dovuta l’adorazione?

2. Quali sono le invocazioni (avahana) della Pienezza e la posizione (asana) di Ciò che Tutto supporta? Come lavare i Suoi piedi (padya), offrire dell’acqua (arghya) e come prenderne un sorso (achamana) davanti al limpido e puro Uno?

3. Come si procederà all’abluzione (snana) per l’Immacolato e alla vestizione (vasa) per il ventre dell’universo? Quale cordone brahmanico (upavita) per Colui che è senza ascendenti o casta?

4. Come offriremo la pasta di sandalo (gandha) a Quello che nulla attacca, e fiori a Colui che è senza odore? Quale sarà il gioiello per l’Indifferenziato? Quale l’ornamento per Colui che non ha forma?

5. A cosa servirà l’incenso a Colui che è senza macchia, o la lampada (dipa) per il Testimone di tutto? Quale offerta di cibo (naivedyam) per Colui che è sazio della Sua Beatitudine?

6. – 7.Come preparare il betel (tambula) per Colui che tiene unito il cosmo? Colui la cui natura è consapevolezza incondizionata, Colui che illumina il sole e le stelle, Colui che è cantato nei versi della Sruti, per Lui, come si devono porgere le lampade (nirajana), come circondare con i passi (pradaskina) Colui che è Infinito? Quale prostrazione (pranama) per la Realtà Non-duale?

8. Per Colui che non è invocato dalle parole dei Veda, quale preghiera (stotra) ci è prescritta? Come officiare la cerimonia di commiato (udavasana) per Colui che risiede ugualmente all’interno come all’esterno?

Il Maestro rispose:

9. Io venero l’atmalinga che risplende come un gioiello nel loto apparente del cuore, all’interno della cittadella illusoria, con l’abluzione (abhisheka) della mente purificata nel fiume della devozione, con i fiori del samadhi, a beneficio della non-rinascita.

10. “Io sono l’Uno, il Fondamento”, così si deve invocare (avahayet) il Signore Shiva. Quindi si deve preparare il seggio (asana) pensando al Sé fondato in sé stesso.

11. “Non ho alcun contatto con la polvere della virtù e del peccato”, così il saggio deve offrire la lavanda dei piedi (padya), poichè questa è la conoscenza che distrugge ogni peccato.

12. Si deve rigettare l’ignoranza senza inizio, fondata nello scorrere del tempo. Questo è la vera offerta dell’acqua (arghya) per il simbolo del Sé.

13. “Indra e gli altri esseri celesti bevono solo una goccia dell’oceano di beatitudine del Brahman”. Questa meditazione è equivalente al sorso (achamana).

14. “Tutti i mondi sono immersi nelle acque della beatitudine di Brahman, l’indivisibile”. Questa meditazione è l’abluzione (abhishechana) del Sè.

15. “Io sono la luce della pura Consapevolezza”. Questo pensiero è la sacra veste (sad vastram) del simbolo del Sé.

16. “Io sono il supporto della ghirlanda dei mondi, e la natura dei tre Guna” Questa convinzione è ritenuta essere il vero cordone sacro (upavita).

17. Questo mondo composto da numerose impressioni è supportato da me, e da nessun altro”. Questa meditazione è la pasta di sandalo (chandana) del Sé.

18. Con il fiore di sesamo della rinuncia alle attività di Sattva, Rajas e Tamas, si deve sempre venerare (yajet) il lingam del Sé, per realizzare la liberazione in vita.

19. Con le foglie della non distinzione tra il Signore, il Maestro e il Sé, si deve adorare il Signore Shiva che è immagine del Sé.

20. Il Suo incenso (dhupa) è l’abbandono di tutte le impressioni mentali. Il saggio mostri la lampada (dipa) che è la realizzazione del Sé.

21. L’offerta di cibo (naivedyam) al simbolo del Sé è l’impasto di riso conosciuto come l’uovo universale di Brahma. Si beva il dolce nettare di beatitudine che è la deliziosa bevanda (upasechana) di Mrityu, offerta a Shiva.

22. Si deve ricordare che la purificazione dai residui dell’ignoranza con l’acqua della conoscenza, è il lavacro delle mani (hasta prakshalana) del puro simbolo del Sé.

23. Abbandonare l’uso di oggetti di attaccamento, questo è il betel (tambula) del Signore Shiva, il Sé supremo che è privo di attributi, a cominciare dalle passioni.

24. Con la conoscenza della natura unica e propria di Brahman, la più splendente, e con il bruciare fino alla distruzione le tenebre dell’ignoranza, si compie il cerimoniale delle lampade (nirajana) del Sé.

25. La visione del Brahman multiforme forma la composizione (alamkritam) delle ghirlande. Si ricordi poi la completa beatitudine del Sé, come l’offerta dei fiori (pushpanjali).

26. “Le uova mondane di Brahman a migliaia ruotano in me, il Signore, ma la mia natura è immobile e salda come una montagna”. Questa meditazione è il camminare in cerchio (pradaskina).

27. “Realmente io sono meritevole della lode dell’intero universo. Nessun altro che il mio vero Sé è meritevole di tale saluto.” Questa riflessione è realmente la lode (vandana) del simbolo del Sé.

28. Riconoscere l’irrealtà dei doveri è il sacrificio (sat Kriya) del Sé. Pensando il Sé al di là dei nomi e delle forme si onora il suo nome (nama kirtana).

29. L’ascolto (shravana) della dottrina è offerto con il pensiero dell’irrealtà delle cose ascoltate. La riflessione (manana) è compiuta con il pensiero dell’irrealtà delle cose su cui si riflette.

30 – 31. La conoscenza dell’irrealtà degli oggetti di contemplazione costituisce la meditazione profonda (nididhyasana) del Sé. La devozione al Sé attraverso l’assenza di illusioni e distrazioni è chiamata la perfetta stabilizzazione (samadhi) del Sé; e non l’illusione propria di coloro che hanno la mente rivolta a qualcosa altro. Questo è detto l’eterno riposo della mente (chitta vishranti) nel Brahman.

32 – 33. Perciò compiendo, in accordo col Vedanta, questa adorazione del simbolo del Sé fino alla morte o anche per un solo momento, colui che è perfettamente concentrato può liberarsi dalle illusioni e dalla impressioni accumulate, come ci si libera i piedi dalla polvere. E quando si siano tolti di dosso gli accumuli di ignoranza e di paura, si ottiene la beatitudine della liberazione.

[dalla versione inglese di Sw. Yogananda Sarasvati. Publ. In Tattvaloka – Apr.-Mag. 1992 | Traduzione: Beatrice Polidori]


Inno a Dakshinamurti, di Sri Adi Shankaracharya.

Posted by beatrice on July 25, 2010

Io leverò le lodi di Dakshinamurti, il bel giovane che istruiva nella conoscenza del Parabrahman col silenzio; colui che era circondato dai saggi venerabili come dai giovani discepoli, tutti assorti nella stabile meditazione del Brahman; colui che è il Maestro supremo; colui che unendo pollice e indice mostrò l’unione dell’anima con l’assoluto, colui il cui volto risplende nella beatitudine del Sé.

[1] Colui che a causa della sua illusione vede, come nei sogni, l’universo esistente al suo esterno, come una città veduta allo specchio, mentre esso è verosimilmente in lui; colui che con il risveglio non percepirà che se stesso, senza secondo, a quel Maestro  incarnato, il Signore che guarda a sud, io offro il mio saluto.

[2] Colui che come un mago, uno yogi dai poteri straordinari, manifesta di sua volontà questo universo a partire dal principio indifferenziato, che come il germoglio latente nel seme si svilupperà nelle varie condizioni di spazio e di tempo indotte dall’illusione, a quel Maestro  incarnato, il Signore che guarda a sud, io offro il mio saluto.

[3] Quella luce reale che illumina gli oggetti non reali; colui che direttamente ha risvegliato i suoi devoti prounciando il detto “Tu sei Quello”, impedendogli col risveglio di ricadere nella acque del Samsara, a quel Maestro  incarnato, il Signore che guarda a sud, io offro il mio saluto.

[4] Quella coscienza che irradia dagli occhi e dagli altri sensi come la luce di una lampada posta in un vaso traforato; così che questo universo risplende perchè quella coscienza risplende su ogni cosa di cui dica “io so”, a quel Maestro  incarnato, il Signore che guarda a sud, io offro il mio saluto.

[5] La gente illusa ritiene come le donnicciole e i bambini, come gli sciocchi e i ciechi che il corpo sia l’io, altri credono nel respiro, nei sensi, nella conoscenza empirica o in nulla; a colui che dissipa la grande ignoranza, indotta dal potente gioco dell’illusione, a quel Maestro  incarnato, il Signore che guarda a sud, io offro il mio saluto.

[6] Colui che è il Sè interiore, sottoposto al velo del’illusione, come il sole eclissato dalla luna, che nel sonno profondo e nel ritiro dei sensi esiste meramente, ma che al risveglio ricorda di sé con le parole “ho dormito”, a quel Maestro  incarnato, il Signore che guarda a sud, io offro il mio saluto.

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śivapañcākṣarastotram [NamahShivaya] – Ādi Śańkarācārya

Posted by Beatrice on February 20, 2009

Mi inchino alla sillaba NA, che è presenza reale di Shiva, dal collo avvolto nelle spire del serpente, come ornamento. Colui che ha tre occhi, il cui corpo è cosparso di cenere, Colui che determina ogni essere fin dall’inizio. L’indistruttibile, puro e senza attributi, la cui natura è piena beatitudine .||1||

Mi inchino alla sillaba MA, che è presenza reale di Shiva, bagnato dalle acque di Mandākinī (Gange) e profumato di pasta di sandalo; Colui che guida Nandin e le altre afflizioni; Colui che si onora con l’offerta del Mandāra e di altri fiori, la cui natura è piena beatitudine.||2||

Mi inchino alla sillaba SI, che è presenza reale di Shiva, Colui che è come il sole per il corpo in fiore di Gauri, Colui che distrusse l’empio sacrificio di Daksa, Colui che assunse il veleno scaturito dalla zangolatura del mare, Colui che ha un toro come insegna, la cui natura è piena beatitudine.||3||

Mi inchino alla lettera VA, che è presenza reale di Shiva, Colui che fu adorato da Vasiṣṭha, Gautama, Agastya, Udbhava, e dagli esseri divini, Colui che ha il Sole, la Luna e il Fuoco come tre occhi, la cui natura è piena beatitudine.||4||

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Adi Shankaracharya di G.V. Iyer, o la verità poetica del filosofo dell’India.

Posted by Beatrice on June 25, 2008

“L’Advaita di Shankara è un sistema di arditissima speculazione e sottigliezza retorica. E’ austero intellettualismo, logica senza rimorsi, che procede indifferente alle speranze e alle credenze umane, e la cui precipua libertà da ossessioni teologiche ne fa uno schema puramente filosofico” (Dr.S.Radhakrishnan)

Solo con la poesia e con la purezza si può ridare vita alla figura di un santo, ormai cancellata dalle immagini retoriche che ne dichiarano l’appartenenza al cielo dei filosofi “puri” e “senza rimorsi”, oppure alle leggende popolari infarcite di folklore. Ci vuole perciò un atto di amore, questo sì senza rimorsi, senza riguardi per le tesi che periodicamente in voga affliggono la possibilità di incontrare il Maestro e immergersi nella sua visione liberatrice. Iyer non ha rimorsi a rischiare un film solo apparentemente naive, solo apparentemente scritto sulla base della vita leggendaria, per descrivere l’unità, l’indissolubilità di filosofia, devozione, poesia e natura che l’intuizione del Maestro trasforma in verità liberatrice. Uno Shankara noto, ma diverso, indiano ma francescano, immerso nella natura severa e generosa dell’India, in cui scelse di vivere, ancora bambino, per seguire la sua vocazione monastica, la sua amicizia indissolubile con la Verità. Il discorso di Iyer insegue la Vocazione di Shankara, dall’abbandono del mondo perfetto dell’infanzia e le cure dell’amatissima madre, alle grotte oscure e austere dove attende l’istruzione dei più celebri maestri del suo tempo, fino alla decisione, circondato dall’amore e dalla partecipazione dei fratelli, di riprendere la strada, sotto il sole cocente, e incontrare il Divino là dove prende dimora, e lì adorarlo, indicarlo, cantarlo, stabilire dimore per i suoi fratelli. Il divino che è la donna che lo serve con semplicità, il giovane che ricerca la sua istruzione, il cuore che canta l’unità del tutto o che pena per la transitorietà di tutto. Il divino è l’Atman, la vera ispirazione del canto, dell’amore, della filosofia, della devozione.

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