Posted by Beatrice on July 30, 2009
…dagli interdetti agonici e dai tabù tetanici delle famiglie appiccicate e recluse che borbottano meccanicamente rosari, al buio per economia, e considerano ogni spesa una calamità, ogni scampanellata un annunzio di sventura, ogni viaggio uno sperpero inammissibile, ogni divertimento una vergogna insensata; e tengono come solo metro di giudizio che cosa ne penserebbero gli altri, i vicini, le vicine, le zie, le cugine, le vecchine, e una certa famiglia di conoscenza che funziona (da decenni, reciprocamente) come esempio, come controllo, come giudice; e giudicano sommamente sconsiderato e colpevole chi segue una propria vocazione artistica o umana, invece di sacrificarsi com’è doveroso, di soffrire giacché è prescritto, di ubbidire a chi ne sa più di te, di mostrare finalmente con privazioni dolorose e inutili un po’ di riconoscenza a chi ti ha messo al mondo e ha fatto tanti sacrifici per te, di dare un po’ di soddisfazione ai tuoi cari che avranno i capelli bianchi anche per colpa tua, di pensare al futuro, di non star con la testa fra le nuvole, di ragionare coi piedi per terra, di non essere maleducato e inopportuno chiamando sempre le cose col loro nome, e poi di riflettere seriamente, lo scribacchiare ha sempre dato tanti dispiaceri e soddisfazioni nessuna, e poi perché voler fare a ogni costo gli originali, i diversi dagli altri, quelli che si vogliono far notare ad ogni costo? Dunque, abbracciare una professione solida. Le soddisfazioni, verranno poi. In quanto ai dispiaceri, si sa, ce n’è per tutti. E i sacrifici? Quelli verranno ricompensati nell’Altro Mondo, si sa… Gli incunaboli della Cognizione del dolore verranno sviluppandosi fra il monotono ricatto sentimentale degli affetti domestici esasperati dalla convivenza, lungo l’iterata convinzione che il Buon Dio sospenda i castighi soltanto quando si soffre per fargli un piacerino con tanti sacrifici, sprofondando nel culto ossessivo per i defunti, praticato come rituale perpetuo, giacché mentre i vivi vengono trattati malissimo, con angherie, rifiuti, sarcasmi, il lutto per i congiunti spinge a gremire d’immagini di nonne cattive e di nonni perfidi e di lumini perpetui perfino la sala da pranzo, lo studio, l’ufficio, il negozio, la cucina, con fiori che costano evidentemente molto di più di quanto sarebbe costato qualche regalo, sempre negato, «per non abituarli male», ai medesimi congiunti quando erano vivi… Don Gonzalo si aggirerà intorno ai meccanismi immutabili dell’autopunizione, al rifiuto di ogni ipotesi diversa dall’«in casa nostra si è sempre fatto così», al ripiegamento sconsolante sui gesti meschini consacrati dalla consuetudine, sulle frasi fatte della saggezza di un ceto medio-alto completamente paranoico, sugli orari imbecilli imposti dai riguardi per la povera mamma e per i suoi disturbi… dovrà attraversare una diffidenza sistematica per qualunque estensione possibile della personalità o dell’attività fuori di casa, insieme all’istintivo orrore per tutto ciò che possa apparire bello o comodo o piacevole – e dunque colpevole! (non per niente l’invettiva della condanna moralistica suona costantemente sarebbe troppo comodo!) – nell’esistenza borghese lombarda…
Da: Giugenna.com
Posted by Beatrice on October 8, 2008
Secondo gli uomini gli esseri sono mortali. Lo sono ancora di più i deboli, i solitari, gli sterili, i celibi e le nubili. Secondo gli uomini, i testimoni sono presenze accidentali sul luogo di un delitto che è un fatto compiuto, e alternativamente può essere o meno rivelato, e ne sono dei complici o degli osservatori inattendibili e fallaci. Sono sempre sostanzialmente scomodi e dubitabili.
Con questa idea di laicità liscia e indisturbata il secolo breve li ha praticamente aboliti. Perciò ci sembra di vederne l’ombra sul muro, ci sembra di percepirne il dolore e quella potenza ci fa pensare alla disperazione. Si sono invertiti gli attributi, perchè ciò che è potente diventa disperato, ciò che è lucido è folle, ciò che ha osservato tutto e conosce tutto è solo. Siamo noi l’ombra sul muro, è il nostro silenzio ammutolito nella ricerca tossica della felicità. Preferiamo morire che soffrire. Diventiamo ombre, scompare la nostra narrazione, l’io che non teme di conoscere la verità su tutto.
Alcuni di noi scontano di essere nati sulla soglia, per aver conosciuto i vecchi testimoni, averne ricevuto la parola e ascoltato i racconti e poi per aver vegliato la loro morte fisica. Ci dicono, o ci diranno, che siamo toccati da una sorta di malocchio dell’anima, che è proprio così, un occhio anomalo, che viene trasmesso per via immateriale, che restituisce un quadro affatto idilliaco e per nulla conciliante della storia e del mondo e poi, per esteso, dello spirito. Perchè ovunque poseremo lo sguardo, poseremo anche un occhio differente, l’occhio del testimone, quello che non ha filtri, quello che non ha intenzione di proteggersi, che non è mai d’accordo, che discrimina e che discrimina perchè ama. E non dovrebbe mai tacere. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on October 1, 2008
Maya Darshan
Pensavo: se lei mi percuote così, chissà cosa mi farà la vita. Perchè la madre è la vita buona, quella dalla tua parte. Perchè se lei strappa, significa che là fuori c’è già il post diluvio. Ma non era vero. Non è la vita, è altro, E’ qualcosa di me, ma altro, completamente altro.
Me ne sono ricordata, come per incanto, quando ho rimesso gli occhi su un monitor per mettere in fila delle parole. Qualcuno passava alle mie spalle e mi minacciava in silenzio. Lei non avrebbe taciuto, non si sarebbe limitata a passare. Il suo silenzio si sarebbe rivelato soltanto molto dopo, quando il bottino dei prigionieri fosse al completo.
La mente è altro. Prima obbedisce in sudditanza cieca alla ragione di un padrone invisibile e feroce, la mente è sudditanza, la ragione è sudditanza. E’ l’esecutore senza colpa, efferato, il male banale, il grido. Gridava. Gelava il sangue. Paralizzava. Non c’è nulla che si possa opporre al grido materno, non c’è più forza, non c’è altra ragione, non c’è obiettivo. Al grido materno si soccombe, ci si fa muti, si attende il disvelamento dell’Assoluto (come insegna la vita di Ramakrishna), si è disposti a morire immediatamente. Si muore.
Dopo la morte, insegnano i libri misterici del tragitto, c’è un lungo mercanteggiare con i fantasmi del non-tempo, i padroni delle grida, o altri servi di fattura più sottile, indistruttibili (allo sguardo). Con la morte calano le grida, resiste la tensione, si accorcia un po’ alla volta la distanza, ma senza avere pace, senza avere coscienza di sé, senza riconoscimento, nella foresta dell’arbitrio ingannevole, nella sete. Finchè non si chieda la pace, davvero. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on September 17, 2007
Sono nata e cresciuta in una casa che rimbombava delle note del melodramma lirico ad ogni ora. Nel corso degli anni mi portarono ad assistere all’opera nei teatri italiani: all’Arena di Verona, alla Scala, alla Fenice prima dell’incendio; e anche al Regio di Parma, a Modena, a Bologna, all’Opera di Roma, ecc ecc. Andavamo col pulman. Era un pulman stipato di creature immaginarie, come noi. Avevamo un abito elegante e sobrio, molto sobrio e rialzato con le spalline, un po’ di bigiotteria e qualche gioiello della nonna. Avevamo attorno signore composte e colte, secondo il canone del secolo scorso, professoresse, mogli di, coppie di anziani con arie aristocratiche, sognatori, zitelle con le lenti spesse. Un mondo di compostezza, virtù e repressione emozionale che cercava le grida dei cantanti e il calore delle romanze, che si esaltava a quelle smanie amorose e agli intrighi che non avrebbe mai conosciuto direttamente. Un mondo sommesso ed educato, mite, che si lasciava trasportare lecitamente solo dall’emozione del belcanto. Sopra la mesta piegatura delle gonne di tweed, sopra l’illuminazione al neon delle cucine, sulla pioggia che inondava le strade d’autunno, sopra l’odore scomparso
dell’estate, dominava l’immaginario l’ultimo archetipo occidentale vivente, una divinità che gridava la sua energia soprannaturale direttamente dalla Grecia del mito, energia femminile arcaica ed elegantissima, sintesi di distacco e di passione.
Avevo sette anni quando arrivò la notizia che la Divina, Maria Callas, era morta a Parigi. L’icona sacra lumeggiava dal grande tv in bianco e nero, il candido della pelle su cui si disegnavano gli occhi dipinti, i veli scuri, il bagliore delle luci di scena, la figura ieratica, le sopracciglia saettanti, lo sguardo più intenso del secolo. La Callas senza il bianco e nero non è la Callas, l’ho vista molti anni dopo, diretta a colori da Pasolini in Medea: una creatura fragile, quasi piccola sotto l’enormità del costume di scena, segnata dal dolore, rigida, di una insicurezza isterica, che privata della voce e della densità del melodramma, era come un uccello legato e affamato. Ma quel notiziario di settembre era ancora l’elegia del mito, bianco e nero come la Luna. Per quel breve tempo, un mondo non ancora di nicchia, visse il privilegio anacronistico di tuffarsi nel sogno e nella devozione della sacerdotessa eterna, di venerarla e di temerla, di guardarla con un brivido, di vivere una emozione ormai indecifrabile che da quel volto bianco e nero rispecchiava ricordi arcaici, guidati dalla musica sentimentale e nostalgica per eccellenza, fino a intuire la soglia di un mistero che sconfinava dalla liceità delle pagine dei libretti. Perciò in alcuni prevalse la repulsione; si disse che era stonata, che interpretava senza criterio, che rovinava le regole auree del canto. In realtà quella visione della soglia, dell’oltre-tempo, quasi una visione del soprannaturale, non poteva che creare sconcerto.
Per me, bambina tra le nuvole, che ricordava le vite passate, era segno che il passato non era morto, che ancora Lei esisteva e richiamava a sé i cuori, intrappolati nel concerto di torbido e di innocente che scatenava in chi non poteva fare a meno di adorarla, lei che rappresentava non l’opera sguaiata, ma il Mistero - quello antico, la rappresentazione di sé. Questo arrivava per vie non verbali alla mia sensibilità eccitabile, confermato dalle parole accorate, dai commenti di ammirazione e perfino dalle critiche feroci che si riversavano verso quell’immagine familiare, ormai incastrata per sempre nell’inconscio a incarnare un’Idea che niente aveva a che fare con la sua professione, ma molto con la sua bravura. Tutti avevano la certezza di avere assistito a qualcosa di unico, ammiratori, devoti e detrattori non potevano negare, per un verso o per l’altro, di avere incontrato un fenomeno francamente eccezionale, perciò fu chiamata la “Divina”.
Mi è difficile non sentire, al ricordo di quel sentimento, quasi una stretta di rammarico. Quella divinità si sostanziava in tragedia, che colpì per primo l’essere che la impersonava, condannato alla solitudine e a una morte prematura. Poi divorò le anime ingenue che avevano creduto quasi religiosamente al bagliore lunare della sua immagine e al suono che emanava. Fu la fine dell’innocenza che adorava romanticamente la personalità individuale, la grande personalità, come si diceva allora, l’interpretazione magistrale che era anche (o soprattutto) l’interpretazione della vita, come da sempre e fino ad allora si intendeva il valore e la grandezza di un essere umano. Poi fu il diluvio.

Posted by Beatrice on August 26, 2007
Si vedono chiaramente già nell’espressione del volto ancora adolescente la determinazione, la durezza e la forza di volontà della piccola albanese macedone. Della tormentata vicenda della sua fede si era già bisbigliato, qualcosa era finito per trapelare perfino nello sceneggiato televisivo a lei dedicato. Non di meno, per decenni Madre Teresa è stata presentata come un’icona melliflua dell’amore, o invece di quell’amore militante
contro i nemici della religione cattolica e dei suoi valori, quasi un profilo di cartone con cui nascondere, se ce ne fosse bisogno, l’abisso del cuore in cui si deve immergere il cercatore di Dio. Per il paradigma del catechismo materialista, lei aveva semplicemente nutrito gli affamati, vestito gli ignudi, eccetera eccetera, mentre ciò che di più spirituale l’aveva animata - la lotta del cuore, gli errori, la ferocia del divino - era registrato solo dai detrattori come onta da sbandierare anche questa, ma a sostegno delle tesi anti-cattoliche. Perciò ad alcuni la “santa” è diventata antipatica, senza nulla di personale, dato che non tutti apprezzano veder sventolare bandiere come argomenti spirituali. La questione, tra l’altro, sembrava un dibattito tra le due tesi materialiste dominanti: meglio servire la materia appellandosi a Gesù o appellandosi al materialismo storico? Nonostante la pessima compagnia, però, la suora per eccellenza è rimasta sempre un tarlo nella coscienza dei ricercatori, come un mistero non rivelato, qualcosa che è stato nascosto dalla prepotente campagna mediatica con la sua effige, e che aveva certamente molto da illuminare. La radicalità e la potenza della sua esperienza “sul campo”, che non hanno avuto eguali, l’amore per Cristo e l’assorbimento profondo della spiritualità indiana, non induista-settaria, l’anelito non privo di apparente sciovinismo a realizzare l’unicità del Cristo, ad ogni costo, l’ascesi senza concessioni, ci sembrano potenti fendenti di Viveka, della discriminazione filosofica che vide impegnati i grandi mistici-filosofi dell’Essere. Continua a leggere »