Posted by Beatrice on September 30, 2008
Erano migliaia di fotografie, in disordine, che ricadevano sul mondo che voleva curiosare un mistero che tutti si aspettavano di carpire col desiderio. E scorrevo, una sera, tra le pagine, tra la noia delle solite idee che gonfiano e deludono l’immaginario, la guaritrice, la devota, la santa, la maestra, la bellezza e i segni di una miseria che sembra entrare come un disturbatore quasi di traverso, tra i denti mancanti, la scarsa igiene e lo sguardo buono che hanno quelli che hanno del corpo la percezione odorosa sgradevole, amarognola e pungente. Sei umile e presuntuosa come usava una volta. Allora una sola foto blocca lo scorrimento quasi automatico: perchè quella sono io. Quando ho fatto questa foto? che giorno era? ricordo perfettamente…
Poche ore dopo mi ridi giocosa, con i vasi tra le mani, due tre giare di coccio, aperte, che mi mostri, esultante come una bambina: dimmi, di chi è l’aria che riempie questi vasi, sono io o sei tu? E così via ridendo, per mesi, mi porti tra le tue cose, la tua gente, la tua visione delle piante brutte di un giardino pubblico che diventa l’India mitica dei cuori, tra le donne dolenti di patimenti antichi e moderni, trasfigurate, i bambini che ci vedono attoniti e il resto che luccica attorno di cromatismi insensati di primavera. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on September 19, 2008
Cosa sta succedendo. Diciamo che siamo arrivati al colpo di scena, quello che nessuno aveva osato pronunciare, quella frase che farà crollare il teatro dagli applausi o dai fischi e le urla. Avete presente benissimo tutto il dramma consumatosi negli ultimi decenni: tutte le volte che per mettervi/ci al palo ed essere ben sicuri che foste incatenati in massima sicurezza vi/ci è stato detto: non ci sono più fondi, non ci sono più posti, sei il primo della lista degli esclusi, non ci sono i titoli, non c’è copertura, non c’è la maggioranza in giunta, non c’è appoggio politico, non c’è interesse, non è il momento, è troppo presto, è troppo tardi, non ti conosciamo…
Ora la stessa impiegata piccolina con gli occhiali sul naso, lo stesso assessore pelato con il Manifesto in tasca, lo stesso capetto con i pantaloni arancio e la tenuta da barca, la stessa arcigna signora cotonata, e la bellissima piena di gioielli stanno calando l’asso: ci dispiace, ma è finito il mondo.
Se siete davvero preoccupati, se davvero siete convinti di morire, fate un bel respiro e lasciatevi andare. Se no, ricordatevi come siete sopravvissuti fino ad ora. E preparatevi a continuare.
A me piacciono i temporali, io e il mio gatto siamo poeti romantici e con il temporale ci piazziamo in terrazza a guardare i lampi e scambiarci estatiche smancerie. Ci piace guardare il mondo che si illumina all’improvviso, di una luce uguale e senza ombre, spaventosa, ci piace il freddo della pioggia torrenziale e ci piace sobbalzare e stringere le spalle quando arriva il tuono. E poi ci sentiamo inspiegabilmente felici. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on July 5, 2008
Gli adulti vedevano gli Ufo ma, strano, i bambini no.
Credo di aver smesso di giocare “a marziani” quando qualcuno a me abbastanza vicino cominciò a raccontare di veri avvistamenti. Se quello, quel tipo di uomo aveva visto, allora la cosa cadeva completamente al di fuori del regno dell’Immaginario-sacro dell’infanzia, dal mondo inviolato dell’invisibile e del sovrano, cioè non-politico e non-duale. Era un immaginario posseduto, violato. Quindi cancellato. Non era più possibile giocare perchè il fatto entrava nella realtà, che è quella cosa, ti abitui in quegli anni, che ti dicono che sia. Anche se non è. Gli Ufo, infatti, esistono, ci spiegava la tv ieri sera.
Tra la famiglia d’origine di mia madre e quella di mio padre c’erano appena 20 km di distanza. Vicende estremamente distanti nello spazio, alla fine confluivano in un raggio limitato. In realtà i miei erano due cosmonauti che avevano attraversato distanze siderali per ritrovarsi, come sbalzati dalle rispettive orbite, a condividere gli studi e lo status sociale della nuova classe media, che raccoglieva da altri pianeti quelli che avrebbero abitato la nostra colonia aliena. E io, che nascevo in essa, non ero già più il contatto tra i pianeti precedenti, perchè in quei due pianeti, comprenderò poi, già da molto non abitava più nessuno, solo registrazioni, fantasmi e l’eco di altre vite ormai cancellate dalla storia senza storia che dovevamo incominciare a vivere ora.
La vicenda dell’uomo col giornale si svolgeva sul pianeta Terra, Roma. Gli alieni guardavano dal monitor della cucina lo svolgimento dell’intricata mitologia, e sibilavano o borbottavano nei dialetti dei vecchi pianeti la riprovazione per quasi tutti i protagonisti. Di fronte a quella rappresentazione i nuovi abitanti del pianeta erano alieni. Nessuno dei loro dialetti, né i poveri strumenti dell’istruzione presuntuosa che avevano ricevuto era adeguato a rispondere a questo enigma. La cittadinanza appena inaugurata già vacillava. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on June 22, 2008
(a G.G.)
A me spettava UN solo cartone animato, perchè “pop” era il nome del Male, la radice di ogni male, era il Nemico, più di quanto mai si potrebbe affermare oggi. Perchè l’Amico stava arrivando, come nella prima chiesa avventista, e noi dovevamo entrare tra i salvati. L’Amico avrebbe fatto piazza pulita dei nemici e della loro sottocultura Pop, innanzitutto. Era alla porte, lo sussurrava anche la tv. Se qualcuno si fosse distratto: no, non è arrivato, anzi dicono sia crollato, per la magia nera di un papa polacco. Deo gratias. I bambini si allontanavano dalla fascinazione televisiva , ad esempio iscrivendoli al conservatorio in tenera età, anche se sprovvisti del benchè minimo talento. Gonna a pieghe, olimpiadi, sguardo basso, niente dischi pop, neanche Battiato, neanche Clayderman, sprezzo e condanna per i Gatti del Vicolo. Puri come gli Shankaracharya bambini, l’educazione era ascesi, l’apprendimento familiarità esclusiva con l’Ideale, si plasmavano mere coscienze. Questo era tutto il mondo di “prima”, e anche il rivoluzionario era radicalmente un tadizionale. E nelle formule più tradizionali si ritrova e risolve.
Se chiedevo a uno psico-patico-terapeuta cosa fare, quando la vita mi chiese di sapere il pop, fin nell’assorbimento del midollo, lo psico rispondeva: se ha problemi con la famiglia di origine si emancipi, vada a fare la cameriera o la baby sitter, si dimentichi il suo atteggiamento ipercritico, è antipatico, è da falliti. I lavori forzati, insomma, quelli che avrebbe previsto per il “lunatico” anche l’Amico, se mai si fosse palesato. Immagino bene lo sconcerto di chi si è fidato, e ha creduto alla “Libertà” come a un’altra religione salvifica, e ha obbedito. Immagino qualcuno si sia trasformato in un serial-killer, o in un massacratore di famigliari, o in un consulente Mediolanum. Sradicare. Scatenare il rancore. La depressione è la manna. Si distribuiscano rimedi chimici vergognosi, a grappolo. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on September 17, 2007
Sono nata e cresciuta in una casa che rimbombava delle note del melodramma lirico ad ogni ora. Nel corso degli anni mi portarono ad assistere all’opera nei teatri italiani: all’Arena di Verona, alla Scala, alla Fenice prima dell’incendio; e anche al Regio di Parma, a Modena, a Bologna, all’Opera di Roma, ecc ecc. Andavamo col pulman. Era un pulman stipato di creature immaginarie, come noi. Avevamo un abito elegante e sobrio, molto sobrio e rialzato con le spalline, un po’ di bigiotteria e qualche gioiello della nonna. Avevamo attorno signore composte e colte, secondo il canone del secolo scorso, professoresse, mogli di, coppie di anziani con arie aristocratiche, sognatori, zitelle con le lenti spesse. Un mondo di compostezza, virtù e repressione emozionale che cercava le grida dei cantanti e il calore delle romanze, che si esaltava a quelle smanie amorose e agli intrighi che non avrebbe mai conosciuto direttamente. Un mondo sommesso ed educato, mite, che si lasciava trasportare lecitamente solo dall’emozione del belcanto. Sopra la mesta piegatura delle gonne di tweed, sopra l’illuminazione al neon delle cucine, sulla pioggia che inondava le strade d’autunno, sopra l’odore scomparso
dell’estate, dominava l’immaginario l’ultimo archetipo occidentale vivente, una divinità che gridava la sua energia soprannaturale direttamente dalla Grecia del mito, energia femminile arcaica ed elegantissima, sintesi di distacco e di passione.
Avevo sette anni quando arrivò la notizia che la Divina, Maria Callas, era morta a Parigi. L’icona sacra lumeggiava dal grande tv in bianco e nero, il candido della pelle su cui si disegnavano gli occhi dipinti, i veli scuri, il bagliore delle luci di scena, la figura ieratica, le sopracciglia saettanti, lo sguardo più intenso del secolo. La Callas senza il bianco e nero non è la Callas, l’ho vista molti anni dopo, diretta a colori da Pasolini in Medea: una creatura fragile, quasi piccola sotto l’enormità del costume di scena, segnata dal dolore, rigida, di una insicurezza isterica, che privata della voce e della densità del melodramma, era come un uccello legato e affamato. Ma quel notiziario di settembre era ancora l’elegia del mito, bianco e nero come la Luna. Per quel breve tempo, un mondo non ancora di nicchia, visse il privilegio anacronistico di tuffarsi nel sogno e nella devozione della sacerdotessa eterna, di venerarla e di temerla, di guardarla con un brivido, di vivere una emozione ormai indecifrabile che da quel volto bianco e nero rispecchiava ricordi arcaici, guidati dalla musica sentimentale e nostalgica per eccellenza, fino a intuire la soglia di un mistero che sconfinava dalla liceità delle pagine dei libretti. Perciò in alcuni prevalse la repulsione; si disse che era stonata, che interpretava senza criterio, che rovinava le regole auree del canto. In realtà quella visione della soglia, dell’oltre-tempo, quasi una visione del soprannaturale, non poteva che creare sconcerto.
Per me, bambina tra le nuvole, che ricordava le vite passate, era segno che il passato non era morto, che ancora Lei esisteva e richiamava a sé i cuori, intrappolati nel concerto di torbido e di innocente che scatenava in chi non poteva fare a meno di adorarla, lei che rappresentava non l’opera sguaiata, ma il Mistero - quello antico, la rappresentazione di sé. Questo arrivava per vie non verbali alla mia sensibilità eccitabile, confermato dalle parole accorate, dai commenti di ammirazione e perfino dalle critiche feroci che si riversavano verso quell’immagine familiare, ormai incastrata per sempre nell’inconscio a incarnare un’Idea che niente aveva a che fare con la sua professione, ma molto con la sua bravura. Tutti avevano la certezza di avere assistito a qualcosa di unico, ammiratori, devoti e detrattori non potevano negare, per un verso o per l’altro, di avere incontrato un fenomeno francamente eccezionale, perciò fu chiamata la “Divina”.
Mi è difficile non sentire, al ricordo di quel sentimento, quasi una stretta di rammarico. Quella divinità si sostanziava in tragedia, che colpì per primo l’essere che la impersonava, condannato alla solitudine e a una morte prematura. Poi divorò le anime ingenue che avevano creduto quasi religiosamente al bagliore lunare della sua immagine e al suono che emanava. Fu la fine dell’innocenza che adorava romanticamente la personalità individuale, la grande personalità, come si diceva allora, l’interpretazione magistrale che era anche (o soprattutto) l’interpretazione della vita, come da sempre e fino ad allora si intendeva il valore e la grandezza di un essere umano. Poi fu il diluvio.

Posted by Beatrice on September 5, 2007
Negli anni ‘70 c’erano molte case in cui regnavano “sani principi” difesi con tenacia da partigiani, dove le figlie si muovevano con molta cautela, rimproverate comunque della loro poca grazia, dove si teneva la morale stretta tra i denti, con orari e discussioni a senso unico, dove c’erano persone laboriose e niente affatto brillanti e dove si cresceva in timoroso silenzio e colpevole disordine segreto. Ognuna di queste case era retta da un codice morale, ideologico o spirituale che rendeva le mura di cinta fortemente simboliche. Ideologie, posizioni etiche, politica e religioni o qualsiasi idea anche personalissima e sbagliata, aveva preso albergo dentro le case, nel ristretto gruppo umano delle famiglie e lì regnava, scompaginata dal resto del mondo in subbuglio, cercando di diventare un’enclave inviolabile, baluardo contro l’avanzare di un mondo incontenibile e avverso a ogni principio.
Negli ambienti ancora pervasi da un certo calore, cosparsi di oggetti nuovi e scintillanti dai colori sull’arancio, siamo stati fotografati sfocati, cosparsi anche noi di un colore arancio e slavato, perchè solo troppo tardi, come in un ricordo postumo, dovessimo riconoscere da quegli indizi che possedevamo una bellezza abbagliante, quasi soprannaturale, irripetibile. Dentro quelle mura solide e in mezzo alla luminosità di alberi rigogliosi e cieli ancora lindi, intanto, senza che qualcuno lo avesse nominato mai, si insinuava un’ombra che lentamente avrebbe fagocitato in sé ogni cosa. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on August 30, 2007
Era quasi la metà degli anni ‘90 e sembra il secolo scorso. Era la fine del secolo scorso, non solo dal punto di vista temporale, era qualcosa che potremmo chiamare un evento epocale o una mutazione storica. Le nostre case, o le stanze private, rigurgitavano carta: libri e giornali, riviste, cataloghi, qualsiasi cosa potesse contenere informazioni, e in un angolo stava appisolato uno dei primi personal computer che abbiamo posseduto, forte della sua terrificante schermata nera. Fino a quel momento era stato un attrezzo per ragionieri, matematici e scorbutici vari, imparato a malavoglia e malamente capito da tutti gli altri. Le cose belle stavano altrove e per rintracciarle avevamo raccolto tonnellate di carta, che però andava in una sola direzione: da un polo oscuro di produzione a noi avidi e un po’ patetici consumatori. Magari sognavamo gli epistolari infiniti tra gli scrittori del novecento, magari avevamo riempito centinaia di quaderni a mano tanto per non impazzire. Era la vita di “prima”, almeno quella di chi ha bisogno di caratteri scritti come le balene del plancton.
C’era però Franco Carlini, e qualcun altro, che dalla carta scritta con cui ci sommergevamo cominciava a disegnare il futuro di una forma di comunicazione in cui le distanze geografiche e politiche del pianeta non sarebbero più state una prigione invalicabile, in cui dai rapporti di contiguità (del rapportarsi con chi abita nello stesso territorio) si sarebbe passati a rapporti di comunità tra persone di simili interessi o percorsi: virtualità. Avrebbe reso intelligibile e attingibile la complessità del mondo, quando con questo strumento avremmo avuto immediata disponibilità di informazioni, testi e contatti personali. Tutto quello che era dilatato e disperso in lunghe traiettorie del tempo e dello spazio, si disponeva in un insieme orizzontale che si raggruppava immediatamente per chiavi, e quel tutto poteva diventare altro, perchè la conoscenza si liberava e si rielaborava in flussi non più direzionati. Continua a leggere »