Posted by beatrice on January 26, 2011
Come il seme Ankola va verso il suo gambo, il ferro verso la calamita, la moglie va al marito, la pianta al suo albero, il fiume verso l’oceano, così l’anima si trova sempre a volgersi ai piedi del Signore. Questa attrazione si chiama devozione, Bhakti. – Sivanandalhari
“Bhakti è il saldo attaccamento al Dio Supremo.” – Shandilya Bhakti Sutra
Di solito la gente guarda a Dio come esistente al di fuori di sé e dotato di una personalità individuata come la propria. L’Jnani (saggio illuminato) vede invece anche il Dio personale come nessun altro che se stesso, e l’amore di sé, in questo caso, è o diventa l’amore di Dio (personale). Nel suo caso, la devozione è definita come la realizzazione del Sé. Altri, che pensano il Dio personale come qualcosa di esterno a se stessi, sviluppano una profonda devozione per tale Dio e, infine, fondono la propria identità con la Sua. L’accordo amoroso del sé, vibra e risuona non visto. In realtà, il culto, anzi, ogni pensiero o sentimento intenso e concentrato, è la fusione della mente con l’oggetto adorato o su cui è concentrata. Un’intensa fede nel Dio personale, quindi, porta il devoto facilmente e naturalmente alla fede e alla devozione per l’ Assoluto impersonale (Swarupa Brahman). Nella maggior parte, gli inizi della devozione al Dio personale sono riconducibili al desiderio di evitare dolore e raggiungere la felicità. Così, con acume e con piacere le persone si avvicinano al loro Dio, investendo Lui di nome e forma, per raggiungere gli obiettivi che desiderano. Anche dopo essere stati esauditi, l’abitudine alla devozione continua, e nella mente allenata ad adorare Dio con forma e nome si sviluppa il potere di soffermarsi sull’informe e senza nome. Gli oggetti evanescenti, esaurita la prima istanza di devozione a un Dio personale, non soddisfano pienamente l’anima aspirante che ha sete di una felicità permanente. Con questo slancio rinnovato, teso a cercare qualcosa di più di una felicità relativa, l’anima progredisce smettendo la contemplazione di nome e forma e tenta di concepire e realizzare l’Assoluto (Brahman). Dunque la devozione a un Dio personale si trasforma o matura gradualmente nella devozione all’Impersonale, che è lo stesso Vichara (ricerca di sé, indagine) e la sua realizzazione.
Indagine sul Sé non è altro che devozione. – Vivekachudamani
La devozione può all’inizio essere discontinua. Non è necessario forzare l’aspirante, poichè maturando diventerà più stabile, fino poi a fluire in una corrente ininterrotta. Quando la devozione (personale) è avanzata, una breve istruzione (Sravana) è sufficiente per il passaggio successivo all’Jnana. La fede sostiene lo sviluppo dell’intuizione e la realizzazione dell’illuminazione nella Coscienza Cosmica. Così, i primi deboli sforzi dell’aspirante, la devozione per il nome e la forma, tra interruzioni e discontinuità, e per raggiungere obiettivi transitori o meno, alla fine lo portano di là di ogni nome e forma, in una corrente ininterrotta di amore per l’Assoluto. Questa è la Salvezza (Mukti).
Da: http://www.arunachala.org/newsletters/2011/?pg=jan-feb#article.1
Ramana Maharshi sull’esperienza di Gandhi, a proposito dello stato privo di pensiero
Posted by beatrice on January 14, 2011
Il tema del silenzio e dello stato privo di pensiero fu ripreso da Bhagavan citando, con approvazione, un passaggio di Gandhi in cui quest’ultimo dava descrizione della propria esperienza di non pensiero.
Sri Bhagavan si soffermò su seguente passo di Gandhi:
“Come sono misteriose le vie del Signore! Questo viaggio a Rajkot è stupefacente anche per me. Perché vi sto andando, dove sto andando? Per cosa? Non ho pensato a nessuna di queste cose. E se Dio mi guida, che cosa devo pensare, perché dovrei pensare? Anche il pensiero può essere un ostacolo sulla via della Sua guida.
Il fatto è che non ho fatto alcuno sforzo per smettere di pensare. I pensieri non arrivano. In realtà, sebbene non sia il vuoto, voglio dire che non c’è pensiero alcuno sulla missione”.
Sri Bhagavan sottolinò che tali le parole erano vere e ribadì ogni istruzione contenuta nel brano. Poi collegò una citazione di Thayumanavar a proposito dello Stato privo di pensiero:
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Dio personale e Dio impersonale. Una lettera.
Posted by Beatrice on December 26, 2007
Salve Beatrice,
desidero avere dei chiarimenti sull’insegnamento di Sri Ramana Maharshi.
Questi considera Dio la Suprema Realtà non duale e quindi priva di caratteristiche e qualità. Poi però sostiene che Dio si prende cura personalmente di ciascuno di noi e che questo dovrebbe indurci ad abbandonarci a Lui. Personalmente non riesco a realizzare come si possa conciliare il nondualismo di chi crede ad un Dio impersonale con una visione delle cose in base alla quale Dio si occupa personalmente di noi. Ci vedo una contraddizione in termini. Se le fosse possibile aiutarmi a comprendere meglio il pensiero di Sri Bhagavan gliene sarei grato.
Un fraterno saluto (lettera firmata)
Salve (…),
grazie della fiducia che mi accorda.
Non oserò tentare di interpretare le parole di Ramana, posso al limite cercare di chiarire il punto, alla luce di quello che conosco della filosofia indiana.
L’esistenza di due gradi di consapevolezza del divino, una personale e una impersonale, ha costituito il fondamento per definire il sistema Indù una “doppia religione”: una per la fede delle persone comuni, bisognose di un Dio qualificato e personale, una per gli iniziati al cammino della non-dualità, che aspirano a realizzare la Realtà Suprema senza attributi, o impersonale. Questa duplicità ovviamente è formale e prende atto semplicemente di due diversi gradi di consapevolezza spirituale che si determinano nella coscienza umana, non in Dio. Non esistono in realtà due condizioni divine, ma solo una, quella impersonale, senza attributi e senza dualità, che pertanto racchiude tutto l’esistente, lo comprende e lo unifica.
Il fatto per cui l’Assoluto non nega e non abbandona l’umano è proprio nel suo Essere, cioè essere Reale, esistente, “Sat”, non una mera costruzione intellettuale o astratta. Il fatto che “esista” è sperimentabile anche attraverso la devozione al Dio qualificato verso cui indirizzare la propria speranza di salvezza e di liberazione; Quello esiste, E’, perciò non mancherà di palesarsi alla consapevolezza del devoto secondo i desideri e le capacità di comprensione di questi. Perchè con questa manifestazione amorevole o compassionevole è evidente che il cammino, da qualsiasi stato di coscienza incominci, non va verso una vuota astrazione filosofica, ma verso una presenza reale e sperimentabile, che è già presente.
La devozione, o bhakti, è caldamente sostenuta da tutti i Maestri della Tradizione Vedanta. Soltanto alcune trasposizioni occidentali, o filo-occidentali, hanno declassato il valore e il ruolo della devozione a pratica “minore” o addirittura sconsigliata, compiendo un’operazione filosoficamente scorretta.
L’abbandono a Dio, con o senza attributi, corrisponde al fondamentale gesto interiore di abbandono del giudizio su se stessi, sulla vita e sulle cose, che è essenziale se si vuole arrivare ad abbandonare l’automatismo del desiderio e della repulsione, ovvero le ambizioni e le paure che vincolano la coscienza all’io corporeo e limitato, quindi alla sofferenza o al samsara. Più l’abbandono dell’io è fiducioso e sereno, più la coscienza è libera di aprirsi alla consapevolezza della Realtà Suprema – che definiamo impersonale, nonduale, ecc, ma che in realtà E’, semplicemente E’, è l’unica realtà. Con la devozione si coglie in maniera naturale e graduale questa Realtà.
Ramana, come gli altri saggi e illuminati, non cercava di dare sfoggio di erudizione filosofica, ma di aiutare le persone a realizzare il Sé; per cui non negava, ma sosteneva e indirizzava nella giusta direzione, anche la pratica religiosa semplice, le tradizioni e le pratiche che da millenni sono strumenti dell’evoluzione spirituale. Spesso può capitare di leggere delle “contraddizioni” perchè si cerca di individuare un percorso filosofico puro, quasi accademico, quando l’insegnamento spirituale è invece un sostegno dato disinteressatamente a tutte le coscienze e a tutti i cammini, senza operare esclusioni o scissioni tra i diversi gradi di realtà. Diciamo così, la mente divide, la spiritualità unifica. Questo è il suo scopo.
Un cordiale saluto,
Beatrice
