Sita Navami

Nella visione Indiana gran parte del mito si snoda nel gioco della coppia sacra, che rappresenta non solo il femminile e il maschile, ma ogni polarità fisica o filosofica, fino a quella ultima tra individuato e assoluto, e più in generale tra immanente e trascendente, tra materia e coscienza. Una di queste allegorie è nella vicenda di Sita e Rama, la coppia nata per essere unita, e che deve attraversare il dramma della separazione e patire la lotta per riunificarsi, come lo spirito umano. A giocare contro l’unità dell’essere, è il demone Ravana, immensamente potente perché estremamente devoto, ma corrotto da desideri insaziabili. Ravana rapisce Sita e la trasporta a Lanka, dove si trova il suo regno. Il regno di Ravana è il paese del lusso e dell’accumulo di ogni ricchezza. La descrizione del Ramayana include palazzi, giardini, padiglioni, carri giganteschi, migliaia di concubine e ogni inimmaginabile sfarzo. Il palazzo reale ci viene mostrato di notte (visto con gli occhi di Hanuman), immerso in un sonno profondo, incosciente, alcolico. E Sita, mentre è rinchiusa in quel mondo di eccessi, cade in uno stato di abbattimento e di depressione, tanto da essere evitata perfino da Ravana, che l’aveva tanto desiderata. Vive circondata da esseri mostruosi, suoi carcerieri, che anche quando dimostrano qualche pietà per lei, nulla possono fare per aiutarla, oppressi dalla loro condizione di dipendenza. Solo la scimmia Hanuman riesce a raggiungerla e a recarle la speranza del prossimo arrivo di Rama, per liberarla. Hanuman, indifferente alle lusinghe della ricchezza, appiccherà l’incendio alla città di Lanka, permettendo la vittoria di Rama.
La vicenda di Sita però non è ancora risolta. Per il fatto di aver soggiornato a lungo nel palazzo di Ravana, viene sospettata di tradimento e deve attraversare la prova del fuoco, letteralmente, per dimostrare la propria innocenza. Sebbene Rama non abbia alcun dubbio sul conto di Sita, la gente continua a mormorare. La calunnia muove le sue fila e, infine, Rama è costretto a obbedire alla ragion di stato e ripudiare ingiustamente Sita, in cui soccorso arriva la grande Madre Terra, Bhumi, sua madre, a riprenderla con sé, trasportandola nelle profondità del sottosuolo. Si dice allora che Rama e Sita si ritroveranno, dopo questa vita, oltre questo mondo, nelle vesti loro proprie di Vishnu e Laxmi. Perciò ognuno di noi, in cuor suo, spera che dopo la vita ci sia una riunificazione, il ricongiungimento di ciò che è stato separato nel mondo. Occorre perciò, come Rama, conoscere la verità indipendentemente, e sapere che la separazione è il prodotto delle trame di forze ostili e dell’ignoranza. E come Sita, restare puri, a costo di una profonda tristezza, nel regno del materialismo e dell’abbrutimento, in attesa della liberazione.
Jay Sita Ram!
Felice Sita Navami, 14 maggio 2016

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La nascita di Rama

Re Dasharatha si recò in visita presso il regno di Anga, accompagnato dalle sue regine e i suoi ministri. Romapada, il re di Anga e suo parente, accolse con piacere il corteo reale e gli tributò tutti gli onori. Dopo i saluti di rito, Dasharatha espose il motivo della sua visita: “Mio caro amico, tu sai che io sono senza figli e desidero una discendenza. E’ stato predetto dal grande saggio Sanat Kumara che solo Rishyashringa, marito di tua figlia di Shanta, può condurre il rituale per assicurarmi una discendenza. In assenza di suo padre Vibhandaka, tu sei come un padre per lui. Ti chiedo gentilmente, accompagnalo ad Ayodhya, insieme alla famiglia, e permettigli di condurre per me lo Yagna Ashwamedha per farmi ottenere i figli che tanto desidero”.

Romapada rispose: “Caro Re, è detto che un uomo senza un figlio non può aspirare a raggiungere le regioni celesti dei suoi antenati. Sono molto onorato che mio genero possa aiutare la continuazione della dinastia di Ikshvaku. Io sarò certamente presente a questo nobile Yagna condotta da Rishyashringa “. Con queste parole, Romapada inviò un messaggero per informare Rishyashringa della richiesta avanzata dal re Dasharatha. Ottenuto il consenso dei Brahmana, Dasharatha tornò al suo Regno di Kosala e incominciò i preparativi per lo Yagna.

L’intera città di Ayodhya venne addobbata in vista del rito vedico. Molti eminenti bramini furono invitati a partecipare e a presenziare alla cerimonia. I cittadini erano in trepidante attesa del giorno dello Yagna, perché finalmente avrebbero avuto un erede al trono. Quando l’eminente Ritwik Rishyashringa giunse, il re e i suoi ministri lo ricevettero alle porte della città e lo salutarono al suono di conchiglie e tamburi. Dasharatha scortò Rishyashringa al palazzo e lo salutò con reverenza, come ordinato nelle Scritture, e formalmente lo investì del titolo di sacerdote officiante del sacrificio. Dasharatha gioì nel riconoscere nel giovane Rishi l’illuminazione data dalla vera conoscenza e dalla penitenza, ritenendolo un segno che il suo desiderio sarebbe stato esaudito. Shanta, la moglie di Rishyashringa fu ugualmente ben accolta e onorata dalle donne della famiglia reale.

Prima di eseguire un rituale vedico del più alto ordine, lo Yajaman (qui re Dasharatha) è tenuto ad osservare i vari rituali subordinati e prepararsi per il periodo di un anno. Dasharatha osservò questi rituali diligentemente, sotto la supervisione di Rishyashringa, e fu pronto a svolgere il sacrificio all’inizio della primavera dell’anno seguente.

Alla fine dell’anno di penitenza, Dasharatha chiese al suo sacerdote capo Vasishta di iniziare il rituale principale. Il saggio Vasishta diede istruzioni ai dotti Brahmana, agli architetti e agli altri esperti per costruire area e altare in conformità con le Scritture. Alcuni dei più stretti amici di Dasharatha si erano stabiliti in Ayodhya un anno prima, per partecipare alla festa che precede il rituale vedico. Altri amici e alleati furono invitati per l’occasione solenne. Tra i re giunti per partecipare al sacrificio c’erano: Janaka, il re di Mithila, il re di Kashi, il suocero di Dasharatha re di Kekeya e i suoi figli, Romapada il re di Anga, Bhanumanta il re di Kosala, Praptijna il re di Magadha, e molti altri. Tutti offrirono doni preziosi per dichiarare il loro affetto per Dasharatha.

All’ora propizia stabilita, i Brahmana guidati da Rishyashringa e Vasishta entrarono nell’area rituale. Re Dasharatha e le sue mogli formularono le intenzioni e i voti per lo svolgimento del rito e la cerimonia ebbe inizio. L’etere vibrava del canto dei Veda. Uno per uno, tutti gli Dei furono invocati e le oblazioni gettate nel fuoco rituale. Grazie all’impeccabile Rishyashringa e al nobile Vasishta a dirigere la cerimonia, nemmeno il più piccolo errore turbò lo svolgimento del rito.

Per tutta la durata dello Yagna, a tutta la città fu offerto cibo abbondante e prelibato. Nessuno doveva patire la fame durante la cerimonia. Mentre le oblazioni erano offerte nell’ara centrale, molti dibattiti e di altri concorsi accademici si svolgevano negli edifici esterni. Rappresentazioni teatrali, musicali e spettacoli di danza si tennero per l’intrattenimento degli ospiti riuniti.

L’ara sacrificale era costruita a forma di una grande aquila, simbolo del volo di Garuda, il veicolo del Signore Vishnu. Le ali di questo altare erano decorate in oro zecchino. Innumerevoli animali di ogni tipo furono preparati per essere sacrificati agli Dei come previsto nelle Scritture. Come è noto, il sacrificio principale era quello del cavallo, che era già stato ucciso. Le tre mogli del re Dasharatha simbolicamente trafissero l’animale morto con aghi e coltelli d’oro, per significare l’offerta agli dei.

La regina Kausalya, la prima regina di Dasharatha, trascorse quindi una notte con il cavallo morto. Poi si tenne l’offerta rituale di tutte le ricchezze del re ai Ritwik, i sacerdoti. Il re simbolicamente offrì il suo regno, il suo bestiame, le sue mogli ai Ritwik, che immediatamente glieli resero. Il Ritwik poi raccolse il grasso del cavallo morto e lo lasciò cadere sull’altare, nel fuoco sacrificale, come offerta ai celesti. Una per una, le restanti parti del corpo del cavallo furono gettate nel fuoco sacrificale dal collegio dei sedici sacerdoti officianti.

Allora il re fece dono di terre e di bovini ai quattro sommi sacerdoti del sacrificio. Oro fu distribuito anche agli altri Brahmana che avevano assistito al sacrificio. Allietato dalle opere meritorie di Dasharatha, Rishyashringa lo benedisse, dicendo: “Genererai quattro figli illustri”.

Dopo aver terminato lo Yagna Ashwamedha, si osservò il rituale del Putra Kameshti al fine di garantirsi la progenie. Poiché se tale rito è officiato, gli Dei e le altre nobili anime celesti ricevono le dovute oblazioni sacrificali. Continua a Leggere →

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Sita ripudiata e la stesura del Ramayana

Ramayana, Uttara Kanda: il canto finale.

Rama interpellava e ascoltava la gente comune di Ayodhya per capire che cosa i cittadini pensavano di lui. Si rivolse al suo amico Bhadra e chiese: “Dimmi Bhadra, che cosa dice la gente di me e di Sita e dei miei fratelli? I re sono sempre oggetto delle critiche della gente comune”. Bhadra giunse le mani e disse: “Sire, la gente parla solo bene di te. A volte si rievocano gli eventi degli anni passati, quando avete compiuto l’impresa impossibile, uccidendo il re dei demoni Ravana per salvare la principessa di Videha. Le vostre gesta sono raccontate con grande entusiasmo da tutti”-  “Che altro si dice, Bhadra. Dimmi tutto. Perché giri la faccia ? C’è qualcosa che si dice che non dovrebbe essere riferito a me? Non avere paura. Voglio conoscere il bene e il male. Nessun re può permettersi di ignorare ciò che dice la gente di lui, quindi parla.” E a voce bassa, Bhadra aggiunse: “Hanno anche osservato che se le vostre imprese di guerra sono degne di plauso, il tuo comportamento nei confronti di tua moglie è vergognoso. Come poteva il re accettare una donna che era stata tra le braccia di Ravana e che aveva vissuto nel suo palazzo per tanti mesi? Come può la regina restare tale dopo tante umiliazioni? Dovremo ammettere tutti noi insulti simili e saremo costretti a perdonare ogni affronto. Come il re, i sudditi! Questo è ciò che dice la gente, nella sua ignoranza”.

Rama si vestì allora come una persona comune e vagava in Ayodhya per carpire i veri sentimenti dei suoi sudditi. Per caso Rama udì un uomo che rimproverava sua moglie, accusandola di essere stata a casa di un altro uomo. Nel corso della lite con la moglie, l’uomo citò negativamente l’indole di Sita Devi, e aggiunse “Credi che io sia Rama, per tollerare un simile comportamento? lui è il re e può fare ciò che vuole. Ma, per quanto mi riguarda, io non resterò con una moglie che è stata vista con un altro uomo”. Rama subito rientrò a palazzo, e temendo queste voci, decise di abbandonare Sita Devi. La fece condurre presso l’ashrama di Valmiki Muni. Sita, che era incinta, più tardi diede alla luce due gemelli di nome Lava e Kusa.

“Il mio dovere di re è chiaro. Il primo dovere di è un re è verso i suoi sudditi, e non verso se stesso. Sita mi è più cara che la vita stessa ma non ho altra scelta che abbandonarla per il bene del popolo.  Lakshman, portarla via sul carro con Sumantra, e lasciarla dall’altra parte del Gange vicino al fiume Tamasa, dove abbiamo soggiornato molto tempo fa. Proprio questa mattina mi ha chiesto di portarla là. Lascia che segua il suo desiderio. Lei non sospetta nulla “. Così parlò a Laksman, mentre si faceva cinereo in volto e rigido come una maschera: “Va, Lakshman! Lasciarla in un luogo appartato sulla riva del fiume Tamasa, nei pressi del santo Gange, vicino agli eremi, e torna immediatamente. Non cercare di parlare con lei. Non cercare di spiegare nulla. Lascia che pensi il peggio di me, altrimenti morirà di crepacuore. Non guardarmi. Chiunque obietti la mia decisione è ora mio acerrimo nemico. Vai e allontanarla da me, in questo stesso istante, Lakshman! Se io la vedo ancora una volta, sono condannato. Sarò in grado di rispettare il mio comando, ma se vedo il suo sguardo da cerbiatto, sarò perso e nemmeno tutta la calunnia nel mondo mi permetterà di lasciarla andare. Quindi vai ora vai, prima che il mio cuore mi tradisca.”.

Sita aveva già legato un piccolo fascio di doni per gli ashramiti e le loro mogli ed era pronta per andare quando Lakshman giunse. Senza guardarla, le disse con voce priva di emozioni, “Il re, tuo marito, mi ha comandato di soddisfare il tuo desiderio di visitare il Ganga e gli eremi dei saggi. Sei pronta a partire?” Sita felicemente lo seguì al carro che la attendeva, ignara e piena di allegria. Si voltò per un ultimo saluto alla città addormentata, non rendendosi conto che sarebbe stato, di fatto, il suo ultimo sguardo. Improvvisamente nel cuore sentì un dubbio. Ovunque vedeva cattivi presagi.  Con voce agitata, chiese, “O figlio di Sumitra! Dimmi, è in buona salute tuo fratello? Io non l’ho visto questa mattina. Dov’era questa notte? Temo che qualcosa di nefasto possa essere successo”, con voce soffocata Lakshman rispose, “Il re tuo marito sta bene. Voleva che tu trascorressi una notte tranquilla, perché dovevi partire di prima mattina. Mi ha detto di augurarti ogni bene. Più di questo non posso dire.” Nel pomeriggio giunsero sulle rive del fiume Gomati e si accamparono in uno degli ashram. Il mattino dopo raggiunsero le rive del fiume sacro. Lakshman non poteva contenere più il suo rimorso e scoppiò in lacrime come un bambino. “Mia nobile regina! Perdonami per quello che devo fare. Ram mi ha affidato il compito ignobile di abbandonarti qui. Meglio per me sarebbe morire che svolgere tale comando”. Così dicendo si prostrò davanti a lei.  Sita si piegò verso di lui e delicatamente lo sollevò, “Che cos’è successo Lakshman? Qual è la ragione della decisione improvvisa di mio marito?” Non poteva credere alle sue parole.

“Le voci sono ovunque, signora, ma Ram mi ha proibito di riferirti di cosa si tratta. Posso assicurarti che il suo cuore si è spezzato quando ha sentito delle accuse così vili contro di te. Ma lui è il re. Egli è Dharma incarnato, e dovere del re è sempre quello di salvaguardare gli interessi dei suoi sudditi. Perdonarlo e perdona anche me, O graziosa regina di Ayodhya. Possa questo sacro fiume esaudire tutti i tuoi desideri. Signora, ricorda, tu porti il seme della dinastia di lkshvaku nel tuo grembo. E’ tuo dovere di tutelarlo in ogni momento “. Lakshman aveva paura che nella sua agonia, Sita potesse fare del male a se stessa.
Sita sembrava un cervo spaventato, mente ascoltava le parole Lakshman, e poi disse: “Che peccato ho commesso, che senza nessuna colpa, mio marito mi debba ripudiare, due volte? Sicuramente io sono nata per il dolore. Il dolore solo sembra essere il mio compagno costante. Lasciando tutto, ho seguito mio marito nel bosco, abitato da animali selvatici e Rakshasa. Nessuna donna avrebbe fatto quello che ho fatto io, ma ora lui ha abbandonato me. Forse è stata colpa mia, se il rakshasa mi ha rapita? Quando i saggi mi chiederanno quale delitto ho commesso, che mio marito mi debba abbandonare, che cosa devo dire loro, O Lakshman? Che male ho fatto? non riesco nemmeno a prendere la decisione di finire la mia vita in questo fiume santo, perché sarei colpevole di rompere la linea nobile della razza di lkshvaku. Lakshman, non affliggerti. Lasciami qui e torna dal re, mio ​marito, e dirgli che sua moglie lo ama. Il marito è  dio di una donna e io l’ho sempre considerato come tale. Possa trovare fama eterna, seguendo il dharma di un re. Più importante della mia sofferenza è che il suo onore possa rimanere intatto. Mai Sita sia colpevole di portare disonore a Rama. Addio Lakshman. Sei stato più di un fratello per me. Ho profonda stima per te e nessun rancore”.

Lakshman cadde ai suoi piedi ancora una volta. Non poteva dire una parola. Lentamente raggiunse la barca e partì.  Si voltò a guardarla ancora una volta, e la vide stesa a terra, sul seno di sua madre, che piangeva come se le si spezzasse il cuore.

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Rama continuava a svolgere regolari sacrifici durante il suo regno su Ayodhya. A un tale sacrificio, circa quindici anni dopo, due ragazzi si presentarono durante il rito, mentre Rama era seduto nel suo asana. Valmiki aveva insegnato ai ragazzi l’intero poema del Ramayana e aveva reso la storia in uno ‘Swara’ molto suadente e melodioso. Valmiki, che accompagnava i due ragazzi, chiese il permesso a Rama di lasciare che i ragazzi recitassero la sua poesia. Rama acconsentì, e i ragazzi iniziarono in perfetta sincronia. Continua a Leggere →

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Ramayana, canto XLVIII: Lamento di Sita.

Dissero il falso, dunque, i profeti del mio destino,
quelli che in un lontano tempo di pace
prevedevano per me una vita benedetta
e che mai sarei stata donna senza figli,
o avrei conosciuto il dolore della vedova
– tutti mentivano, e le loro parole erano vane
se Tu, mia vita e mio signore, sei stato ucciso.
Falso era il sacerdote e vana la sapienza
che mi benedissero in quei giorni beati
quando regnavo ignara al fianco di Rama:
se tu, mio signore e mia vita sei stato ucciso.
Mi chiamarono felice fin dalla nascita
fiera imperatrice del re del mondo
e mi benedirono – ma quel pensiero è dolore
se tu, mio signore e mia vita, sei stato ucciso.
Ah speranza vana! Ogni auspicio di gloria,
che segni una futura regina, è stato mio
e nessuna traccia di malaugurio mostrava
abbattersi su di me il dolore della vedovanza.
Dissero che avevo bei capelli neri
lodarono la linea delle mie sopracciglia
e i denti ben divisi e allineati
e la curva graziosa del mio seno.
Ci furono lodi per i miei piedi e per le mie dita
dissero della mia pelle che era morbida e liscia
e che dunque ero da dirsi felice di possedere
il dodici segni perfetti del successo.
Ma io rinnego ogni vantaggio concesso,
se tu, mio signore e mia vita, sei stato ucciso.
Il veggente lusinghiero che così parlava,
che lodava il mio sorriso di ragazza
e con la mano del bramino sul mio capo
versava acqua santa dichiarandomi regina, sposa del gran re:
come onorerà ormai questa promessa?

sita

I fratelli dalla forza impareggiabile
sconfissero l’armata dei giganti
e obbligarono l’oceano indomabile
a farsi attraversare per soccorrermi. Continua a Leggere →

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