Posted by beatrice on January 8, 2011
Volevo solo attorcigliarmi al collo
restare il ciclo costante attorno
osservare, distendere il manto, godere e dormire
e mi dissero che la madre, il tempio e il dio
sarebbero stati tutto e credetti ogni cosa
che doveva accadere fosse ora, attesa
senza domanda e piena, e camminavo in quella via,
dove celebravano gli avi e i misteri insepolti,
quando mi venne incontro e io risposi.
Modulo il canto accoccolata nel tempio
tu hai chiamato l’alba, mio signore
hai staccato le mie membra dalla morte
come una zucca si separa dal gambo
Om Tryambakam, cantavo nel giardino notturno
nell’inverno rampicante ancora buio
nell’aura rossa del fuoco iniziale
nella contentezza infantile: Tu sei!
hai atteso nella notte, e lavato
l’osceno che ghermisce dal passato,
e acceso luci, fuochi e voce perchè
tutto incominci da ora, intatto.
Chi era dunque tua madre? solo così
avrai tutto, e vita: cantala, intonala,
tracciane il disegno nel metallo più livido
sia la macchia di nascere, veleno, fortuna:
nessun altro che Tu, mio signore, è stato mia madre
il tuo largo sorriso idiota, il tuo braccio
la stessa stolta ferocia, la mia, sono io:
non cerco accoglienza, lasciami andare,
fammi aprire il mio canto al mattino, lentamente
così da procedere senza risposta, alzandoci
l’uno con l’altra, a coronare il mio manto,
la notte e la sfera fiorita, la bianca madre
la buona, generosa fessura sulla testa del Re.
Mentre di fronte illumini il mondo, il terzo
e ultimo mondo, tu che illumini i celesti,
tu che guidi gli dei attraverso i cicli del cosmo
che sei stato visto dal primo uomo domare
gli animali bradi e la fragilità della carne
tu che allora chiamammo il signore di tutti gli dei
perchè ci era cara la vasta contentezza del mondo
la sua solitudine sfuggente, la sua destrezza naturale
il sapore di paura che ci faceva altrettanti fratelli
la noia infinita e il digiuno: così ascendemmo.
Ti sia lode sposo divino, alla mia destra,
ambiguo fratello, celeste amico. Avvolgerò ancora
le spire e la pelle tra le tue braccia, nel sonno
oppure attenderò all’alba lo specchio solare
mostrarsi senza volto tra la gente degli astri:
privo di ombra, così ti riconosco, sacro fuoco
che lentamente bruci ciò che è nato da madre,
terrestre e celeste, e dai vita inattingibile
e beatitudine lieta a quelli che col suono
o nel respiro raggiungono umilmente la dimora.
(8 gennaio 2011)
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La casa celeste
Posted by beatrice on August 13, 2010
Il fulmine ha sventrato la cassa del cuore
spaccato i timpani sonanti di paura
spalancato l’orbita luminosa e abbagliante
e rinchiusi in un cielo assoluto – e io e te
abbiamo bruciato l’albero dei desideri
mentre cantava il tuono fresco della fine, della terra
e senza voce, il sopore che prende dopo che piove, o se non piove.
Poi nel buio elegante dove eravamo rapiti in silenzio
un limpido anziano creava la musica
le note rotonde, illusioni e alfabeti geometrici, teorie
sillabe madri dei desideri, deposte al di sotto del nostro pensiero
in forma di vita e vivente, dove riposa l’ascolto supremo
rivedevo il profilo, quando era amatissimo e dolciastro,
fatto di note lucenti e respiro, ed era già cosa offesa e ripetuta,
percossa e illuminata dal lampo, adorata e incosciente.
Dunque, niente altro ci sia lasciato
che la chiarezza infinita del bagliore ultraceleste,
del fuoco bianco che ha lavato la volta dei mondi – o
l’impossibile ritorno, acqua, pioggia e giacere a terra
e percepirne col buio quel suo calore odoroso. Ma
tu ancora in me non trovi pace, la casa celeste è vuota,
e sotto il fulmine non vi è nulla di caro, luce e nessuna memoria.
(12 agosto 2010)


Quello che resta
Posted by beatrice on April 21, 2010
Resta, infinito, spavaldo
chi ti ha cercato ancora
accovacciato sul tetto del mondo
freddo ed esatto, e suoi piani
indesiderati, fugaci, perenni
e quello che so dell’amore
e del resto: che non ho paura
del disamore, del male, di te
e di restare nella nube oscura
la minaccia in un cielo grigio
più nera e più luminosa della volta
non spavento, non richiamo, non sono,
soltanto brillo e tuono e piovo
e allargo la gioia e invito al riparo
e alla maledizione mista al riso
perchè il cielo resta, l’altrove
sovrano rimpianto di una cosa perduta
che non si apprende, pericolosa, oscura
larga complessità stellare che insegni
il destino che conduce sempre al silenzio
o a gridare e ancora invano, il nome
e poi nulla, che è la risposta al nostro
richiamo, e quello che resta, quando domani
ti alzerai e non sarai più quello che sei.
Io sono quello che resta.


L’abbraccio lontano
Posted by beatrice on March 27, 2010
Cosa direi delle braccia
quasi alzate al cielo
per l’abbraccio più alto e sicuro -
se tu non mi lasci parola
e sono senza paura e sola
lieta del profumo del dolce
e del gocciolio invisibile di nettare
nel solco che segnava l’assenza
e attendeva ossigeno di verità -
per guarire. Come pelle nuova, vita nuova.
E se non ci saranno altre notti
abbiamo camminato tanto nell’ombra
che basterà per sempre -
anche se svanisse il ricordo
vivremmo perchè si è richiuso il dolore
baciato il nostro strappo con lingua fresca
saliva profumata di luce e di noi
e quel leggero sospiro che oggi ci avvolge
come un saluto – conosci te stesso.
Da ora quasi non saremo.
Non da che la verità è nata e poi con fiducia
e la spavalda leggerezza dell’immortale ha guarito -
e senza il dolore non vi è più alcun io.
(27 marzo 2010)

