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Il posto della filosofia orientale – G. Pasqualotto

Posted by Beatrice on December 26, 2007

Il gusto di comparare pensiero orientale e pensiero occidentale ha prodotto una vicenda curiosa, nella quale le origini vantano esponenti illustrissimi ma più o meno gravemente affetti da supponenza eurocentrica, mentre i più recenti contributi, pur se guariti da tale supponenza, non possono più vantare alcun vigore teoretico. Chi originariamente ha conferito maggior lustro a questo compare filosofico è stato Leibniz: “…per giudicare che i cinesi riconoscano le sostanze spirituali, si deve sopra tutto considerare il loro Li o regola, che è il primo Attore e la ragione delle altre cose, e che credo corrisponda alla nostra Divinità”. Queste parole di Leibniz indicano bene il senso in cui si è cominciato e si è a lungo continuato ad operare la comparazione tra pensiero orientale e occidentale: innanzitutto ponendo il livello della comparazione entro una prospettiva teologica, e non filosofica; in secondo luogo cercando di trovare analogie per omologare il pensiero orientale e quello cristiano, secondo un metodo che pone al centro, come verità indiscussa, quella rivelata dalle Sacre Scritture: essa serve come termine privilegiato di paragone, per misurare e valutare di quanto le altre posizioni le si avvicinino. E’ da ricordare che, nel riconoscere l’altissima dignità del pensiero cinese, Leibniz è stato non solo il primo, ma anche il più acuto e onesto rispetto ad altri filosofi occidentali che, come Hegel, hanno sbrigativamente liquidato tale pensiero asserendo presuntuosamente, senza averlo studiato, che esso non contiene “alcunché di sensato”. Leibniz nota in particolare che la teoria combinatoria contenuta nell’Y King anticipa di duemila anni l’aritmetica binaria e, in generale, osserva che “se risultiamo pari nelle attività pratiche, se li abbiamo superati nelle arti contemplative, certamente risultiamo vinti (c’è un po’ di vergogna ad ammetterlo) nella filosofia pratica, cioè nei principi dell’Etica e della Politica, che sono vantaggiosi proprio per la vita pratica degli uomini”.
La posizione di Leibniz, attraversata da remore teologiche e apologetiche, ma forte di un’attenzione filosofica al pensiero cinese, rimase a lungo isolata: quando non vi fu, sulla scia di Hegel, una radicale svalutazione del pensiero orientale, si verificò un interesse per l’Oriente in senso puramente “quantitativo”, divenendo un interesse e, poi, addirittura una moda culturale sensibile più agli usi e ai costumi che alle idee, curiosa più per la molteplice varietà delle forme di vita che per la qualità di una diversa visione del mondo. Lo stesso Voltaire, pur risultando, rispetto a Leibniz, molto meno affetto da pregiudizi teologici e apologetici, mostra di essere stato un estimatore più della civiltà che del pensiero cinese e lo fa in modo assai superficiale.

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