Posted by Beatrice on November 3, 2008
“Il 2 novembre 1975 sulla spiaggia di Ostia viene ucciso Pier Paolo Pasolini; uno degli intellettuali italiani più significativi del XX secolo; bolognese, ma cresciuto nel Veneto cattolico; un prodotto di oratorio, istituzioni fasciste per i giovani e federazioni comuniste. Fin dagli anni 50 Pasolini vive permanentemente a Roma; colto, intelligente, curioso, ottimo scrittore e buon regista di cinema; bravo a giocare al pallone. Un nostalgico della Italia contadina tra le due guerre mondiali, nel 1963 Pasolini viene processato per vilipendio alla religione di stato nei suoi film. Scettico sulla rivolta giovanile del 68, Pasolini è comunque tra i finanziatori di gruppi di estrema sinistra tra cui Lotta continua. Primo grande rappresentante del catto-comunismo Pasolini, ironicamente, viene ancora oggi guardato con sospetto e freddezza sia dai cattolici che dai comunisti”.
Pasolini non è cresciuto in Veneto ma bensì in Friuli, cosa che chiunque sa o dovrebbe sapere, specie i cosiddetti mediatori culturali, visto il lavoro eccelso compiuto dal poeta nella riscoperta e la valorizzazione della cultura dialettale friulana, semplicemente uno dei maggiori contributi alla storia culturale di questo paese e che è ancora oggetto di un alacre lavoro interpretativo da parte dei nostri maggiori filologi.
Se proprio bisognava ricordare il vergognoso attacco dello stato cattolico al grande poeta, non si doveva omettere il fatto che il processo per vilipendo della religione di stato si concluse con assoluzione con formula piena. E non è una sfumatura.
Che poi Pasolini sia stato un finanziatore di gruppi di estrema sinistra è pura illazione, e rafforza l’impressione che questo ricordo sia in realtà solo l’ennesima occasione per infangare la memoria del grande intellettuale italiano.
Primo grande rappresentate del catto-comunismo? Su questo sono state scritte tesi di dottorato che non arrivano nemmeno vicine a fare luce sul reale rapporto di Pasolini con la religione. Argomento spinosissimo, che chiunque abbia un po’ di sale in zucca eviterebbe di toccare in una brevissima nota di ricordo. E poi: che ci siano in giro ancora dei comunisti, e che questi comunisti si ricordino di Pasolini, è altrettanto discutibile.
Forse l’unica nota reale in questo assurdo ricordo del poeta, è il fatto che Pasolini venga guardato con sospetto, cosa che fra l’altro giustifica il taglio di questo articoletto.
Complimenti vivissimi alla Stampa e all’opera di diffusione dell’alta cultura italiana di cui si fa artefice.
Claudia Boscolo,
Beatrice Polidori

Posted by Beatrice on December 26, 2007
A. K. Coomaraswamy: induismo e buddismo
di Pier Paolo Pasolini - 23 settembre 1973 -da Descrizioni di descrizioni, a cura di G. Chiarcossi, Garzanti, Milano 1996
Ho già avuto occasione di dire, a proposito di un libriccino di storie Zen pubblicato da Adelphi, che conosco male le religioni orientali, specie quella indiana, di cui molti in questi anni possiedono qualche nozione, se queste religioni hanno avuto un momento di moda specie tra i giovani. Dicevo di non amare allargamenti culturali di carattere sottoculturale, e che una infarinatura dovuta alla conoscenza di qualche opera divulgativa o di qualche testo tradotto mi pareva una degradazione. Ciò non toglie che il mio interesse per la «storia delle religioni» (a questo proposito segnalo al lettore la mia ultima lettura, un legnoso ma notevole volume del marxista George Thomson su I primi filosofi, pubblicato da Vallecchi), mi spinga ogni tanto a leggere anche opere di carattere direttamente religioso.
Ananda Coomaraswamy che ha scritto una specie di sinossi dell’induismo e del buddismo è infatti uno storico (soprattutto dell’arte religiosa indù), ma è anche un credente. La sua sinossi è dunque apostolica. Egli si rivolge con grande cura al lettore occidentale, riferendosi con precisione filologica ai testi di cui cita parole, frasi o frammenti, dandone anche sempre, tra parentesi, il testo in lingua originale; non solo, ma fornendo anche l’analogo concetto in quella lingua universale della filosofia che è il greco di Platone, oppure addirittura citando testi mistici occidentali (esprimenti sempre analoghi concetti, soprattutto Meister Eckhart, e, con grande pertinenza, il Dante del Purgatorio e del Paradiso). L’educazione inglese di Ananda Coomaraswamy gli consente di avere quel distacco dalla materia (in cui peraltro crede) e quella capacità di chiarezza sintetica e razionale, il cui risultato è di compendiare in un libriccino di 170 pagine stampate larghe, millenni di pensiero religioso.
Ciò che mi ha colpito forse più di tutto in questo straordinario compendio (che mi ha molto emozionato) è un elemento finora trascurato della filosofia indiana, cioè il suo momento pragmatico che è invece conosciuto a fondo e capito ancora più a fondo: così a fondo da risultare addirittura «behavioristico»! Certe affermazioni dei testi religiosi indiani coincidono perfettamente con certe affermazioni del «behaviorismo» (a proposito di cui consiglio, ancora, al lettore un esemplare irritante e affascinante, Oltre la libertà e la dignità, di B. F. Skinner, Mondadori). Continua a leggere »
Posted by Beatrice on September 17, 2007
Sono nata e cresciuta in una casa che rimbombava delle note del melodramma lirico ad ogni ora. Nel corso degli anni mi portarono ad assistere all’opera nei teatri italiani: all’Arena di Verona, alla Scala, alla Fenice prima dell’incendio; e anche al Regio di Parma, a Modena, a Bologna, all’Opera di Roma, ecc ecc. Andavamo col pulman. Era un pulman stipato di creature immaginarie, come noi. Avevamo un abito elegante e sobrio, molto sobrio e rialzato con le spalline, un po’ di bigiotteria e qualche gioiello della nonna. Avevamo attorno signore composte e colte, secondo il canone del secolo scorso, professoresse, mogli di, coppie di anziani con arie aristocratiche, sognatori, zitelle con le lenti spesse. Un mondo di compostezza, virtù e repressione emozionale che cercava le grida dei cantanti e il calore delle romanze, che si esaltava a quelle smanie amorose e agli intrighi che non avrebbe mai conosciuto direttamente. Un mondo sommesso ed educato, mite, che si lasciava trasportare lecitamente solo dall’emozione del belcanto. Sopra la mesta piegatura delle gonne di tweed, sopra l’illuminazione al neon delle cucine, sulla pioggia che inondava le strade d’autunno, sopra l’odore scomparso
dell’estate, dominava l’immaginario l’ultimo archetipo occidentale vivente, una divinità che gridava la sua energia soprannaturale direttamente dalla Grecia del mito, energia femminile arcaica ed elegantissima, sintesi di distacco e di passione.
Avevo sette anni quando arrivò la notizia che la Divina, Maria Callas, era morta a Parigi. L’icona sacra lumeggiava dal grande tv in bianco e nero, il candido della pelle su cui si disegnavano gli occhi dipinti, i veli scuri, il bagliore delle luci di scena, la figura ieratica, le sopracciglia saettanti, lo sguardo più intenso del secolo. La Callas senza il bianco e nero non è la Callas, l’ho vista molti anni dopo, diretta a colori da Pasolini in Medea: una creatura fragile, quasi piccola sotto l’enormità del costume di scena, segnata dal dolore, rigida, di una insicurezza isterica, che privata della voce e della densità del melodramma, era come un uccello legato e affamato. Ma quel notiziario di settembre era ancora l’elegia del mito, bianco e nero come la Luna. Per quel breve tempo, un mondo non ancora di nicchia, visse il privilegio anacronistico di tuffarsi nel sogno e nella devozione della sacerdotessa eterna, di venerarla e di temerla, di guardarla con un brivido, di vivere una emozione ormai indecifrabile che da quel volto bianco e nero rispecchiava ricordi arcaici, guidati dalla musica sentimentale e nostalgica per eccellenza, fino a intuire la soglia di un mistero che sconfinava dalla liceità delle pagine dei libretti. Perciò in alcuni prevalse la repulsione; si disse che era stonata, che interpretava senza criterio, che rovinava le regole auree del canto. In realtà quella visione della soglia, dell’oltre-tempo, quasi una visione del soprannaturale, non poteva che creare sconcerto.
Per me, bambina tra le nuvole, che ricordava le vite passate, era segno che il passato non era morto, che ancora Lei esisteva e richiamava a sé i cuori, intrappolati nel concerto di torbido e di innocente che scatenava in chi non poteva fare a meno di adorarla, lei che rappresentava non l’opera sguaiata, ma il Mistero - quello antico, la rappresentazione di sé. Questo arrivava per vie non verbali alla mia sensibilità eccitabile, confermato dalle parole accorate, dai commenti di ammirazione e perfino dalle critiche feroci che si riversavano verso quell’immagine familiare, ormai incastrata per sempre nell’inconscio a incarnare un’Idea che niente aveva a che fare con la sua professione, ma molto con la sua bravura. Tutti avevano la certezza di avere assistito a qualcosa di unico, ammiratori, devoti e detrattori non potevano negare, per un verso o per l’altro, di avere incontrato un fenomeno francamente eccezionale, perciò fu chiamata la “Divina”.
Mi è difficile non sentire, al ricordo di quel sentimento, quasi una stretta di rammarico. Quella divinità si sostanziava in tragedia, che colpì per primo l’essere che la impersonava, condannato alla solitudine e a una morte prematura. Poi divorò le anime ingenue che avevano creduto quasi religiosamente al bagliore lunare della sua immagine e al suono che emanava. Fu la fine dell’innocenza che adorava romanticamente la personalità individuale, la grande personalità, come si diceva allora, l’interpretazione magistrale che era anche (o soprattutto) l’interpretazione della vita, come da sempre e fino ad allora si intendeva il valore e la grandezza di un essere umano. Poi fu il diluvio.
