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Quello è infinito, questo è infinito. Sottraendo questo infinito a quell’infinito, ciò che resta è infinito.

Isavasya Upanisad

Rudyard Kipling – La città della Tremenda Notte

Posted by Beatrice on August 15, 2007

I coloni inglesi in India sono esseri sperduti, abbandonati dal destino a diventare preda di ossessioni e follie, abbattuti dal caldo e dai tradimenti, insoddisfatti, piegati dalla temperatura e dalla droga. L’individuo in India sembra destinato a sciogliersi al sole e la mente diventa un fardello di pensieri sempre più solitari e disperati. L’Occidentale, che è giunto fin lì “con la frode” è destinato a soccombere, schiacciato dalla visione della propria “tremenda notte”. Gli “indigeni” – come Kipling li raggruppa, indifferentemente dalla loro etnia – racchiudono invece un mistero che ne fa una barriera vivente, una soglia invalicabile oltre cui non è saggio cercare di indagare. Sono quella vita che gremisce compatta i tetti e le vie della notte, dormendo e rigirandosi all’unisono sotto il cielo immobile della “tremenda notte”, come un’onda di corpi e un solo respiro, nella visione corale che apre la raccolta. Non poteva esserci inizio più metafisico della fisicità di quella “tremenda notte”.

Kipling è l’osservatore sospeso tra i due mondi, l’anglo-indiano che ha in sorte di testimoniare della complessità dell’intreccio, soprattutto dove la “perfetta amministrazione” deve cancellare, mentire pietosamente, fingere di non vedere; ed è anche un privilegiato ascoltatore delle storie che gli indigeni scelgono di rivelargli, quelle più sconvolgenti anche per loro, che devono restare senza spiegazione, né razionale né spirituale.

E’ questa un’India malinconica e struggente, con un piede pericolosamente sul limite della follia, che si anima nella notte carica di presagi e di sentimenti acuti, che l’alba cancella, costringe ad abbandonare – l’alba che presagisce sempre la morte, mentre il cuore dell’India vive nella notte. Improvvisamente defraudati del cliché della sapienza spirituale riscoperta solo più tardi, siamo davanti all’indecifrabile che si sottrae alla ragionevolezza positiva, senza riabilitarla in certezze superiori. La Selva Oscura del cuore, ancora senza un’identità da spendere nel mercato delle menzogne, è spalancata e inviolabile, ancora assorta in sé, non detta.

Kipling ama questa oscurità, quanto odia aspramente la fredda luce che stritola la coscienza dell’occidente, come testimonia il racconto della sua infanzia. Apprezza l’amministrazione infaticabile dei suoi connazionali, ne avverte il polso debole e stremato, il fastidio, la noia assordante. Il segreto per sopravvivere in India, o il segreto dell’India è tutto quello che gli stranieri non dovrebbero mai violare, perchè in quel clima impossibile e nella visionarietà di quel mondo, il debole concetto divino dell’occidente deve cedere il passo e restare a guardare senza pretendere di capire. Scrive Kipling a un missionario presbiteriano: << Ho avuto la fortuna di nascere e in buona parte di crescere in mezzo a quelli che l’uomo bianco chiama “pagani”… e trovo crudele che i bianchi, con i loro governi muniti delle più micidiali armi note alla scienza, debbano abbagliare e scombussolare i propri simili con una dottrina della salvezza da loro stessi malamente intesa e con un codice etico estraneo al clima e agli istinti di quelle razze di cui offendono le usanze più care e di cui insultano gli dèi>>. Qualcuno ha definito Kipling la “voce del colonialismo”, eppure poche voci sono state così lucide nel denunciare la più sorda delle violenze coloniali. In questi racconti, per l’ultima volta prima della definitiva ecumenizzazione delle credenze antiche e della normalizzazione della gente, il “Dio delle cose come sono” - come fa osservare Ottavio Fatica nella postfazione - finisce per averla vinta sul “Dio delle cose come dovrebbero essere” e la natura riprendere ciò che è sempre stato suo.