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La lezione di Gandhi che cambiò la storia del Novecento – di Michelguglielmo Torri

Posted by beatrice on January 13, 2011

«Corriere della Sera», 12 gennaio 2011, p. 42

A oltre sessant’anni dalla sua morte violenta per mano di un fanatico indù, Mohandas Karamchand Gandhi, detto il Mahatma («grande anima»), rimane il più noto fra i figli dell’India. È una fama che deriva dall’idea che il Mahatma abbia inventato – e, soprattutto, abbia applicato con successo – un metodo di lotta, la non violenza, che è, al contempo, eticamente alto e politicamente efficace. Sarebbe infatti stata la non violenza a rendere possibile quella grandiosa rivoluzione che, alla metà del secolo scorso, portò alla trasformazione dell’India da colonia a stato indipendente e al passaggio di quel paese da un regime autoritario ad un sistema democratico.

In cosa consiste la non violenza gandhiana, definita dal suo inventore satyagraha: «fermezza nella verità»? L’elemento primario è che, lungi dall’essere una forma di «non resistenza», la non violenza è un metodo di lotta. Esso parte dalla convinzione che vi sia un imperativo etico assoluto di combattere il male. In tale lotta, bisogna usare strumenti non violenti, dato che vi è un rapporto diretto tra i mezzi ed i fini. Un fine nobile, quindi, non giustifica un mezzo indegno, quale la violenza, perché tra il mezzo e il fine c’è lo stesso rapporto di continuità che c’è tra il seme e la pianta: da un seme velenoso non può che nascere una pianta velenosa. Ciò detto, vale la pena di sottolineare che, in tempi diversi della sua vita, Gandhi espresse chiaramente la propria convinzione che, fatta salva la superiorità della non violenza, la resistenza al male, anche se con metodi violenti, è da preferirsi alla non resistenza.

Concretamente, la non violenza gandhiana si articolava in tre strategie: il rifiuto di collaborare con istituzioni inique; la costruzione di istituzioni alternative a quelle inique; l’attiva disobbedienza alle leggi ingiuste. L’attuazione di queste strategie doveva poi essere accompagnata dalla volontaria accettazione delle pene e delle sofferenze che ciò comportava. Secondo Gandhi, lo spettacolo di una sofferenza ingiustamente subìta è destinato a portare ad una presa di coscienza, da parte dei responsabili della violenza, dell’iniquità del loro comportamento. La non violenza, cioè, alla fine causa un «cambiamento del cuore» nei rei di sofferenze inferte ingiustamente, portandoli ad accettare la giustizia della causa di chi applica la non violenza.

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Il posto dell’amore.

Posted by Beatrice on May 27, 2008

Quelli che hanno prescelto o hanno sentito l’attrazione fatale per la spiritualità, intesa come pratica e paradigma di vita e coscienza, hanno provato nei fatti la necessità dell’amore. E’ un sintomo naturale e fondamentale, per definire quel percorso che chiamiamo spiritualità. Anzi, è il requisito essenziale, senza del quale ogni pretesa di esprimere alcunché di “spirituale” è sterile mentalismo. Se si vuol capire di cosa si tratti è invariabilmente quella percezione degli esseri, persone, come altrettante identiche entità come “io”, o come più famigliare “me”, che è idealizzato, quando può, in un superiore Sé, teologizzato in “divino”, ma umanizzato, sempre, in una connotazione fondamentale: innocente. Che è il dato universale e basilare che accomuna ogni essere, umano, animale e naturale, che contraddistingue il cucciolo di ogni specie, il fenomeno dell’essere e l’essere indiviso come un tutt’uno. Se l’Essere è perfetto e assoluto, se questo assoluto è difficile o impossibile da identificare con la ragione, il sentimento e la percezione intuitiva ci soccorrono con un dato che spezza le categorie del giudizio e dell’azione: Egli è Innocente. La cultura ebraica-cristiana chiama questa intuizione del Divino, l’Agnello, simbolo dell’innocenza, l’Atman. La visione che ne proviene, senza alcuna mediazione razionale, è quella che impone una profonda e inevitabile non-violenza. Non possiamo osservare o immaginare l’opera anche del più acerrimo nemico senza vedere anche in lui la stessa familiarità, la stessa innocenza e in-coscienza che accomuna tutti i viventi. L’uomo che oggi sta pianificando la caccia grossa ai suoi simili per le vie della città, stamattina si è svegliato assonnato come me, forse con accanto qualcuno che nonostante tutto gli vuole bene e che gli ha preparato la colazione; ma di più, qualche ora prima era immerso nel sonno profondo e condividevamo nessuna posizione mondana, ma lo stesso stato di coscienza immersi nell’essere indiviso: io che ora lo immagino, lui che programma la sua vendetta, e il suo prossimo bersaglio. Solo chi ci ama ci distingue, riconosce colui in cui si riconosce, e chi ama in virtù dell’amore divino invece, non può distinguere.

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