Memoir [2]: “Avvicinamento, allontanamento e monito”
Posted by Beatrice on May 18, 2009
[PDF] Memoir cap.2: “Avvicinamento, allontanamento e monito”
I. S.Giovanni Battista
II. S. Benedetto
III. Un sogno
Quello è infinito, questo è infinito. Sottraendo questo infinito a quell’infinito, ciò che resta è infinito.
Isavasya Upanisad
Posted by Beatrice on May 18, 2009
[PDF] Memoir cap.2: “Avvicinamento, allontanamento e monito”
I. S.Giovanni Battista
II. S. Benedetto
III. Un sogno
Posted by Beatrice on May 7, 2009
Faccio un po’ di ordine.
Per chi si fosse perso o spaventato dagli ultimi contenuti di questo blog, sono alle prese con un “memoir” di cose dimenticate e di testimoni invisibili. La spiegazione di questa impresa si può trovare qui.
Supponendo che non sia agevole trovare pezzi sparpagliati di questa storia in mezzo ai contenuti più usuali del blog, ho pensato di riunire un po’ di cose scritte in questo PDF, che contiene i tre brani già inseriti, che perciò sono stati rimossi e trasportati, e dove possono essere saltati.
Memoir cap. 1 “Primo attacco alla Memoria”:
I. Assunta
II. Dal Calvario
III. Chi ha un cattivo padre
Posted by Beatrice on April 23, 2009
Una delle caratteristiche che si impongono nella tradizione mitologica indiana è quella delle figure di dei e semidei le cui sembianze sono ibridi tra l’animale e il divino (o l’umano, il divino antropomorfo): Ganesha, Hanuman, Narashima, Garuda, per citare i più celebri.La loro presenza si realizza facilmente e con benevolenza, mano a mano si sperimentano gli stati e le esperienze del cammino, nella potenziale o parziale trasformazione che si compie nella percezione o dispercezione di sé. Come se, come avviene, nel progredire spirituale, la devozione, la discriminazione, la conoscenza, il mezzo, giungessero - giungono - non per intervento di altro, ma per una modificazione nella posizione, nel ruolo e nell’identità della nostra persona, trasformazione i cui gradi si manifestano in distorsioni animali, super-umane e sub-umane, che segnano il trapasso dallo stato della limitazione manasica, propriamente dell’homo sapiens sapiens, verso forme anteriori e superiori, o per abbandono di posizioni acquisite, verso il ritorno a un’origine umile, ma adatta a servire o manifestare l’oltreumano, prima dell’assoluto.
La mutilazione della testa di Ganesha, che viene rimpiazzata con quella dell’elefante, non lo rende più sciocco, ma gli conferisce il dono della compassione del Padre, e l’infinita saggezza e benevolenza che ne conseguono. E la Scimmia antica, che forse popolava davvero il mondo quando l’uomo fece la propria incerta comparsa, era capace di armare un esercito efficiente e di portare alla vittoria il divino Rama con l’impeto della sua devozione, prima che il tradimento degli uomini le facesse negare di aver mai posseduto la parola. Garuda è più elusivo, meno conosciuto. Umile mezzo, trasporto di Vishnu, compare per la prima volta quando la gloria del suo cavaliere deve risultare nella piena magnificenza per proclamare l’unità degli Dei, l’unicità dell’Essere indivisibile agli uomini pii, ma troppo interessati alla propria identità parziale. Vishnu entra in pompa magna in sella a Garuda nel cielo già segnato dall’ira di Shiva, dalla distruzione dell’empio sacrificio di Daksha, e con l’intenzione di avvalersi di tutta la autorità perché la Verità dell’Unico Dio non sia mai più negata in favore dell’apparente differenziazione.
Dunque da due anni e sei mesi aspettavo una statua di Garuda da dedicare alla memoria di MG; era l’immagine che avevo scelto per lei da subito, di istinto. Arriva insieme a queste strane storie scritte male, la statua che cercavo da tempo, perché la metta finalmente di fronte all’immagine di chi fu, per tutta la vita, il Servo e il Mezzo - nell’accezione più elevata. Garuda vola, è un uccello. E’ moto ascendente. La sua figura nella statuaria, però, riveste la forma ibrida semi-umana, ed è rappresentata nella posizione con un ginocchio a terra e con le mani giunte, mentre dietro la schiena di uomo si aprono le ali e il volto è quello di un’aquila o di un falco reale. Le figure dell’eroe animale mi commuovono. Non trovo immagine più potente e perfetta per rappresentare l’anima in ascesa che si offre pienamente per diventare mezzo del divino. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on April 16, 2009
La giusta premessa che dovrei fare è ammettere di essere completamente incapace di svolgere con grazia la ricognizione della memoria che - per le ragioni che cercherò di spiegare - ho incominciato a fare.
La ragione principale è che al momento attuale io sono l’unica e l’ultima a ricordare le storie che mi sono state raccontate e che solo in parte, nella misura più fugace, benché più nitida, quella dell’infanzia, ho potuto brevemente condividere. Non ho conosciuto direttamente tutti i protagonisti delle vicende che abitano la mia memoria. Molti di essi sopravvivevano comunque alla loro uscita dal mondo grazie al continuo ricordo, non solo della persona come affetto, ma del lessico e dei particolari modi di dire e di fare, che erano altrettanti modi di intendere la vita e tracce inequivocabili di un intreccio improvviso di etnie e di nazionalità e di paesaggi, che per un periodo del secolo scorso ha composto una popolosa famiglia in un disegno surreale e talvolta tragico.
Alcuni anni fa, quando scomparve l’ultima protagonista e testimone diretta, da cui provengono una grossa parte delle storie che io ricordo e la loro pregnanza di presenze effettive, già all’uscita dalla funzione, ancora senza nemmeno la forza di dire grazie a tutti e arrivederci, alcuni mi si facevano incontro per chiedere che scrivessi quello che avevo ascoltato. Ma per gli anni che seguirono avevo la certezza che non ne sarei stata capace. La mia memoria non è della qualità di quella che fu della mia mentore. E per ragioni non futili, la mia è probabilmente destinata a scomparire rapidamente. A questa beffa ho cercato di non pensare, ma non posso non constatare; come non posso tirarmi fuori per incapacità tecnica, perché tutto questo - poi ho capito - non mi appartiene, non è pertinenza del mio orgoglio o delle mie competenze, se esistono.
C’è una scatola di fotografie, per ciascuna delle quali ho ricevuto in lunghe ripetizioni, la cognizione dei luoghi, delle origini, dei rapporti e perfino della provenienza di abiti o particolari, la lingua parlata e l’accento regionale, la collocazione nel quadro nel cosmo e nella storia del secolo, e tute le figure che non compaiono nel quadro ma ne costituiscono la radice e il retroscena. Ho libri stropicciati e consunti di argomento religioso, segnati, appuntati, ricolmi di immagini sacre che raccontano una storia che è ancora più intima e non viene mai raccontata, per pudore. E altri oggetti, per ora indicibili. Ma tutte queste cose non avevano e non sanno come trovare un filo conduttore, che per me era sempre stato il tavolo di formica azzurra della vecchia cucina, punto in cui tutte quelle linee eterogenee convergevano, nella narrazione semplice che viene dalla comunità e dall’esperienza. Continua a leggere »