Lalitha Sahasranamam, versi 111 – 220

111. Om Bisa Thanthu Thaniyasi Namah – Lei che è sottile come lo stelo del loto.
112. Om Bhavani Namah – Lei che dà la vita o Lei che è la consorte di Shiva.
113. Om Bhavana Gamya Namah – Lei che può essere attinta con il pensiero.
114. Om Bhavarany Kudariga Namah – Lei che è l’ascia che spezza la miseria del mondo.
115. Om Bhadra Priya Namah – Lei che desidera il bene dei suoi devoti.
116. Om Bhadra Moorthy Namah – Lei che è personificazione di tutto ciò che è buono.
117. Om Bhaktha Sowbhagya Dhayini Namah – Lei che dona ogni bene e fortuna ai suoi devoti.
118. Om Bhakti Priya Namah – Lei che ama la devozione.
119. Om Bhakti Gamya Namah – Lei che può essere raggiunta con la devozione.
120. Om Bhakti Vasja Namah – Lei che può essere controllata con la devozione.

121. Om Bhayapaha Namah – Lei che toglie la paura.
122. Om Sambhavya Namah – Lei che è la sposa Shambhu.
123. Om Saradharadya Namah – Lei che è adorata durante il Navarathri d’autunno.
124. Om Sarvani Namah – Lei che è la consorte di Shiva (qui chiamato Sarvar).
125. Om Sarmadhayini Namah – Lei che accorda la felicità.
126. Om Sankari Namah- Lei che è la consorte di Sankara.
127. Om Sreekari Namah – Lei che accorda tutte i benefici.
128. Om Sadhwi Namah – Lei che è fedele al marito.
129. Om Sarat Chandra Nibhanana Namah – Lei che ha il viso come la luna in autunno.
130. Om Satho Dhari Namah – Lei che ha la vita sottile.

131. Om Santhimathi Namah – Lei che è la pace in persona.
132. Om Niradhara Namah – Lei che non ha bisogno di alcun sostegno.
133. Om Niranjana Namah – Lei che è priva di macchie o difetti.
134. Om Nirlepa Namah – Lei che non ha alcun attaccamento.
135. Om Nirmala Namah- Lei che è personificazione della chiarezza, o immacolata.
136. Om Nithya Namah – Lei che è eterna.
137. Om Nirakara Namah – Lei che non ha forma.
138. Om Nirakula Namah – Lei che non può essere conosciuta dalle persone confuse.
139. Om Nirguna Namah – Lei che è al di là di tutte le caratteristiche.
140. Om Niskala Namah – Lei che non è divisa in parti.

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Il significato di Navaratri – Festa In onore della Madre Divina

27 marzo – 3 aprile 2009 Chaitra Navratri

La Durga Puja o Navaratri (significato letterale: nove notti) é la più grande festa Indù durante la quale si adora Dio sia nella forma del Padre che della Madre. Questa festa è celebrata due volte all’anno, in primavera e in autunno. Il Rama-Navaratri di primavera è celebrato durante la luna nuova di Chaitra (aprile/maggio) e il Durga-Navaratri d’autunno durante la luna nuova d’Ashwin (settembre/ottobre). L’inizio dell’estate e dell’inverno sono due congiunzioni molto importanti di influenze climatiche e astrali. I corpi e gli spiriti subiscono un notevole cambiamento a causa delle modificazioni della natura e sono anche momenti consacrati al culto della Madre.

La celebrazione dura nove giorni in onore delle nove manifestazioni di Durga. Si commemora la Vittoria di Durga su Mahishasura, il demone a testa di bufalo. Ma per il ricercatore spirituale (sadhaka) sulla via della sadhana, la divisione di Navaratri In serie di tre giorni dedicati al culto di differenti aspetti della Dea Suprema evidenzia gli stadi dell’evoluzione dell’uomo dalla condizione di Jiva (stato di individualità) alla condizione di Shiva (stato della realizzazione di Dio). I primi tre giorni sono dedicati a Kali, dea della distruzione e della ricreazione e consorte di Shiva. Noi preghiamo Kali di distruggere tutte le nostre mancanze e di annullare gli istinti animali che si manifestano nella nostra natura. Lei é anche il potere che protegge la nostra sadhana dalle facili distrazioni e dai numerosi ostacoli. Questi tre giorni sono un periodo di purificazione per abbandonare tutto ciò tutto ciò che non é voluto nel nostro cammino. L’equivalente delle “pulizie di primavera” per far posto al nuovo. Così i primi tre giorni caratterizzano Il primo stadio della distruzione delle impurità, ci aiutano nel nostro sforzo di essere determinati e rafforzano la nostra lotta nell’estirpare le tendenze negative del nostro spirito. Continua a Leggere →

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Amrta Darshan

Secondo gli uomini gli esseri sono mortali. Lo sono ancora di più i deboli, i solitari, gli sterili, i celibi e le nubili. Secondo gli uomini, i testimoni sono presenze accidentali sul luogo di un delitto che è un fatto compiuto, e alternativamente può essere o meno rivelato, e ne sono dei complici o degli osservatori inattendibili e fallaci. Sono sempre sostanzialmente scomodi e dubitabili.

Con questa idea di laicità liscia e indisturbata il secolo breve li ha praticamente aboliti. Perciò ci sembra di vederne l’ombra sul muro, ci sembra di percepirne il dolore e quella potenza ci fa pensare alla disperazione. Si sono invertiti gli attributi, perchè ciò che è potente diventa disperato, ciò che è lucido è folle, ciò che ha osservato tutto e conosce tutto è solo. Siamo noi l’ombra sul muro, è il nostro silenzio ammutolito nella ricerca tossica della felicità. Preferiamo morire che soffrire. Diventiamo ombre, scompare la nostra narrazione, l’io che non teme di conoscere la verità su tutto.

Alcuni di noi scontano di essere nati sulla soglia, per aver conosciuto i vecchi testimoni, averne ricevuto la parola e ascoltato i racconti e poi per aver vegliato la loro morte fisica. Ci dicono, o ci diranno, che siamo toccati da una sorta di malocchio dell’anima, che è proprio così, un occhio anomalo, che viene trasmesso per via immateriale, che restituisce un quadro affatto idilliaco e per nulla conciliante della storia e del mondo e poi, per esteso, dello spirito. Perchè ovunque poseremo lo sguardo, poseremo anche un occhio differente, l’occhio del testimone, quello che non ha filtri, quello che non ha intenzione di proteggersi, che non è mai d’accordo, che discrimina e che discrimina perchè ama. E non dovrebbe mai tacere. Continua a Leggere →

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Maya Darshan

Maya Darshan

Pensavo: se lei mi percuote così, chissà cosa mi farà la vita. Perchè la madre è la vita buona, quella dalla tua parte. Perchè se lei strappa, significa che là fuori c’è già il post diluvio. Ma non era vero. Non è la vita, è altro, E’ qualcosa di me, ma altro, completamente altro.
Me ne sono ricordata, come per incanto, quando ho rimesso gli occhi su un monitor per mettere in fila delle parole. Qualcuno passava alle mie spalle e mi minacciava in silenzio. Lei non avrebbe taciuto, non si sarebbe limitata a passare. Il suo silenzio si sarebbe rivelato soltanto molto dopo, quando il bottino dei prigionieri fosse al completo.

La mente è altro. Prima obbedisce in sudditanza cieca alla ragione di un padrone invisibile e feroce, la mente è sudditanza, la ragione è sudditanza. E’ l’esecutore senza colpa, efferato, il male banale, il grido. Gridava. Gelava il sangue. Paralizzava. Non c’è nulla che si possa opporre al grido materno, non c’è più forza, non c’è altra ragione, non c’è obiettivo. Al grido materno si soccombe, ci si fa muti, si attende il disvelamento dell’Assoluto (come insegna la vita di Ramakrishna), si è disposti a morire immediatamente. Si muore.

Dopo la morte, insegnano i libri misterici del tragitto, c’è un lungo mercanteggiare con i fantasmi del non-tempo, i padroni delle grida, o altri servi di fattura più sottile, indistruttibili (allo sguardo). Con la morte calano le grida, resiste la tensione, si accorcia un po’ alla volta la distanza, ma senza avere pace, senza avere coscienza di sé, senza riconoscimento, nella foresta dell’arbitrio ingannevole, nella sete. Finchè non si chieda la pace, davvero. Continua a Leggere →

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Mathru Darshan

Erano migliaia di fotografie, in disordine, che ricadevano sul mondo che voleva curiosare un mistero che tutti si aspettavano di carpire col desiderio. E scorrevo, una sera, tra le pagine, tra la noia delle solite idee che gonfiano e deludono l’immaginario, la guaritrice, la devota, la santa, la maestra, la bellezza e i segni di una miseria che sembra entrare come un disturbatore quasi di traverso, tra i denti mancanti, la scarsa igiene e lo sguardo buono che hanno quelli che hanno del corpo la percezione odorosa sgradevole, amarognola e pungente. Sei umile e presuntuosa come usava una volta. Allora una sola foto blocca lo scorrimento quasi automatico: perchè quella sono io. Quando ho fatto questa foto? che giorno era? ricordo perfettamente…
Poche ore dopo mi ridi giocosa, con i vasi tra le mani, due tre giare di coccio, aperte, che mi mostri, esultante come una bambina: dimmi, di chi è l’aria che riempie questi vasi, sono io o sei tu? E così via ridendo, per mesi, mi porti tra le tue cose, la tua gente, la tua visione delle piante brutte di un giardino pubblico che diventa l’India mitica dei cuori, tra le donne dolenti di patimenti antichi e moderni, trasfigurate, i bambini che ci vedono attoniti e il resto che luccica attorno di cromatismi insensati di primavera. Continua a Leggere →

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Bhavani Ashtakam – Adi Shankaracharya

Bhavani Ashtakam – Adi Shankaracharya

Na thatho, na matha, na bandur na datha,
Na puthro, na puthri , na bruthyo , na bartha,
Na jayaa na Vidhya, na Vruthir mamaiva,
Gathisthwam, Gathisthwam Thwam ekaa Bhavani.

Non la madre, non il padre
non i compagni e non gli amici
non il figlio, né la figlia
non i servi, non il marito
non la moglie, e neppure la conoscenza
e nemmeno la mia occupazione
sono la mia vera dimora –
Sei Tu il mio rifugio e il mio solo rifugio, Signora.

Bhavabdhava pare , Maha dhukha Bheeru,
Papaatha prakami , pralobhi pramatha,
Kam samsara pasa prabadha sadaham,
Gathisthwam, Gathisthwam thwam ekaa Bhavani.

Sono un codardo che non osa affrontare il dolore,
irretito dalla lussuria e dalla debolezza,
dall’avidità e dal desiderio,
e legato alla vita inutile che ho vissuto.
Nell’oceano della nascita e della morte –
Sei Tu il mio rifugio e il mio solo rifugio, Signora.

Na Janaami Dhanam, Na cha dhyana yogam,
Na janami thathram, na cha sthothra manthram,
Na janami poojam, na cha nyasa yogam,
Gathisthwam, Gathisthwam thwam ekaa Bhavani

Non conosco il modo di donare,
non so come meditare,
non sono versato nei riti
e non conosco le parole degli inni
non conosco la regola della devozione
e non ho praticato lo yoga –
Sei Tu il mio rifugio e il mio solo rifugio, Signora.

Na janami Punyam, Na janami theertham,
Na janami mukthim, layam vaa kadachit,
Na janami bhakthim, vrutham vaapi maatha,
Gathisthwam, Gathisthwam, thwam ekaa Bhavani.

Non conosco come si acquistano i meriti
non conosco la strada del pellegrino
non conosco la via della salvezza
non so immergere la mia mente in Dio
non conosco l’arte della devozione
non conosco la pratica dell’ascesi, O Madre –
Sei Tu il mio rifugio e il mio solo rifugio, Signora.

Kukarmi, kusangi, kubudhi, kudhasa,
Kulachara heena, kadhachara leena,
Kudrushti, kuvakya prabandha, sadaham,
Gathisthwam, Gathisthwam, thwam ekaa Bhavani.

Ho compiuto azioni malvage
e frequentato persone corrotte
col pensiero ho accarezzato il male
e ho servito cattivi maestri,
la mia genia è triste
i miei atti sono peccaminosi
il mio sguardo è malevolo
i miei scritti sono solo maleparole –
Sei Tu il mio rifugio e il mio solo rifugio, Signora.

Prajesam, Ramesam, Mahesam, Suresam,
Dhinesam, Nisidheswaram vaa kadachit,
Na janami chanyath sadaham saranye,
Gathisthwam, Gathisthwam thwam ekaa Bhavani

Non conosco il creatore
non il signore del destino
non il signore degli esseri
non il signore degli dèi.
Non consoco il dio che reca la luce
e non conosco il dio che governa la notte
e nessun altro dio mi appartiene
O Dea, sempre mi inchino a Te –
Sei Tu il mio rifugio e il mio solo rifugio, Signora.

Vivadhe, Vishadhe, pramadhe, pravase,
Jale cha anale parvathe shatru madhye,
Aranye, saranye sada maam prapahi,
Gathisthwam, Gathisthwam, thwam ekaa Bhavani.

Quando sono immerso nel conflitto
quando sono in preda al dolore
quando sono colpito da una disgrazia
quando sono lontano da casa
quando attraverso il fuoco o l’acqua
quando sono in cima a una montagna
quando sono circondato dai nemici
quando sono nel folto della foresta
O Dea, sempre mi inchino a Te
Sei Tu il mio rifugio e il mio solo rifugio, Signora.

Anadho, dharidro, jara roga yuktho,
Maha Ksheena dheena, sada jaadya vakthra,
Vipathou pravishta, pranshata sadhaham,
Gathisthwam, Gathisthwam, thwam ekaa Bhavani.

Nelle condizioni dell’orfano,
nella vita del mendicante,
nei dolori della vecchiaia,
dell’abbattimento della stanchezza,
nello stato più disperato,
quando sono sommerso dai problemi,
quando verso in grave pericolo,
O Dea, sempre mi inchino a Te –
Sei Tu il mio rifugio e il mio solo rifugio, Signora.

[Navratri]

(traduzione: Beatrice Polidori)

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