Casta Diva.
Posted by Beatrice on September 17, 2007
Sono nata e cresciuta in una casa che rimbombava delle note del melodramma lirico ad ogni ora. Nel corso degli anni mi portarono ad assistere all’opera nei teatri italiani: all’Arena di Verona, alla Scala, alla Fenice prima dell’incendio; e anche al Regio di Parma, a Modena, a Bologna, all’Opera di Roma, ecc ecc. Andavamo col pulman. Era un pulman stipato di creature immaginarie, come noi. Avevamo un abito elegante e sobrio, molto sobrio e rialzato con le spalline, un po’ di bigiotteria e qualche gioiello della nonna. Avevamo attorno signore composte e colte, secondo il canone del secolo scorso, professoresse, mogli di, coppie di anziani con arie aristocratiche, sognatori, zitelle con le lenti spesse. Un mondo di compostezza, virtù e repressione emozionale che cercava le grida dei cantanti e il calore delle romanze, che si esaltava a quelle smanie amorose e agli intrighi che non avrebbe mai conosciuto direttamente. Un mondo sommesso ed educato, mite, che si lasciava trasportare lecitamente solo dall’emozione del belcanto. Sopra la mesta piegatura delle gonne di tweed, sopra l’illuminazione al neon delle cucine, sulla pioggia che inondava le strade d’autunno, sopra l’odore scomparso
dell’estate, dominava l’immaginario l’ultimo archetipo occidentale vivente, una divinità che gridava la sua energia soprannaturale direttamente dalla Grecia del mito, energia femminile arcaica ed elegantissima, sintesi di distacco e di passione.
Avevo sette anni quando arrivò la notizia che la Divina, Maria Callas, era morta a Parigi. L’icona sacra lumeggiava dal grande tv in bianco e nero, il candido della pelle su cui si disegnavano gli occhi dipinti, i veli scuri, il bagliore delle luci di scena, la figura ieratica, le sopracciglia saettanti, lo sguardo più intenso del secolo. La Callas senza il bianco e nero non è la Callas, l’ho vista molti anni dopo, diretta a colori da Pasolini in Medea: una creatura fragile, quasi piccola sotto l’enormità del costume di scena, segnata dal dolore, rigida, di una insicurezza isterica, che privata della voce e della densità del melodramma, era come un uccello legato e affamato. Ma quel notiziario di settembre era ancora l’elegia del mito, bianco e nero come la Luna. Per quel breve tempo, un mondo non ancora di nicchia, visse il privilegio anacronistico di tuffarsi nel sogno e nella devozione della sacerdotessa eterna, di venerarla e di temerla, di guardarla con un brivido, di vivere una emozione ormai indecifrabile che da quel volto bianco e nero rispecchiava ricordi arcaici, guidati dalla musica sentimentale e nostalgica per eccellenza, fino a intuire la soglia di un mistero che sconfinava dalla liceità delle pagine dei libretti. Perciò in alcuni prevalse la repulsione; si disse che era stonata, che interpretava senza criterio, che rovinava le regole auree del canto. In realtà quella visione della soglia, dell’oltre-tempo, quasi una visione del soprannaturale, non poteva che creare sconcerto.
Per me, bambina tra le nuvole, che ricordava le vite passate, era segno che il passato non era morto, che ancora Lei esisteva e richiamava a sé i cuori, intrappolati nel concerto di torbido e di innocente che scatenava in chi non poteva fare a meno di adorarla, lei che rappresentava non l’opera sguaiata, ma il Mistero – quello antico, la rappresentazione di sé. Questo arrivava per vie non verbali alla mia sensibilità eccitabile, confermato dalle parole accorate, dai commenti di ammirazione e perfino dalle critiche feroci che si riversavano verso quell’immagine familiare, ormai incastrata per sempre nell’inconscio a incarnare un’Idea che niente aveva a che fare con la sua professione, ma molto con la sua bravura. Tutti avevano la certezza di avere assistito a qualcosa di unico, ammiratori, devoti e detrattori non potevano negare, per un verso o per l’altro, di avere incontrato un fenomeno francamente eccezionale, perciò fu chiamata la “Divina”.
Mi è difficile non sentire, al ricordo di quel sentimento, quasi una stretta di rammarico. Quella divinità si sostanziava in tragedia, che colpì per primo l’essere che la impersonava, condannato alla solitudine e a una morte prematura. Poi divorò le anime ingenue che avevano creduto quasi religiosamente al bagliore lunare della sua immagine e al suono che emanava. Fu la fine dell’innocenza che adorava romanticamente la personalità individuale, la grande personalità, come si diceva allora, l’interpretazione magistrale che era anche (o soprattutto) l’interpretazione della vita, come da sempre e fino ad allora si intendeva il valore e la grandezza di un essere umano. Poi fu il diluvio.



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Hinduismo antico Vol 1: dalle origini vediche ai Purana
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