Posted by Beatrice on June 30, 2007
Stamattina, una bambina biondissima, di circa cinque o sei anni, seduta ad un tavolo, con me altra gente attorno, leggeva da un libriccino recitando Stotra per Shiva, ricordo che ritmava precisissima il Lingastakam. E io pensavo, ma che brava questa bambina, recita gli Stotra proprio come me, ma ha solo cinque anni. E ovviamente la differenza anagrafica creava la differenza di bravura con nettissmo sentimento di inadeguatezza della sottoscritta, che si chiedeva come mai lei medesima a cinque anni (e anche molto dopo) non fosse in grado di fare nulla, e tantomeno leggere in sanscrito con quella sicurezza. Anche nel sogno devo essermi lasciata prendere da qualche attimo di autocommiserazione e infine mi pare che mi stupivo di quanto siano avanti le nuove generazioni.

Quindi oggi cercavo di ricordare qualcosa del libro di Jung e Kerenyi in cui è analizzato il mito della fanciulla-iniziata, la Kore o Persefone. Il simbolo femminile è il segno dell’impermanenza – e senza contraddizioni – dell’eterno ciclo del ritorno alla vita. Secondo Kerenyi il mito eleusino della Kore è il fatto numinoso che si celebra nel matrimonio: la morte simbolica (e psicologica) della fanciulla, abbandonata alla solitudine e al pericolo oscuro che l’attende, e quindi la trasformazione di lei in epifania del divino, potenza dell’incarnazione e della salvezza. Demetra ne piange la scomparsa e provoca la ferma dei raccolti finché non le viene restituita. Nessuna priorità naturale o metafisica dissuade l’unità originale dal ricercare la riunificazione di ciò che l’ombra-morte-sesso vuole spezzare. Quando si ripristina questa Unità primigenia, di prima dell’ombra, della moltiplicazione o caduta, quella Unità è il Divino, la purezza dell’Indiviso, e l’indiviso ritrovato, in occidente è il Figlio (che pare comparisse come apoteosi dei Misteri Eleusini), il nato dalla vergine ovvero il non-nato. Il mito non serve affatto a spiegare l’ineluttabile destino femminile alla riproduzione, solo da quando se ne è persa l’esperienza si è appreso a scambiare il mezzo col fine. Il Mito deve risolversi nella Unificazione del Reale, nell’Assoluto, dove non c’è principio e fine; la sacra rappresentazione misterica è il ponte che conduce dalla tragicità del fenomeno percepito alla pace dell’essere indiviso, dove null’altro è reale.
La Kore è l’innocente e la perfetta che strappata all’Unità primigenia attraversa gli inferi contro la propria volontà e ne viene parzialmente catturata con il dolce frutto del melograno. Una stagione, un quarto della realtà – dicevano i Veda – appartiene al mondo visibile e il mondo visibile è quel fenomenico, lo strappo, che proietta ombra e morte, anche se temporanea, alla percezione dell’io che aspira nostalgico a riunirsi con il proprio cuore, improvvisamente conteso, trasformato in oggetto del desiderio.
Con la perfezione della sua innocenza, non erosa dai dubbi, non corrotta dal timore di essere o apparire, Kore legge serena e indisturbata la lode allo Shivalingam. Non è fede, non è istruzione, perchè è gioco e bravura, quella semplicità di cui è maestro il Divino soltanto, il Puro che non si cura di altro. Non prega per qualcuno, non prega per qualcosa, perciò la sua preghiera è perfetta ed esemplare, concentrata e lieve. Lei è degna di incontrare quel Divino, perchè già lo incarna nello spirito, per il suo distacco giocoso, serio e senza errori. Questa è la fanciulla divina, incorrotta e sempre unita allo Shiva suo amato e fratello, Madre e figlia di se stessa .
Tat Pranamani Sadashivalingam.

E’ TROPPO TARDI ANCHE PER AFFRETTARSI.
Posted by Beatrice on June 29, 2007
I cambiamenti climatici, secondo gli esperti interpellati dal Washington Post, minacciano seriamente il Gange e l’equilibrio idrico e spirituale da cui dipendono 800 milioni di indù. Il riscaldamento globale, infatti, sta lentamente ma inesorabilmente cambiando il fiume e la sua fonte, nella catena dell’Himalaya, si starebbe prosciugando. Entro il 2030 potrebbe scomparire. Il ghiacciaio Gangotri, dal quale proviene il 70 per cento dell’acqua del Gange, si sta ritirando al ritmo di quasi cento metri l’anno, doppio rispetto a quello di una ventina di anni fa. (fonte: La Stampa web)
Già durante l’ultimo Kumbh Mela, a gennaio di quest’anno, un folto gruppo di Sadhu aveva organizzato una vivace contestazione e minacciato di disertare la celebrazione per protestare contro l’inquinamento crescente delle Acque Sacre, nel cui bacino scaricano senza depuratori alcuni dei distretti maggiormente industrializzati e popolosi dell’India.
Di questi giorni è la notizia dello scioglimento dello Shivalingam di ghiaccio che da millenni compare nella grotta di Amarnath durante il plenilunio di giugno, per diminuire progressivamente durante il resto dell’anno solare. Il sito si trova a 3.888 metri di altitudine e per raggiungerlo richiede un percorso minimo di oltre 45 km a piedi tra le montagne del Kashmir. Ogni anno è visitato da numerosi pellegrini, certi di assistere ad un fenomeno unico, l’apparizione del Divino nella Natura. Le testimonianze dei devoti sono straordinarie, ma già dallo scorso anno, quando i locali preoccupati del mancato accrescimento della stalagmite erano ricorsi alla sua creazione artificiale, l’apparizione manca l’appuntamento millenario e persino Shiva, che non è mai affetto dai mali terreni, decide di mandare un segnale del suo abbandono, di fronte al disastro ecologico. Appare del tutto naturale che ritirando la propria presenza, consigli la stessa strategia alla sua cara amica-amata Ganga, che con Lui ha deciso di scomparire.
Per il lettore occidentale queste due notizie sono soltanto la conferma dei dati drammatici sul riscaldamento globale. Per me sono anche altro.
La Presenza di Shiva è un dato inconfutabile e da sempre sperimentabile per il devoto. Shiva è su quella montagna, quindi è nel tuo e nel mio altare domestico, quindi nel tempio, quindi nel cuore del devoto, quindi nei panni dei suoi devoti, sempre incarnato, fisico, percepibile e reale, ad ogni livello. Presenza sensuale e immanente, sebbene assolutamente a-duale e trascendente nell’essenza. Da questa costante presenza deriva la randagia libertà dei suoi devoti, la regalità dei nudi vestiti di cenere, l’”io sono Shiva”, perchè Shiva è qui. Non c’è molto da inventarsi, non si tratta di mitologia, si tratta di una esperienza, che nella più lontana delle ipotesi si potrebbe fare percorrendo quei 45 chilometri. Se si tratta di vedere Dio, perchè no. Il fatto è che c’è, non è qualcosa di cui si sta solo parlando, non è religione, è qualcosa di molto anteriore a qualsiasi religione, perchè la religione viene dopo, prima c’è la Presenza poi, quando la presenza si ritira dal mondo, incomincia la religione.

Qualcuno obietterà che già esiste una religione Indù. Sarebbe lungo e complicato descrivere la difficile contaminazione culturale, prima che ecologica, che ha condotto alla creazione del cosiddetto “induismo” religioso. Questa idea è stata fortemente orientata dalla mentalità occidentale, che inizialmente vedeva nelle complesse stratificazioni di scuole e miti dei nativi dell’India soltanto una oscura matassa di superstizioni e crudeltà. Ma ancora oggi, qualora si interroghi l’anziano che sosta sulla riva del fiume, la donna analfabeta o uno dei rari veri devoti e gli si chieda dio dov’è, semplicemente allungheranno il dito a indicare una montagna o l’acqua del fiume, chiamandoli con emozione “padre” e “madre”. E finché questo è possibile, la Realtà mantiene il primato sulla religione, ponendo una gerarchia di principio che attinge al primato del Silenzio: prima c’è la Presenza silenziosa, attingibile dall’esperienza diretta e senza distinzioni, quella è l’origine della vita e dello spirito, poi, solo per la mente inquieta e tormentata di chi non vede, esistono le parole, i riti, le istruzioni – sottoposti però alla Tradizione che riconosce primariamente la Realtà.
La differenza tra la potenza del Presente e il sacrificio dell’Assente, ricade completamente sul cuore dei devoti. Se il nostro cuore sarà capace di raccogliere, da solo, la potenza impensabile delle montagne, dei ghiacciai e dei fiumi e dispensare alla vita le stesse benedizioni; o se si spegnerà nella malinconia dell’assenza e del ricordo, contentandosi di ricamare parole e istruzioni, contaminate nel profondo e contrassegnate dall’impossibilità dell’incontro con Dio, a causa della distruzione delle Sue dimore terrene.
