Figli della Terra e del Cielo stellato

I versi delle Lamine Orfiche sono sempre stati per me un fortissimo richiamo. Mi sembrano, irrazionalmente, gli esempi di poesia più pura ed elevata:anelito, paesaggio interiore e invocazione, in brevi, scarne ed esatte parole. Hanno il richiamo di un paesaggio noto, la presenza rassicurante di un mondo segreto e accogliente, di un grembo perenne, del fresco delle acque di fonte.
Il contenuto di questi versi era per gli iniziati la cosa più importante da sapere, il viatico essenziale per il viaggio ultramondano e la migliore certezza durante la vita terrena. Si sente quasi il dovere di impararli a memoria, serbarli come una luce indefettibile, si vorrebbe avere al possibilità di tramandarli con ragione ai cari che lasciano questo mondo, e in fondo è quello che vorremmo dire loro, e che gli avremmo detto. Se solo la conoscenza che ha guidato i nostri antenati del IV sec non fosse giunta a noi, proprio come da un altro mondo, a frammenti e briciole, cancellata dalla maggior ragione di nuovi culti, e in parte assorbita da essi, ma resa vana.
Nelle lamine orfiche si riassume la conoscenza iniziatica, o gnosi, fissata nell’esperienza ultima e inappellabile della morte: non è luogo di argomentazioni logiche o religiose, è il punto dove ogni sovrapposizione che copriva la verità decade e il paesaggio si fa essenziale, pericoloso e crepuscolare. Un cipresso bianco, una fonte, due spiriti guardiani misericordiosi, la presenza numinosa di un Madre divina, tomba e grembo, memoria e salvezza. Con queste conoscenze oggettive gli iniziati orfici si avviano alla soglia ultramondana, ove si deve dissolvere l’ombra individuale, e la sua sofferenza, e con essa il richiamo alla rinascita terrena, per ricongiungersi alla propria natura divina primordiale.

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Paradiseya. Del luogo superiore (“Para”, come in sanscrito), per averne un’immagine, si deve distogliere ogni traccia di mito e affidarci all’istruzione propria degli iniziati, dei soli che avrebbero potuto accedere allo stato di liberazione. In che disposizione? Quanti avessero compiuto doverosamente le istruzioni iniziatiche e completato il loro cammino, secondo quello che riferiscono autorevoli fonti, tra cui Platone, sono i Bacchoi: coloro che l’iniziazione ha reso affini alla divinità stessa (Dioniso / Bacco); i Bhakta, si dice in India, i veri devoti la cui dedizione al Divino ha reso puri, totalmente assorti nella Divinità, la cui coscienza è unificata nella contemplazione della divinità. Così, si evince anche dalle lamine orfiche, gli iniziati vanno in un luogo in cui la loro sola occupazione sarà la contemplazione della presenza divina ininterrotta. Quanto questa idea abbia influenzato la concezione popolare, e infine cristiana, è fuori di dubbio, perdendo però completamente la sua valenza filosofica.

Non crediamo che il fine del grande sforzo metafisico orfico fosse un paradiso per devoti specialmente zelanti, come vogliono alcuni studiosi, ma la piena Conoscenza dell’Essere è quanto la gnosi antica e l’iniziazione dovevano tramandare e dare occasione di realizzare agli iniziati: la dismissione della vita individuale (espiatoria) e la conoscenza diretta della pura e universale realtà dell’Essere. Questa conoscenza fu rivelata, tra gli altri, al padre della filosofia greca, Parmenide, portato di fronte alla stessa Dea (Mnemosine o Persefone) innominata, per testimoniare direttamente la realtà dell’Essere, quale perenne fondamento della filosofia tutta, e del “corretto filosofare” come inteso dagli iniziati orfici della Scuola Pitagorica. Poiché solo la “Regina degli Inferi”, o la morte dell’io, dischiude la Conoscenza dell’Essere: chi (ri)nasce da questa Vergine è purificato da ogni legame terreno e ascende alla sua natura divina originaria. Egli è il vero Conoscitore e ha ottenuto una effettiva salvezza.

Sappiamo inoltre che la Madre cui dedicavano la loro speranza e le loro invocazioni, li lega a un profondo momento dell’Essere, fondamentale e universalissimo. Sia essa Mnemosyne, rimembranza divina, o la regina degli Inferi, la fanciulla Persefone, è in verità il suo richiamo che ascoltiamo nelle poche righe delle lamine: di capretto desideroso di gettarsi nel latte. E tutti siamo attraversati e abitati dalla Sua figura, notturna e famigliare, che potremmo chiamare perfino Iside, o Kali – la nera Madre, la coscienza notturna che pervade il mondo, che solitaria e lunare lo percorre, tra la natura e il regno dei morti, che sempre veglia – rimembranza del solo Essere che tutto pervade, ignota presenza ininterrotta. Essa, di cui tutti i viventi sono naturalmente devoti. Attraverso la Sua conoscenza, l’Iniziato si solleva oltre le miserie della vita, attraversa come lo Yogi la Corona che si apre sul cranio e La incontra, rientra per in salvifico istante nel suo grembo divino, nella beatitudine dell’Essere indifferenziato e luminoso, e poi può ridiscendere al corso della propria esistenza, rinnovato, salvo: mai più un mortale.

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Restano tra i versi più belli di sempre, quelli che dal più profondo della pietà, dal cuore, partorirono la visione della salvezza che tutti riconobbero propria, pur sbiadendo nei secoli i principi iniziatici e gnostici che la sostenevano.

«Andrai alle case ben costrutte di Ade: vi è sulla destra una fonte,
accanto ad essa si erge un bianco cipresso;
lì discendono le anime dei morti per aver refrigerio.
A questa fonte non accostarti neppure;
ma più avanti troverai la fredda acqua che scorre
dal lago di Mnemosyne: vi stanno innanzi i custodi,
ed essi ti chiederanno, in sicuro discernimento,
che mai cerchi attraverso la tenebra dell’Ade caliginoso.
Dì: “Son figlio della Greve e del Cielo stellato;
di sete son arso e vengo meno: ma datemi presto
da bere la fredda acqua che viene dal lago di Mnemosyne”.
Ed essi sono misericordiosi per volere del sovrano degli Inferi,
e ti daranno da bere (l’acqua) del lago di Mnemosyne;
e tu quando avrai bevuto percorrerai la sacra via su cui anche gli altri
mystai e bacchoi procedono gloriosi.»

«Io vengo di e tra i puri, o pura Regina degli Inferi,
Euklès e Eubuléus e altri numi immortali:
ché dichiaro di appartenere anch’io alla vostra stirpe beata.
Ma mi assoggettò il Destino e il folgorante Saettatore sidereo.
Volai via dal doloroso ciclo grave d’affanni,
e ascesi alla desiderata corona con piedi veloci;
mi immersi nel grembo della Signora regina degli Inferi,
discesi dalla desiderata corona con piedi veloci.
– O felice e beatissimo, dio sarai anziché mortale. –
Capretto mi lanciai verso il latte.»

Vedi il Libro su Amazon: Le lamine d’oro orfiche. Istruzioni per il viaggio oltremondano degli iniziati greci

 

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Roberto Calasso, L’Ardore. Il racconto della sapienza vedica.

Qualcosa di immensamente remoto dal­l’oggi apparve più di tremila anni fa nel­l’India del Nord: il Veda, un «sapere» che comprendeva in sé tutto, dai granelli di sabbia sino ai confini dell’universo. Distanza che si avverte nel modo di vivere o­gni gesto, ogni parola, ogni im­presa. Gli uomini vedici prestavano un’attenzione adamantina alla mente che li reggeva, mai disgiungibile da quell’«ardore» da cui ritenevano si fosse sviluppato il mondo. L’at­timo acquistava senso in rapporto a un invisibile traboc­cante di presenze divine. Fu un esperi­mento del pensiero così estremo che sarebbe potuto scomparire senza lasciare traccia del suo passaggio nella «terra dove vaga in libertà l’antilope nera» (così veniva definito il luogo della legge). Eppure quel pensiero – groviglio com­posto da inni enigmatici, atti rituali, storie di dèi e folgorazioni metafisiche – ha l’indubita­bile capacità di illuminare con luce radente, diversa da ogni altra, gli eventi elementari che appartengono all’esperienza di chiunque, oggi e dappertutto, a cominciare dal puro fatto di es­sere coscienti. Così collidendo con molte di quelle che vengono ormai considerate ferme acquisizioni. Que­sto libro raccon­ta come attraverso i «cento cammini» a cui allude il titolo di un’o­pe­ra smisurata e capitale del Veda, lo Śatapatha Brāh­maņa, si può raggiungere ciò che sta davanti ai nostri occhi passando attra­verso ciò che da noi è più lontano.

Roberto Calasso, L’ardore

Altri libri di Roberto Calasso:

Ka
Le nozze di Cadmo e Armonia
altri…

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Hinduismo antico. Vol 1: Dalle origini vediche ai Purana. Meridiani Mondadori

Il volume inizia con gli inni vedici più importanti e le Upanisad più celebri e prosegue con la Bhagavadgita, i capitoli più cruciali della Manusmrti, del Mahabharata, del Ramayana, dei Purana, i testi antichi fondanti tutto il complesso sistema religioso dell’India tradizionale. Si tratta di testi essenziali per comprendere i miti antichi e gli sviluppi successivi del pensiero religioso indiano, dai sistemi dualistici – che credono in una distanza radicale tra l’uomo e Dio, tra creato e creatore -, a quelli non-dualistici – che invece vedono proprio nella sostanziale unità di tutte le cose il principio unico, dinamico e vero che anima ogni cosa -, senza dimenticare i sistemi che propongono vie intermedie e che spiegano in altro modo l’amore di Dio e il mistero della vita nel cosmo. Nel secondo volume verrà dato più spazio

alla metafisica, al misticismo, al tantrismo, alla devozione e allo yoga, alla riformulazione di tutte le dottrine principali: la reincarnazione, la legge di retribuzione karmica, la suddivisione delle caste, l’identità tra Sé individuale e Assoluto, l’essenza dei rituali e delle pratiche dello yoga.

«L’Induismo è l’-ismo degli indiani – dice Mario Piantelli, indologo dell’Università di Torino -. A rigore l’Induismo non esiste. C’è il mainstream, la grande corrente della cultura hindu, in cui si collocano i molti sampradaya, le correnti, ognuna con un proprio orizzonte legato di volta in volta a un culto particolare». Francesco Sferra, indologo dell’Istituto Orientale di Napoli che ha scritto l’introduzione generale al volume dei Meridiani, comincia quasi scusandosi: «L’India presenta un panorama culturale estremamente ricco e vario che si sviluppa nel corso di tremila anni e che si oppone a qualsiasi tentativo di semplificazione». Continua a Leggere →

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Il trattato di Manu sulla norma [Manavadharmasastra], Einaudi

Composto probabilmente nel II secolo avanti Cristo e per tradizione attribuito al mitico figlio di Brahma, capostipite dell’umanità, il Trattato di Manu sulla norma è uno dei piú celebri testi antichi di norme etico-politico- giuridiche del mondo antico. È stata una delle primissime opere in sanscrito a essere tradotta in una lingua occidentale (in inglese, nel 1794) e ha avuto lettori entusiasti come Nietzsche.
La sua fama è legata alla vastità delle sue trattazioni, che spaziano dai criteri per l’amministrazione della giustizia alle regole per la vita familiare, dalle dottrine cosmogoniche alle indicazioni pratiche sull’alimentazione. Ma è stato anche uno strumento ideologico e di controllo sociale prediletto dalle compagini brahmaniche ortodosse e viceversa contestato da coloro che, in vari tempi e per varie ragioni (buddhisti, classi subalterne), si sono sentiti oppressi dalla cultura dominante. Per la prima volta tradotto in italiano direttamente dal sanscrito (sulla base della piú accurata edizione critica), il Trattato di Manu viene qui proposto come opera indispensabile per capire la cultura dell’India, al pari delle grandi saghe epiche del Mahabharata e del Ramayana

«La fama del Manavadharmasastra è senz’altro legata alla vastità e all’esaustività delle sue trattazioni in materia di condotta, regalità, criteri per l’amministrazione della giustizia, regole per la vita familiare, norme per la formazione degli intellettuali, dottrine cosmogoniche, pratiche ascetiche, etica religiosa, ecc. L’ampiezza e il carattere dei suoi contenuti hanno costituito la ragione del suo primato, riconosciuto sia dai commentatori classici indiani sia dai funzionari britannici ottocenteschi. Costoro se ne sono ampiamente serviti per costruire la cornice giuridica con cui hanno tentato di regolamentare e dominare il complesso orizzonte sociale e culturale delle colonie sudasiatiche.
Il Trattato di Manu sulla norma, per il suo statuto e la lunga storia della sua ricezione, è dunque un testo da cui non può prescindere chi si pone in una prospettiva comparativa consapevole della dimensione globale delle pratiche intellettuali». Continua a Leggere →

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Guido Gozzano: Una Devadasis

Una Devadasis (ancella della Dea), cioè una bajadera di casta bramina, vanta, anzitutto, una nobiltà  millenaria, poichè non può essere che figlia di una bajadera, come i suoi figli non possono essere che bajadere, se femmine, musici e letterati, se maschi. E’ facile comprendere come, anche solo per istinto ereditario, s’affini in una Devadasis l’arte del gesto, del passo, dell’atteggiamento, l’arte della voce e della maschera, l’attitudine letteraria a penetrare, commentare insuperabilmente i capolavori la poesia indiana.

Nata, cresciuta nel Tempio, educata con una regola inflessibile, essa non ha bisogno di imparare le lingue sacre: il sanscrito, il pali, le son famigliari fin dall’infanzia; le strofe dei Pouranas, i poemi storici e sacri indiani, cullano i suoi primi sonni; i suoi primi passi si muovono istintivamente a ritmo di danza, le sue prime parole a un ritmo di canto e poesia, i begli occhi tenebrosi si sono appena schiusi alla luce e riflettono per immagini prime la favolosa architettura del recinto sacro, gli Dei, gli eroi, i mostri di pietra e di metallo, la madre, le sorelle officianti e danzanti nelle cerimonie e nei cortei. Prigioniera nel Tempio fino a quindici anni, essa limita l’orizzonte dell’universo tra lo stagno dei coccodrilli sacri e l’alte mura vigilate dagli elefanti di pietra. La sua carne, la sua anima s’accrescono esclusivamente di religiosità. Tutta la sua educazione è intesa a fare di lei la viva scultura del Tempio. Continua a Leggere →

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