Posted by Beatrice on July 10, 2008
La progressiva ascesa dell’India a protagonista della scena mondiale, in termini che sarebbero stati impensabili solo qualche decennio fa, ci costringe a riconsiderare l’immagine che l’Occidente se ne è costruito in più di due millenni. Immagine prestigiosa, forse, ma anche duramente riduttiva, di luogo privilegiato di saperi occulti, di estasi e ascesi o, di converso, di favolose ricchezze e morbidi piaceri. Più che dedicarsi alla conoscenza dell’India, l’Occidente ha preferito sognarla: una conseguenza fra le tante è che al pensiero dell’India, pur unanimemente celebrato come la sede della più alta sapienza, non è stato concesso nemmeno un posticino d’angolo nel gran teatro delle storie della filosofia. Il volume presenta il pensiero dell’India premoderna innanzitutto delineando i parametri culturali in cui si è sviluppato e all’interno dei quali deve essere letto, associato spesso con l’esperienza religiosa ma anche essenzialmente autonomo da essa, talvolta diverso nelle forme e negli esiti ma più spesso strettamente affiancato al pensiero occidentale, di certo mai “alieno”.
«Un compendio sempre approfondito e basato su competenze di prima mano e allo stesso tempo un’originale visione dell’intero campo. Lo definirei il miglior sguardo d’insieme moderno sulla filosofia dell’India, condotto a un livello di penetrazione straordinariamente alto», Ernst Steinkellner, Università di Vienna, Accademia Austriaca delle Scienze
Raffaele Torella, Il pensiero dell’India: un’introduzione, Carocci Editore, Roma 2008, pp. 224
Posted by Beatrice on March 25, 2008
Il 27 agosto 1950 Cesare Pavese cede infine al “il vizio assurdo” e si toglie la vita, ingerendo una forte dose di sonniferi; affida le ultime, poche righe al frontespizio di una copia dei Dialoghi con Leucò, forse il suo libro più coraggioso, di certo il più lontano dalla tendenza letteraria dell’epoca e – apparentemente – del suo stesso autore. Composto nell’immediato Dopoguerra, in un momento cioè di dominante Neorealismo, Dialoghi con Leucò mette in scena personaggi che di attuale sembrano non avere nulla (appartenendo alla mitologia greco-latina), e costituisce a detta dello stesso Pavese “un lusso che da un pezzo meditavo di prendermi”: di fatto, i ventisei “dialoghetti” (come li chiamava lo scrittore piemontese) non sono immediatamente compresi, e vengono a lungo considerati un vezzo, un capriccio di uno degli autori altrimenti più presenti alla difficile situazione sociale, culturale ed economica dell’Italia di quegli anni.
In realtà, il tema del mito è già presente nelle precedenti opere pavesiane e continuerà ad esserlo in quelle successive; vero è che i Dialoghi proiettano il lettore di allora e di oggi in uno scenario a prima vista decisamente lontano da quello in cui si svolge la quotidiana vicenda di ognuno: non solo i celeberrimi Achille e Patroclo, Edipo e Teseo, Eros e Thanatos, ma anche i meno comunemente conosciuti Issione e Ippoloco, Britomarti e Litierse, Virbio e Ariane sono protagonisti di queste pagine. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on February 23, 2008
C’è una letteratura cui mi accosto con timore, con l’emozione della paura per qualcosa di troppo desiderato e insieme sempre rimpianto e perduto. La scrittura come “avrebbe dovuto essere”, nella purezza, anche ingenua, dello sguardo che avevo, di qualcosa che avrei scritto, se solo lo avessi fatto, se solo non fossi tra i tanti che docilmente hanno lasciato che la maturità, cosiddetta, cancellasse ogni potenzialità di testimoniare quella visione e quelle parole. Perciò diventa un evento doloroso e vertiginoso, leggere un libro di Anna Maria Ortese. Ed è inevitabile, per queste ragioni, che alla fine ci si accorga di aver letto usando il più banale degli accorgimenti difensivi, la superficialità. Diventa una scrittura, perciò, ancora più profetica, che ti porta a ponderare come la cancellazione e il sacrificio del “Puma” visionario, dell’essere purissimo e infinitamente benevolo, o del cucciolo celeste, sia avvenuta inevitabilmente, per mano sconosciuta, per leggerezza, per disprezzo, per la cecità bestiale con cui apprendiamo a condurre la nostra vita, il più lontano possibile dal pericolo della follia, il più possibile nella forma di una menzogna di successo. Fino a dubitare che “quello” sia mai esistito. Chi avverte comunque il passo leggero del “Puma”, scivolare tra le rituali menzogne e le crudeltà convenzionali, silenzioso e benevolo, “piccolo buon padre” e “cucciolo”, cerca di nascosto di lasciare la ciotola d’acqua pura in un angolo segreto, e poi si ingegna per trovargli un nuovo nascondiglio sicuro, ogni volta che viene scoperto.
«Il disprezzo della natura fa parte proprio dell’uomo “naturale” – dice il prof.Op, protagonista di “Alonso e i visionari” – dell’uomo che non vede l’unità del tutto, ma solo il proprio particolare. L’Europa, dopo la guerra, si svegliava alla religione della specie umana, che pure la guerra aveva sbranato. Si tendeva a elevare una monumento all’uomo nuovo che era – doveva essere – privo di reverenza, di pietà per il bruto. Il bruto veniva odiato, proprio perché l’uomo nuovo era già bruto.» Continua a leggere »
Posted by Beatrice on January 29, 2008
<<Il libro di Yochai Benkler La ricchezza della rete pone al centro dell’attenzione l’emergere e il consolidarsi, in seguito alla larghissima diffusione e alla relativa economicità dei mezzi necessari a produrre informazione, di un’economia dell’informazione in rete alternativa alla tradizionale economia dell’informazione industriale. Ciò che caratterizza questa nuova fase, si afferma fin dalle prime pagine del testo, «è che azioni individuali decentrate – cioè le nuove e rilevanti condotte cooperative coordinate per mezzo di meccanismi non commerciali radicalmente distribuiti, che non dipendono da strategie proprietarie – giocano un ruolo molto più grande di quanto non fosse, o avrebbe mai potuto essere, nell’economia dell’informazione industriale. Catalizzatori di questo cambiamento sono l’affermarsi della tecnologia di fabbricazione dei calcolatori e dei suoi effetti a catena attraverso le tecnologie di comunicazione e storaggio di informazione … La terza novità, che per gli osservatori è forse la più radicale, più nuova e più difficile da comprendere, è l’affermarsi di grandi progetti cooperativi su larga scala dediti alla produzione orizzontale di informazione, conoscenza e cultura. Essi sono esemplificati dall’emergere del free software e del software open source. Ci stiamo accorgendo che questo modello non vale solo per il cuore delle nostre piattaforme software, ma si sta espandendo in tutti i settori dell’informazione e della produzione culturale … dalla produzione peer-to-peer di enciclopedie, alle news e agli editoriali fino all’intrattenimento immersivo». Continua a leggere »
Posted by Beatrice on September 5, 2007
Negli anni ‘70 c’erano molte case in cui regnavano “sani principi” difesi con tenacia da partigiani, dove le figlie si muovevano con molta cautela, rimproverate comunque della loro poca grazia, dove si teneva la morale stretta tra i denti, con orari e discussioni a senso unico, dove c’erano persone laboriose e niente affatto brillanti e dove si cresceva in timoroso silenzio e colpevole disordine segreto. Ognuna di queste case era retta da un codice morale, ideologico o spirituale che rendeva le mura di cinta fortemente simboliche. Ideologie, posizioni etiche, politica e religioni o qualsiasi idea anche personalissima e sbagliata, aveva preso albergo dentro le case, nel ristretto gruppo umano delle famiglie e lì regnava, scompaginata dal resto del mondo in subbuglio, cercando di diventare un’enclave inviolabile, baluardo contro l’avanzare di un mondo incontenibile e avverso a ogni principio.
Negli ambienti ancora pervasi da un certo calore, cosparsi di oggetti nuovi e scintillanti dai colori sull’arancio, siamo stati fotografati sfocati, cosparsi anche noi di un colore arancio e slavato, perchè solo troppo tardi, come in un ricordo postumo, dovessimo riconoscere da quegli indizi che possedevamo una bellezza abbagliante, quasi soprannaturale, irripetibile. Dentro quelle mura solide e in mezzo alla luminosità di alberi rigogliosi e cieli ancora lindi, intanto, senza che qualcuno lo avesse nominato mai, si insinuava un’ombra che lentamente avrebbe fagocitato in sé ogni cosa. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on August 15, 2007
I coloni inglesi in India sono esseri sperduti, abbandonati dal destino a diventare preda di ossessioni e follie, abbattuti dal caldo e dai tradimenti, insoddisfatti,
piegati dalla temperatura e dalla droga. L’individuo in India sembra destinato a sciogliersi al sole e la mente diventa un fardello di pensieri sempre più solitari e disperati. L’Occidentale, che è giunto fin lì “con la frode” è destinato a soccombere, schiacciato dalla visione della propria “tremenda notte”. Gli “indigeni” - come Kipling li raggruppa, indifferentemente dalla loro etnia - racchiudono invece un mistero che ne fa una barriera vivente, una soglia invalicabile oltre cui non è saggio cercare di indagare. Sono quella vita che gremisce compatta i tetti e le vie della notte, dormendo e rigirandosi all’unisono sotto il cielo immobile della “tremenda notte”, come un’onda di corpi e un solo respiro, nella visione corale che apre la raccolta. Non poteva esserci inizio più metafisico della fisicità di quella “tremenda notte”.
Kipling è l’osservatore sospeso tra i due mondi, l’anglo-indiano che ha in sorte di testimoniare della complessità dell’intreccio, soprattutto dove la “perfetta amministrazione” deve cancellare, mentire pietosamente, fingere di non vedere; ed è anche un privilegiato ascoltatore delle storie che gli indigeni scelgono di rivelargli, quelle più sconvolgenti anche per loro, che devono restare senza spiegazione, né razionale né spirituale.
E’ questa un’India malinconica e struggente, con un piede pericolosamente sul limite della follia, che si anima nella notte carica di presagi e di sentimenti acuti, che l’alba cancella, costringe ad abbandonare - l’alba che presagisce sempre la morte, mentre il cuore dell’India vive nella notte. Improvvisamente defraudati del cliché della sapienza spirituale riscoperta solo più tardi, siamo davanti all’indecifrabile che si sottrae alla ragionevolezza positiva, senza riabilitarla in certezze superiori. La Selva Oscura del cuore, ancora senza un’identità da spendere nel mercato delle menzogne, è spalancata e inviolabile, ancora assorta in sé, non detta.
Kipling ama questa oscurità, quanto odia aspramente la fredda luce che stritola la coscienza dell’occidente, come testimonia il racconto della sua infanzia. Apprezza l’amministrazione infaticabile dei suoi connazionali, ne avverte il polso debole e stremato, il fastidio, la noia assordante. Il segreto per sopravvivere in India, o il segreto dell’India è tutto quello che gli stranieri non dovrebbero mai violare, perchè in quel clima impossibile e nella visionarietà di quel mondo, il debole concetto divino dell’occidente deve cedere il passo e restare a guardare senza pretendere di capire. Scrive Kipling a un missionario presbiteriano: << Ho avuto la fortuna di nascere e in buona parte di crescere in mezzo a quelli che l’uomo bianco chiama “pagani”… e trovo crudele che i bianchi, con i loro governi muniti delle più micidiali armi note alla scienza, debbano abbagliare e scombussolare i propri simili con una dottrina della salvezza da loro stessi malamente intesa e con un codice etico estraneo al clima e agli istinti di quelle razze di cui offendono le usanze più care e di cui insultano gli dèi>>. Qualcuno ha definito Kipling la “voce del colonialismo”, eppure poche voci sono state così lucide nel denunciare la più sorda delle violenze coloniali. In questi racconti, per l’ultima volta prima della definitiva ecumenizzazione delle credenze antiche e della normalizzazione della gente, il “Dio delle cose come sono” - come fa osservare Ottavio Fatica nella postfazione - finisce per averla vinta sul “Dio delle cose come dovrebbero essere” e la natura riprendere ciò che è sempre stato suo.

Posted by Beatrice on July 19, 2007
Ho deciso di affrontare il caldo all’indiana, all’indiana povera, a colpi di ventilatore, stravaccata sul letto con un bel romanzone di Vikram Chandra “Giochi sacri”, una gangster-story a pieno ritmo, a tratti commovente e profonda, a tratti poliziesca e feroce come un bel film di trenta anni fa. Con più di mille pagine, anche se volano veloci, ho quasi la certezza di arrivare indenne a lunedì, quando dovrebbe cambiare tutto e inoltre imparo un sacco di parolacce in hindi, giustamente non tradotte, e riempio le ore di insonnia che ho deciso di non spendere scrivendo o traducendo alcunché.
Intanto che leggo l’insonnia si scansa, di ora in ora, perchè come accade a uno dei protagonisti del libro, l’insonnia cede il passo solo quando la coscienza riesce a ripescare un senso o un bagliore di sé nel marasma indistinto del (nostro) tempo e quindi può rilassarsi e tornare al sonno. Ma fino a quel momento è come un cane che punta, che niente può dissuadere dalla sua ricerca e dalla tensione che la percorre, perchè è fatta per quello e non ha alternative. Questo è lo spirito di
Ganesh Gaitonde, il protagonista “spirituale” del libro di Chandra, un malavitoso, un boss della mafia indù, un uomo feroce e sporco come la morte che la morte trasforma nella coscienza narrante del libro. Lo seguiamo spiegarci passo passo la sua ascesa rapida e sanguinosa, chiarire a noi la sua chiarezza e dissipare così i nostri dubbi, mostrandoci sicurezza, coraggio, valore… Lui è già morto, e vorrebbe lasciare le sue memorie all’ispettore Sartaj, che cerca di mettere insieme i tasselli della storia di Gaitonde e di scoprirne i segreti, interrogandosi nel mentre sulla propria vita. Sartaj non è uno sciocco e neppure un illuso, anzi. Eppure sulla soglia della mezza età non può fare a meno di sentirsi rattristato, avviluppato in un bozzolo ben più stretto del suo grosso turbante e forse un po’ fallito. Sartaj è in gamba, è attento e intelligente, ma non ha mai saltato oltre la rete, non è mai stato del tutto onesto e non è mai stato veramente corrotto, non è mai stato un asceta ma non è nemmeno capace di approfittare del piacere poco prezzo, non è servile ma è abituato a tirarsi indietro davanti ai più grandi… Non c’è nulla di lui che rassomigli all’impavido Gaitonde, ma deve arrivare a comprenderne il segreto, che forse è un inganno, forse la chiave di volta di tutto, o il giudizio finale. Gaitonde intanto parla con noi che possiamo leggerlo e si racconta. La sua storia minuziosa e potente ci costringe a fare i conti con la nostra, puntellata dai dubbi di Sartaj, valutare il peso delle offerte e delle opportunità che abbiamo visto sfiorarci, il nostro peso in mezzo al reticolo del mondo, la nostra capacità di darci e di spendere e infine di influire e di riconoscerci nel nostro percorso. Continua a leggere »
Posted by Beatrice on June 16, 2007
Ognuno ha i suoi dilemmi. Io adesso ho il dilemma se leggere o no questo libro, “Il perdente radicale”, di Hans Magnus Enzensberger, Einaudi. [Distruzione e
autodistruzione. Il perdente radicale ha mille volti. E' qui. E' il padre che stermina la famiglia. E' stato il soldato nazista. E' il kamikaze islamista che progetta il suicidio di un'intera civiltà. Con la forza intellettuale e l'acume che lo hanno reso celebre, Enzensberger disegna il profilo del perdente radicale di ogni tempo. Ieri il combattente nazista, oggi il terrorista islamico. Colui che ha resuscitato la tradizione del nichilismo autolesionista, amalgamando istanze religiose, politiche e sociali in una strategia di distruzione a vasto raggio. Contro l'America, contro il capitale internazionale, contro il sionismo, contro gli infedeli. Perché il perdente radicale non conosce la soluzione del conflitto, il compromesso. E quanto piú è assurdo il suo progetto, tanto piú fanaticamente lo persegue. Come era accaduto con Hitler, il suo vero obiettivo non è la vittoria ma lo sterminio, non è il controllo ma il dissolvimento, non è la vita ma il suicidio collettivo e la fine con orrore. Convinto della propria superiorità e animato da cieco vittimismo, l'islamista chiede a gran voce rispetto per sé senza riconoscerlo agli altri. Riservando solo alla propria minoranza di eletti la salvezza da un mondo che condanna alla morte.]
Evidentemente serviva con urgenza la definizione di una categoria con cui liberare le coscienze dal peso di un tempo violento e svalutativo. Si doveva individuare una parabola che racchiudesse nella gabbia di un’identità psicologica le fattezze degli imprendibili mostri del nostro tempo che popolano le cronache e la storia, già a partire dai primi decenni del secolo scorso, quelli che ci viene ripetuto di temere, tanto che molti desiderano ormai imitarli, o che ci vengono incontro, materialmente, a riaprire con lo scontro la Storia che avevamo prepotentemente deciso di chiudere. Continua a leggere »